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Ribaciami
Poesia di Alda Merini

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Lunedì, 20 Settembre 2004

A cura di Alessandra Visser




Ribaciami in uno stelo
di amore
e pensa alla giovinezza che mi
prende e mi ha lasciato sola
per lunghi anni.


















Interviste alla poetessa



I

La sua anima di poetessa Alda Merini la mostra sempe nei versi, che compone come se le uscissero direttamente dalle viscere. Ora, incvece, fa parlare il corpo. O meglio, i suoi volti, immortalati dall'amico fotografo giuliano Grittini e riuniti nel libro Colpe d'immagini ( rizzoli€ 25) e la sua vita scorre, ritratto dopo ritratto.

Che cosa racconta Alda Merini nelle fotografie?

La mia faccia, che non è tutto, ma almeno è il minore dei mali. Ed è singolare, visto che appartiene a una sola persona: a me.

Di fronte a un obiettivo si mette subito in posa, si diverte.

Sono una donna dal clic facile

Ma lei quando si piace di più?

Al mattino, quando ho ancora in bocca il sapore della realtà che sento più vera: quella del sogno. Io sogno tantissimo, e mentre dormo non facio che giocare, sono serena e beata come una bambina. Quando riapro gli occhi, e non sono ancoa sveglia del tutto, do il meglio di me. E' il momento più creativo, quello migliore per comporre mentalmente poesie, perché sono appena tornata dal Paradiso.

Grittini le ha anche scattato foto che hanno fatto molto discutere, in cui lei posa nuda.

Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. E' l'imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto di provocazione, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso.

A quale dei suoi tanti volti non rinuncerebbe?

Vorrei dirle quello romantico, il mio più autentico. Ma d'amore si muore, soprattutto alla mia età.




II


“A chi mi chiede/ quanti amori ho avuto / io rispondo di guardare/ nei boschi per vedere /in quante tagliole è rimasto/ il mio pelo”. L'amore è da sempre un tema caro ad Alda Merini e questa poesia contiene solo alcuni di quei versi sensuali e mistici racchiusi nel suo ultimo libro, Il maglio del poeta (manni, pagg.62, € 8,00). un libriccino che raccoglie circa quaranta componimenti, carichi di umori e di passioni. Ma di novità la poetessa milanese ce ne regala tante quest'anno. A partire dal premio Dessì, che Alda Merini proprio pochi giorni fa ha ricevuto a Cagliari (sezione “poesia” per il suo libro Magnificat (Frassinelli, pagg. 110, € 8,00): “Il Premio Dessì è un riconoscimento importante – commenta la poetessa – ma a causa di una brutta osteoporosi ho dovuto soprassedere. Ormai da un anno ho tante complicazioni.”.

Però continua a scrivere...secondo lei le situazioni dolorose possono generare poesia?

Io mi inasprisco molto quando sento dire che il dolore genere poesia, il dolore blocca la poesia, blocca le fede, blocca la speranza e ci costringe ad una vita di routine che non può essere tra le migliori, anche se gli altri perdonano. Qui non si tratta di perdonare, si tratta di capire che la poesia è soprattutto felicità. Quando non c'è felicità del corpo non c'è neanche felicità dello spirito. Si pensa spesso che la malattia sia un esorcismo, niente di più drammatico e falso. Lei pensi a quanta povera gente non è stata esorcizzata dalla poesia perché non ne aveva gli strumenti. Io non credo che la poesia salvi la vita. Io dico che la follia salva la vita, a un certo punto c'è questa pausa deleteria, disumana che però preserva almeno la parte animale della vita. La follia è una pausa di pensiero, per cui io mi arrabbio molto quando non sto bene perché è il momento in cui la mente non produce più.

Come mai ha scelto di pubblicare le sue poesie soprattutto con Vanni Scheiwiller?

Vanni Scheiwiller è stato un editore prodigio che ha cominciato a fare questo mestiere a sedici anni. E' il primo grande piccolo editore, che poi fa capo ala fiera di Belgioioso. I volumi editi dalle piccole case editrici sono delle vere e proprie preziosità dovute all'amore dei librari, all'amore verso le pagine e per il piccolo formato, all'amore per la cosa scelta non a scopo di guadagno. I piccoli editori sono uccellini che poi diventano aquile. Come nel caso di Vanni Schiewiller, che si è trasformato in animale maestoso. Come tutti noi. Come il piccolo brutto anatroccolo, una delle più belle favole che ha rallegrato la mia infanzia. E' un po' la storia degli emarginati che poi si rivelano dei geni, come Van Gogh o Ligabue. Si sa come l'ignoranza condanni a morte l'eccellenza. L'ignoranza è quella cosa che distrugge ciò che non è immediatamente comprensibile. Da qui in fondo è nato il mio libro Magnificat, il libro che ha vinto il premio Dessì, in effetti lo stupore di questa apparizione angelica mette in subbuglio il sangue di una persona impreparata come Maria, come la ragazzina, come la poesia che in fondo è un prodigio. Il Magnificat è l'apparizione della poesia tradotta in termini mistici, a cui l'uomo non può sottrarsi. La poesia non è una scelta, si viene scelti dalla poesia.

E da cosa si capisce se una persona è scelta dalla poesia?

Dal fatto che la poesia fa soffrire come delle bestie. Ti costringe a parlare come una voce profetica che si insinua. Una delle cose che dico spesso è che tutto avrei voluto fare fuorché il poeta. Io non sono molto amica di quello che tutti mi invidiano, e cioè il talento della poesia.

Quindi ha un rapporto conflittuale con il suo talento?

Sì molto. La poesia somiglia alla religione. La poesia è un marchio di fabbrica. E spesso diventa una condanna, perché è come se una volontà estrema e suprema ti prendesse la mano. Poi ci sono degli uomini volenterosi, gli editori – che chiamiamo “apostoli” – perché evitano che questi versi vadano al macero.

Dipende se uno scrive per sé o per gli altri...

E' chiaro che uno scrive per sé. Una volta ho litigato con Vanni perché mi ha detto: “Tu sei proprietà degli altri”. No, non è così! Io sono proprietaria di me stessa e soprattutto come tutti gli esseri umani ambisco alla felicità e non al dolore.

Da cosa trae ispirazione?

Da qualsiasi cosa, purché nasca dal dolore, o da un conflitto. Che poi non è del tutto vero, perché io quando ho scritto il Diario di una diversa ero veramente molto tranquilla, avevo vicino un amore che era mio marito. Per parlare del Diario dirò che ho fatto una tremenda constatazione a proposito dei soprusi in manicomio: tutti quelli che sono stati annientanti lo sono stati perché fuori non c'era nessuno che vigilava sul destino di questa povera gente. Purtroppo, in parte ho dimenticato. D'altra parte ringrazio Dio per questo. Si tratta più che altro di rimozione.

In questo momento è serena?

Per me è sempre un momento più o meno sereno. Quando uno porta fuori la pelle dal manicomio vive alla giornata. Ringrazio Dio di aver salvato la vita.

Immagino che quello sia stato il momento più difficile della sua vita...

Difficile sì, perché ero molto giovane. La carne gridava il suo diritto alla vita. Il castigo del manicomio somiglia molto al castigo divino. E' un castigo improprio.

Cosa pensa della bellezza?

La bellezza è un dono di Dio, o c'è o non c'è.

Quali sono le persone che considera sue amiche?

Guido Spaini, Maria Corti, Vanni Schiewiller, Alberto Casiraghi e poi molto sacerdoti e medici. I miei amici sono quasi tutti uomini. Le donne hanno molta dalla loro parte, che cosa hanno da invidiare proprio non lo capisco. In manicomio morivano poche donne e molti uomini, perché la donna è più creativa. Anche nelle prigioni il reparto delle donne è sempre più allegro, gli uomini muoiono lì. La donna è più furba, ma è anche più debole.

A proposito di donne lei ha dedicato poesie anche a Lalla Romano e Maria Corti, cosa apprezza di più in loro?

La serietà, la moralità e la professionalità. Il fatto che non piangono per gelosia. Anche la Spaziani è un'altra grande figura femminile. Sono state tutte ottime compagne, quindi hanno lottato vicino ai loro uomini. La donna deve essere un milite ignoto vicino all'uomo. Dietro ad ogni grande donna alle volte ci sono grandi imbecilli. La donna è più portata per l'eternità.

Questo significa che la donna è più portata per la poesia?

Sì, la donna è più poeta dell'uomo. Solo che viene combattuta perché si pensa che la donna sia razionale, mentre la poesia è irrazionale.

Le va di recitare una poesia?

Le leggo dei versi che ho scritto quando avevo quindici anni. Il gobbo: “Dalla solita sponda del mattino / io mi guadagno palmo a palmo il giorno / il giorno dalla acque così grigie / dall'espressione assente. Il giorno io lo guadagno con fatica tra le due sponde che non si risolvono /insolute io stessa per la vita / e nessuno mi aiuta / ma viene a volte un gobbo sfaccendato un simbolo presago di allegrezza / che ha il dono di una strana profezia / e perché vada incontro a una promessa / lui mi traghetta tra le proprie spalle”. Ed era veramente un gobbetto che mi salutava tutti i giorni. E' come se mi avesse detto: un giorno sarai un grande poeta. Quel gobbo era mio padre.

Intervista di Francesca De Sanctis – L'UNITA' – 14/10/2002





III

"MIA FIGLIA SI CHIAMA POESIA, E IO NON SONO PERICOLOSA"




La sera del 9 novembre scorso su "Retequattro", nella trasmissione "Linee d'ombra", una rapida e fugace intervista ad Alda Merini, la poetessa coccolata dai massmedia, metteva in risalto la vicenda di una donna che si è trovata per vari anni rinchiusa, ingiustamente, in ospedale psichiatrico. La brevità dell'intervista, tuttavia ci ha stimolati ad una nostra intervista in cui, avendo conosciuto Alda Merini in tempi "non sospetti", possiamo veramente dire che l'autrice si è lasciata andare ad una testimonianza "senza veli", tipicamente alla milanese.

Zaninetti - L'ultimo libro si chiama "Orazioni Favole Salmi". L'hai pubblicato di tua volontà o te l'hanno pubblicato?
Merini - No, no, io ha fatto questo librino perché è nato da una nipotina e ho dedicato questi racconti per i bambini, ho fatto queste orazioni. In proprio diciamo con l'aiuto di un libraio.
Zaninetti - Di un libraio!? Ed è uscito anche un tuo libro presso Einaudi?
Merini - Ma, adesso è uscita l'antologia presso Einaudi dalle origini ai giorni nostri. Dalle origini...
Zaninetti - Quindi tutte le tue opere?
Merini - No.
Zaninetti- Scelte?
Menrini - Degli stralci
Zaninetti - Opere scelte?
Merini - Sì.
Zaninetti - Quali sono le tue prospettive per il futuro? Rispetto alla produzione.
Merini - Ma, io chiuderei in bellezza perché ho scritto talmente tanto che potrei anche fermarmi. Però, l'accadimento più bello della mia vita è la poesia.
Zaninetti - Hai scritto mai in prosa nel senso di narrativa?
M. - Delirio amoroso. Diario.
Zaninetti - No, al di là delle cose intimistiche. Cose realistiche, intendo dire...
Merini - No, romanzi storici no.
Zaninetti - Dunque la poesia è la tua grande Musa...
Merini - La Poesia è la mia grande figlia.
Zaninetti - Tua figlia? Si chiama proprio Poesia?
Merini - Sì, si chiama Poesia. E forse è meglio che si chiami così, perché se si chiamasse in un altro modo... Del resto, se Bianco ti dice di stare attento a me, può essere che io faccia anche una poesia pericolosa. Abbastanza aggressiva, diciamo...
Zaninetti - Ma no! “Orazioni, Salmi, Favole". E' docile, la tua poesia.
Merini - Non è che le poesie siano esenti dalle bestemmie, eh!
Zaninetti - Questo è fuori discussione. D'altra parte, magari, Bianco, se volesse, potrebbe anche pubblicare questa intervista che stiamo facendo? E poi sai che Bianco, in Calabria, a Badolato, ha realizzato “La strada della poesia"? lo ci sono stato e con lui abbiamo realizzato un'altra volta “Aspettando Pasolini" con la lettura della mia "Beffarda requisitoria".
Merini - Non sapevo. Mah. Se Bianco pensa... che sia pericolosa, lasci perdere. Ti dirò una cosa: qui, noi, avevamo nella casa un assassino vero e proprio.
Zaninetti - Un assassino?
Merini - Era stato in prigione. E la sua compagna quando saliva le scale, data la pericolosità del soggetto, diceva:"Stai attento, perché l'Alda Merini in fondo è buona". Certo, lui ne aveva ammazzati sette.
Zaninetti - Però.
Merini - Ed io ora mi sto domandando ancora che cosa potrei fare io, visto che dicono che sono pericolosa... Ti dirò, a proposito del termine pericolosità, che a me interessa molto, perché è un termine che viene usato....
Zaninetti - La mia era soltanto una battuta.
Merini - No, la mia no. Questo termine viene usato per emarginare i diversi. Ed è uno dei, diciamo degli... sconci verbali. Voglio dire che se tu gridi perché hai un sorpasso, la cosa è normale. Se invece grida uno che è stato in manicomio lo ritengono pericoloso...
Zaninetti - Eh, si. È una logica mentale un po’ perversa.
Merini - In effetti ti danno sempre come pericoloso. Specialmente dal punto di vista sessuale. Tu potresti uccidere... pensa un po'. Tanto è vero che una volta ho incontrato un paziente e, vedendolo mortificato, gli ho chiesto:"Ma lei fa l'amore qualche volta?". E lui mi ha risposto: "No, perché sono pericoloso".
Zaninetti - Ah.
Merini - Sì, perché gli psichiatri confondono la pericolosità con l'istinto. E gli istinti sono sempre pericolosi... Quando non c'è una ragione che ti governa... Ma grazie a Dio, qualcuno al potere ce l'ho anche io, nella mia testa, e che comunemente si chiama Super Io... Ci tengo a precisare questa cosa, perché mi fa molto male sentire dire che l'Alda Merini è pericolosa.
Zaninetti - Gli psichiatri di una volta, forse, o almeno quelli in cui sei incappata. Mario Tobino invece, scrittore e psichiatra, non la pensava affatto così: non so se hai avuto modo di leggere "Le libere donne di Magliano" e, successivamente, "Gli ultimi giorni di Magliano", recensito su “Logos" nel 1982, dopo la Legge Basaglia, in cui disperava per i poveri sani (considerati matti) costretti ad uscire in mezzo ai pazzi (che si consideravano sani)... Del resto, allora si vedeva molto giusto, quando era d'uso dire che “Manicomio" era scritto di fuori... No, né io nè Bianco pensiamo che tu sia pericolosa. Era soltanto una battuta.
Merini - Però è stato detto.
Zaninetti - Ora io vorrei domandarti una cosa. Rispetto all'ultimo tuo libro... Quello pubblicato da Einaudi. Che cosa puoi dire a uno che non l'ha letto?
Merini - Beh, che non mi ha entusiasmato molto. Perché francamente... il passato, la rivisitazione dei primi esperimenti poetici... Insomma, oramai sono confluti tutti nel manicomio, in questa fornace aggiuntiva che poi ha recuperato e smosso un sacco di... anche di putridume si, in fondo. Perché, se vogliamo, il manicomio è stato la palude...
Zaninetti - lo vorrei saltare l'argomento-manicomio perché già più volte ne hai parlato. L'ultima volta che ci siamo sentiti al telefono, m'hai detto che avresti voluto dirmi delle cose riguardanti tuo marito, o sbaglio?
Merini -Mah. lo ricordo che lo conoscevi anche tu. lo l'ho amato molto. Purtroppo, però, ne ho sentite talmente tante su di lui.. Ho sentito tanto parlar male di lui... Il fatto è che quando ci hanno portato via i figli, qualcuno ha detto che io ne volevo ammazzare uno. Invece era e rimane un grande amore. Anche se lui non era coltissimo, l'altro, tanto per accontentare l'opinione pubblica, diciamo che era uno squilibrato. Ma l'amore, questi squilibri non li conosce. Tu che cosa ne dici?
Zaninetti - È probabile. Del resto, io, l'opinione pubblica che tu accontenti la amo quasi smisuratamente. Mi sta un po' qui, però, il fatto che non segua “Jeronimus-Logos" come dovrebbe. Ma noi non disponiamo dei mezzi che ha Berlusconi (che va ad aggredire anche il Presidente del Consiglio comportandosi da vero estremista di Destra, n.d.r).
Merini - Davvero, Zaninetti; Ma non andiamo più in là. Torniamo a parlare di mio marito.. Eravamo una bella coppia. Anche se male assortita quanto a cultura. Però, affettivamente, avevamo una buona marcia, tutto sommato.
Zaninetti - Che cosa conosci e che cosa pensi, tu, della poesia attuale?
Merini - lo non vado mai a queste vernici poetiche, a questi ritrovi mondani. Trovo che ci siano tanti facinorosi, tanti cretini che si credono poeti ma, alla fine, parlano solo a sproposito. Soprattutto tante persone moralmente indigenti, che credono di essere poeti solo perché sanno leggere o scrivere o dicono qualche cavolata alla fidanzata. Io sostengo che la poesia è una formazione culturale.
Zaninetti - Ecco. Ci vuole anche dello studio, per scrivere?
Merini - Parecchio.
Zaninetti - Bisognerebbe, prima di scrivere, leggere molte cose. Soprattutto molta poesia.
Merini - È vero. Bisogna leggere molto, bisogna alle volte anche abbandonare delle cose, anche rinnegarle. Bisogna patirla, la poesia...
Zaninetti - Nella mia biografia, per esempio (pubblicata alla fine del '97 su "Vernice", la rivista di Torino diretta da Sandro Gros-Pietro), che è in realtà una autobiografia, però scritta in terza persona, dichiaro che la mia prima raccolta di poesie giovanili l'ho poi ripudiata, in seguito, perché di derivazione troppo scolastica. Non conoscevo ancora molte cose e pensavo che scrivere fosse una cosa più semplice...
Merini - Ma certo. Ci sono dei momenti in cui deve avvenire, insomma, un po' come la potatura dell'albero. A volte il poeta rinnega certe sue cose ed è strano come sia avvenuto, nella mia antologia, che proprio uno dei maggiori critici le vada a salvare. Questo fa rabbia, al poeta, perché lui può avere chiuso con quel capitolo. Non so se mi capisci. Per esempio, a me piace di più il periodo manicomiale, soprattutto perché la poesia è più sociale.
Quindi ha un contenuto più forte, più universale, mentre il paterna d'animo, mio o tuo, poco importa alla comunità, alla società.
Zaninetti - Certo. Allora sei d'accordo con me che, quando si scrive poesia, non si dovrebbe parlare dei propri stati d'animo, ma piuttosto di ciò che si vede nella realtà, quella che ti sta davanti?
Merini - Certamente. Infatti, diceva un signore, proprio di una delle mie cadute formidabili, nelle apparizioni da Costanzo.. Perché adesso, non al centro, ma sul Naviglio, mi conoscono tutti come quella che è stata da Costanzo, non quella che ha scritto 30 volumi di poesia, volumetti diciamo... Quella che ha lavorato una vita per fare un carteggio all'Università di Pavia. La vernice del palcoscenico, purtroppo, inquina anche le persone... E mi sento dire cose di questo tipo, aberranti... "Ha fatto dieci anni, però è stata ripagata". Se lei vuole andare da Costanzo, rispondo, si faccia venti anni di galera. Io preferisco fare qualcos'altro.. È questo che ti fa male. Non Costanzo in sé, poverino, che é una persona pregevole e di stile. Ce l'ho con l'italiano: ti consacra poeta perché sei apparso in televisione. Però, per il resto, sei un comune scemo.
Zaninetti - Che cosa puoi dire di Costanzo?
Merini - Non posso dirne che bene. Perché proprio da Costanzo, ed era la prima volta, io sono stata trattata come un essere umano. Ho visto Costanzo sedere vicino a me, quasi in una condizione di sottomissione, di sudditanza. L'arroganza che conosco sui Navigli, grazie a Dio non c'era. Mi sono venuti a dire: "Ma lei è più bella, in televisione". Si, sono più serena, più a mio agio...
Zaninetti - Non lo so, perché io non ho la televisione: io sono proprio un nullatenente. Non ho neanche la casa, non ho niente...
Merini - E vabbé. Ma questo non vuol dire che, poi...
Zaninetti - Io, poi, poeta non mi considero. In effetti non scrivo poesie dal '78. Io faccio più che altro, critica. Il mio lavoro è quello di critico. Critico cinematografico, teatrale, letterario, d'arte. Sempre, è ovvio, con uno sfondo puramente sociale.
Merini - Guarda però, Zaninetti, che non puoi ritirarti. Il poeta ha il dovere di parlare anche per quelli che non sanno esprimere ed esprimersi...
Zaninetti - Questo, indubbiamente
Merini - lo credo che tutti siano poeti. Sono poeti autentici anche quando non hanno i libri dei poeti. Ma non quando gli chiedono come ha fatto, uno, ad essere poeta. Allora io, veramente, non farei loro frequentare più le scuole... Perché si nasce si e si va avanti. Si cercano i mezzi per esprimersi. Tutto lì, no?
Zaninetti - Tu leggi anche la letteratura, la narrativa?
Merini - Leggo poco. In questi ultimi tempi ho perso molto. Dico la verità, leggo molto poco. Ci vedo anche sempre meno, grazie all'elettroshok...
Zaninetti - Ecco, un'altra cosa. Una domanda rispetto a questo libro, Esuli, della minimum fax di Roma, curato da Paolo Mattei. Ti hanno contattata, dopo la pubblicazione?
Merini - Non ricordo...
Voci intersecate.
Merini - L'italiano è noto per la sua maleducazione. Devo dire che hanno ragione quando dicono, all'estero, che gli italiani sono ladri. Non tanto perché rubano, ma perché non hanno rispetto per gli altri... Ho sentito dire... delle cose tremende. Anche su giornali femminili, dicevano che ero una femminista. Invece io sono una donna che ha sempre considerato l'uomo il cardine della tolleranza e del suo ingegno. Io stimo gli uomini, non sono una femminista. Assolutamente no e posso dirti che quello che mi dà la forza di andare avanti è proprio la forza che aveva mio marito. Il ricordo di mio marito è quello che... Ha fatto bene, se avevo la lingua lunga, a rinchiudermi in manicomio. Dovrebbero finirci altre donne, in manicomio, oltre a me.
Zaninetti - Mah. Forse si dovrebbe ripristinare il manicomio. Già c’era Giorgio Gaber che diceva: "Far finta di essere sani..."
Merini - Ma guarda...
Zaninetti - Poi c'è stato anche un libro di Fromm, pochi anni fa; "I cosìddetti sani. La patologia della normalità"
Merini - Te la spiego io, la patologia della normalità. Il malato soffre perché non c'è una dialettica... Prendi il paranoico ed il sano, che è convinto della sua ragione. Da li non lo smuove più nessuno. E' l'uomo regresso e proprio quell'uomo che non progredirà mai. Non voglio dire che tutti debbano essere nevrotici, ma almeno avere all'interno qualche problema per cui interrogarsi. Mi sembra essenziale, specialmente per l'uomo moderno. O no?
Zaninetti - Beh, direi proprio di si. Mi fa venire in mente, tutto questo, il film francese “l’odio”. Tutti e due sbagliano, i protagonisti, e alla fine entrambi sono convinti di avere ragione e lo vogliono ribadire con la violenza dell'arma, l'uno dando la morte all’altro. Io trovo che l'errore "umanitario" stia in questo; non ammettere mai di avere torto. Cosi si continua a commettere un errore dopo l'altro. Violenza dietro violenza. Io credo che gli uomini non sappiano ancora che cosa sia l'amore. Come nel titolo di un libro di Lella Cusin: "Non ancora uomini, la mano già preme sopra il mitra".
Merini - Quello moderno è un uomo che va perdendo quota. Adesso è andato anche sulla Luna, ma con la terra ha perso quota. Non trovi?
Zaninetti - È vero. L’uomo è molto lontano dall’essere ciò che potenzialmente potrebbe essere… Ti ringrazio.

INTERVISTA ESCLUSIVA TRATTA DALLA RIVISTA "JERONIMUS"
Intervista di Teresio Zaninetti -Trascrizione di Antonio MIDURI




IV


"Se vi penso mi giunge immediato al cuore un sonno ristoratore, un sonno quasi di morte. Ogni volta che vi partorivo, dopo mi addormentavo in pace, sicura di aver compiuto il mio destino".

Questa corrispondenza è tratta da " Lettere ai figli ", pubblicato nel 1997.
L'autrice è Alda Merini, nata il 27 marzo 1931. Ha esordito giovanissima, a soli 16 anni, sotto l'attenta guida di A. Romano e G. Spagnoletti. Tanti i suoi libri e numerosi i riconoscimenti tra cui il " Montale" e il "Viareggio". Alda Merini è una delle figure più intense della poesia e della letteratura contemporanea.

Alda Merini, cosa ha significato per Lei essere madre, aver lasciato ed essere stata lasciata dai propri figli. L'amore per loro è stato il più grande di tutti gli altri amori?

Beh, senz'altro non li avrei voluti se non avessi avuto intenzione di amarli. Solo che non so se si possa fare della letteratura intorno ad un fatto così criminoso come quello di aver separato la madre dai figli. Si potrebbe fare della letteratura un po' da scandalo, ma non credo che l'obbrobrio faccia scrivere delle belle poesie. A me è rimasto il dolore, questo taglio di questa divisione di un bene supremo che è il figlio. E' stata un po' come la strage degli innocenti la storia della mia vita.

Però ha un bel rapporto tuttora con i suoi figli

Sì, l'ho riguadagnato nel tempo attraverso mio marito, attraverso anche i miei genitori; Vanni Scheiwiller che si è fatto padrino della mia testa bambina, apposta per proteggerla da questi soprusi, Vanni ha dimostrato un grande coraggio e una grande morale.

Ma essere madre oggi, il sentimento materno come dovrebbe esprimersi secondo Lei?

Oggi il concetto di madre è andato a farsi benedire. Si tiene più conto di altri valori, oggi la donna ha voluto emanciparsi, ha voluto apparire e mantenersi eternamente giovane, soprattutto non sfiorire come madre vicino ai figli; ma essere bella e piacente va a scapito di tutto l'amore e di tutta l'umiltà che è necessaria per crescere dei bambini.

Possiamo in conclusione fare una lettura di una sua poesia?

Io reciterò quella poesia che Vanni ha voluto inserire nella "Terra Santa" che parla appunto di una violenza sessuale avuta in manicomio; ma la violenza sessuale non è stata a carico del paziente, ma di una persona che era all'esterno, ( pensi non dovrei dirlo) un religioso, non era neanche un laico.

" l mio primo trafugamento di madre avvenne in una notte d'estate, quando un pazzo mi prese, mi adagiò sopra l'erba e mi fece concepire un figlio.

Oh, mai la luna gridò così tanto contro le stelle accese, né mai gridarono tanto i miei visceri, né il Signore volse il capo all'indietro, come in quell'istante preciso, vedendo la mia verginità di madre offesa dentro un ludibrio.

Il mio primo trafugamento di donna avvenne in un angolo oscuro, sotto il calore impetuoso del sesso, ma nacque una bimba dolcissima e tutto fu perdonato.

Ma io non perdonerò mai; e quel bimbo mi fu tolto dal grembo e affidato a mani più sante. Ma fui io ad essere oltraggiata, io che salii sopra i cieli per avere partorito una….." (praticamente dovrei dire una brutta frase, ma cornuta e mazziata sarei), ad un certo punto le mani più sante sono state quelle che me l'hanno strappata, ed è abbastanza orrendo da pensare. Ne ha parlato anche Biagi recentemente, dove in una famiglia in cui c'erano violenze, per medicare le violenze finivano di strappare i figli alla famiglia, così la violenza era stracolma!. Naturalmente di questi personaggi detenuti in un manicomio, sopra questi personaggi, venivano fatti abusi e soprusi di ogni tipo.

Possiamo salutare gli ascoltatori con un saluto particolare?

Devo dire che fu proprio Giovanni Civiti a conferirmi il primo premio letterario " Gambarogno" in Svizzera, quando scrissi "Tu sei Pietro", e mi accompagnò . Allora la Svizzera fu così larga di soldi, mi diedero 2000 franchi, pensi un po', nel '65. Questo per "Tu sei Pietro", e questo fu il primo riconoscimento in denaro, ma anche la cosa che poi tutti ripresero perché "Tu sei Pietro" è un gran bel librino.


intervista a cura di Michelangelo Camillitti





V

Al termine del libro della poetessa Alda Merini, «Lettera ai figli» ( Lietocollelibri ed. ) appare, in forma di
«chiudilettera » questo significativo pensiero dello scrittore libanese Gibran Kahlil Gibran, morto a New York il 20 aprile 1931:

« Quelli che voi chiamate figli e figlie non sono i vostri figli. Essi sono figli e figlie di una vita che ha fame di sé medesima. Voi potete possedere i loro corpi, ma non le loro anime, poiché queste dimorano nella casa del domani, che voi mai visiterete, neppure nei vostri sogni».

Intervista



Milano-
Un casus belli, quello della maternità. E’ con la maternità infatti che inizia la guerra. E per guerra si intende il rapporto complicatissimo fra genitore e figlio, rapporto fatto di incomprensioni intestine, di illusioni reciproche, di complessi di Edipo mai risolti, di frustrazioni non dette, di ripicche piccine, di accuse violente e, naturalmente di smisurato amore. E se essere madre è difficile, lo è a maggior ragione per Alda Merini, figura tormentata e intensissima della letteratura contemporanea, che ai figli scrive una lettera aperta appena pubblicata dalle edizioni Lietocollelibri.

Perché scrivere ai figli una lettera pubblica, forse perché rendendo pubblici il proprio amore e le proprie giustificazioni li rende più forti e più solenni?

No. Il dolore non è mai pubblico, è una cosa molto privata. Però io penso che il mio dolore sia stato un dolore procurato. Non è una lettera ai figli di una madre comune, ma la lettera di una madre cui le sono stati strappati. E’ una lettera straziante, contro la violenza del manicomio, degli assistenti sociali, dei vicini che hanno testimoniato il falso.

"Se vi penso mi giunge immediato al cuore/ un sonno ristoratore,/ un sonno quasi di morte./Ogni volta che vi partorivo,/ dopo mi addormentavo in pace, sicura/ di avere compiuto il mio destino". Ma qual è il destino di Alda Merini? Quello di poetessa o esiste un destino di donna/madre da quello distinto?

No. La donna e la madre sono la stessa cosa. Ma la poetessa ha un grande pudore dei suoi figli, il pudore della madre.

"Sono la macchia del Vostro stesso pudore,/ e quando ve ne siete andati/ sono diventata preda di voglie abominevoli,/ perché voi soli eravate la mia censura". Così lei parla nella lettera. L’eros è forse incompatibile con il ruolo femminile di madre e con quello letterario?

No. C’è una bella canzone che dice "mia madre va con gli amanti, a volte prende le botte però è la mia mamma". La madre che è nelle mie condizioni ha il diritto di vivere i suoi amori, purché non venga a meno al suo ruolo primario che è quello di assistenza morale ai figli.

Nella chiusa della lettera lei riporta una bellissima citazione del poeta di Gibran: "I vostri figli non vi appartengono eccetera…"

Infatti. Una cosa che io condanno nelle madri è questo volerli "sollazzare". Non facciamo vedere ai nostri figli che tutto è bene. La vita non è tutta una bella cosa.

Ha scritto Oscar Wilde che i figli cominciano con l’amare i genitori, dopo un po’ li giudicano, raramente o ami li perdonano. Come hanno reagito i suoi figli al suo internamento?

Mi hanno odiata. Perché non c’ero. Non hanno capito. Molte madri adottive hanno taciuto la mia esistenza, forse qualcuna ha anche detto che ero morta e quando sono ricomparsa si sono sentiti un po’ straniti.

Ogni madre è stata anche, a sua volta, figlia. Non tutti possono essere orfani come diceva ironicamente Ronard. Qual è stata l’esperienza di Alda Merini figlia?

Io ho sempre capito mia madre. E ho avuto una buona madre. Io e mia sorella abbiamo pianto tutta la vita per la morte di nostra madre. E anche se avesse sbagliato, noi della nostra generazione non ci saremmo mai permessi di dirne male.

I figli sono, per le persone comuni, anche un modo di sopravvivere alla propria morte, un modo per lasciare sulla terra una parte importante di sé. Crede che questo sia vero anche per l’artista e per lo scrittore che hanno già, per quello, la propria arte?

Più che mai. Però c’è una leggenda da sfatare. E’ la leggenda del figlio buono. Il figlio è un divoratore, mangia il sangue, la carne. In tante volte sono rabbrividita leggendo il Vangelo quando Cristo chiama sua madre "donna". Immagino cosa avrà provato Maria Vergine. Non l’ha mai chiamata mamma.



Ilaria Bodero Maccabeo




VI

Proprio il primo giorno di primavera Alda Merini ha compiuto gli anni. E sono settantuno, vibranti e libere come la sua poesia, le primavere che la nostra scrittrice ha festeggiato in questa ricorrenza. Per l'occasione il regalo ce lo ha fatto lei: due nuove raccolte di poesie. Sono intitolate La volpe e il sipario e Colpe d'immagini e presto saranno in libreria pubblicate da Rizzoli. Letti da una giovane attrice e soprattutto dall'autrice stessa, presente al Tangram Teatro di Torino dove se ne è parlato, i versi sono apparsi più belli che mai ad un pubblico investito in pieno dalle emozioni poetiche di questa donna straordinariamente intelligente.

Per cui la poesia è respiro, un cielo chiaro che sovrasta il ricordo doloroso di una vita segnata dal disagio mentale e dalle lunghe segregazioni in manicomio. Ma un bel verso ha ancora una presa? A questa signora imperiosa e tenera, beffarda e arguta, sincera come una sorgente, lo chiediamo in occasione degli auguri.

Signora Merini, lei è autrice di scritti che già nei titoli racchiudono un mondo poetico senza confini. In tempi come questi, che sembrano poco propizi alle effusioni liriche, la poesia ha ancora la capacità di farsi ascoltare?

I poeti continuano a credere, disperatamente, di poter cambiare il mondo, per lo meno di far sentire la sua voce in questa specie di torre di Babele in cui ci agitiamo, dove avvengono purtroppo dei delitti efferati. E non parlo soltanto di delitti di coltello, ma proprio di soppressione di queste voci, di queste volontà. Proprio ieri sera ho avuto in premio questo anello, “Il Longobardo d'oro”. Lo hanno assegnato anche ad Achille Compagnoni. Mi sono commossa rivedendo l'alpinista che ha scalato il K2, riflettendo cos'erano i nostri vecchi, che partivano da soli, affrontavano grandi montagne, si giocavano la vita per un'impresa, per una passione. Oggi questo non si fa più e allo stesso modo si fa fatica a leggere una poesia: il poeta lo si vuole solo vedere in televisione per verificare se è veramente bello. Qualcuno è venuto a vedere se avevo gli occhi celesti o verdi. Non hanno capito niente: la poesia non cambia con il colore degli occhi, un corpo brutto, sgraziato, come quello di leopardi può portare una bellissima poesia.

Quali sono stati e quali sono per lei i motivi di ispirazione più intensi?

Di solito parlo di cose che ho vissuto sulla mia pelle. Qualsiasi cosa mi è andata bene, una volta l'amore, una volta il manicomio...Il poeta crea di notte, quando tutto tace e annaspando nell'angoscia trova qualcosa di chiaro. Il poeta non è mai solo, è sempre accompagnato dalla meraviglia del suo pensiero. Io sono un po' camaleontica, anche se non sono una patita di libri e non ho mai avuto una grande erudizione. Ho studiato molto da ragazza perché ero una secchiona, ma avendo una grande memoria e facilità nell'apprendimento trovavo sempre molto tempo per giocare, per dedicarmi ad altro, per scrivere, per disegnare – disegnavo molto bene – per dedicarmi all'arte in generale.

C'è una forma d'arte che lei sente più vicina alla poesia?

La musica certamente, superiore di gran lunga. Non che l'ami di più, ma è più vera, più semplice, più libera. Il poeta non è mai solamente un poeta, deve saper fare molte cose in questa vita piena di interessi che non ci interessano.

Lei ha una bella voce, che penetra, incide ma che si insinua anche carezzevole.

Carnosa e carnale...Ma non è vero che canto, come si è detto in televisione. Un ammiratore mi ha regalato un pianoforte l'anno scorso, così sono tornata alla tastiera. E' un miracolo, perché suonare dopo tanti anni di non esercizio al manicomio, vuol dire che una volta le cose si imparavano bene. Me le ricordo le bacchettate sulle dita che mi assestavano per correggermi quando facevo degli errori. Adesso è il professore che sbaglia, mai i bambini.

Ama i bambini?

Amo moltissimo i bambini, ma con loro ho un rapporto abbastanza severo. Il culto del bambino che si pratica oggi mi sembra sproporzionato. Un bravo genitore deve essere un sano educatore e non deve lasciarsi andare a mollezze e soprattutto deve tenere conto di una cosa: che il figlio ci viene dato provvisoriamente, che andrà per la sua strada e che bisogna prepararlo al distacco e alla vita. Non a caso il bambino qualche volta si attira le sberle: vuole anche essere punito, vuole crescere, altro che coccole. Anche le ragazze, che le reclamano dal fidanzato. Ma via, facciano le donne, quali coccole. Come la canzone di Mina: “...non hanno mai problemi e son convinte che la vita è tutta qui”. Che razza di uomini vogliono? Dei cani accucciati ai loro piedi?

Parliamo di bellezza. Il concetto di bellezza è mutato...

Oggi la bellezza è un obbligo. Le donne sono bellissime, come noi purtroppo non eravamo da giovani. Non c'erano le cure, i cosmetici, l'alimentazione selezionata...e non parliamo del manicomio. Siamo stati abbastanza maltrattati, noi della nostra generazione. Adesso le guardo, queste ragazze perfette, così dotate di grazia, agili e scattanti nei loro movimenti e ne sono affascinata. Spesso mi sono domandata come facciano gli uomini ad affrontare quest'invasione irresistibile del femminile che si prolunga in tutte le età. Le nostre nonne erano un po' rattrappite, afflitte dalla malformazione diffusa e dai dolori. E c'era rachitismo fra i bambini. Non si era curati...Ma eravamo “cuor contento” senza modelli così imperativi e non mancava quella bella felicità che prorompeva da un cuore anche sfortunato, però sempre aperto alla speranza.

Lei ha scritto: niente è più deleterio dell'immagine, niente è più resistente.

Io ho settantun anni, dormo male, alle volte mi alzo mezza abbacchiata. Ma se mi siedo davanti al televisore, mi lascio rapire. I colori, i paesaggi, la natura, i documentari, l'attualità...Ed è un modo di apprendere molto più facile. Ci sono poi degli schizzi pubblicitari che sono impagabili. Quello di quel signore che si presenta con il grembiule e un inchino sul pianerottolo alla ragazza dopo la sfuriata telefonica è simpaticissimo. L'altra sera gridavo incazzata con qualcuno al telefono. Hanno suonato, ho aperto la mia porta, che è molto leggera, si sente tutto, e ho visto una persona che conosco bene inchinarsi con un “Buonaseeera”. C'è dell'arte anche lì.

Lei ha anche scritto che l'artista è l'alito di Dio.

Speriamo solo che non sia la cattiva digestione del divino, altrimenti è una flatulenza.

Alda Merini sta attraversando un momento sereno, ma ha conosciuto stati emotivi dolorosi. Impotenza, abbandono, smarrimento...

Ce n'è per tutti. La vita non risparmia nessuno. Tre matrimoni, quattro figli, ventiquattro nemici...Ma c'è da dire una cosa: ho sofferto molto più fuori che in manicomio. Il manicomio è un'istituzione protetta e forse allora che ero più giovane avevo una tenuta più forte. Fuori ho trovato delle vere canaglie, qualcuno che mi ha ricattata e ferita anche su quell'esperienza che mi ha lasciato comunque in uno stato di turbamento. Per questo mi inquieta il delitto di Cogne, il fatto di questa donna protetta, silenziosa, che nega sempre, mi sconvolge. Io che sono stata presa, portata in manicomio in quattro e quattr'otto, senza potere dire niente, che non ho mai nutrito sentimenti di omicidio, non sono mai stata fatta segno di tanta delicatezza e mi domando perché. Siamo tutti delinquenti nella stessa maniera. Papa Giovanni quando è entrato per la prima volta a San Vittore ha detto: “fratelli, non siete peggio di me, siete stati più sfortunati. Siamo tutti colpevoli”.

Lei vede i suoi figli?

Hanno passato dei guai così tremendi. Me lo hanno riferito non solo loro, ma anche qualche assistente sociale onesta. Ci vediamo, ma anche loro hanno dei problemi nel guardarsi dentro e per capire la loro madre. I miei figli sono stati maltrattati, diseducati. Da me vengono, anche se l'incontro non è sempre armonioso. E' un dovere andare da un genitore, anche se non si sente amore. Il fatto è che chi appartiene alla mia generazione deve rassegnarsi a capire che il senso del dovere non c'è più. Questo è il prezzo più alto del manicomio. Se ci penso mi sale una rabbia sconvolgente.

L'affetto dei suoi lettori un poco la ricompenserà di un passato aspro.

Parliamo del presente. Che cosa genera in lei avversione e che cosa gioia? Come percepisce la sua vita in questo momento? Una che mi sta molto antipatica è Alda Merini. Ma moltissimo...Ne ha sempre una, io me la immagino diversa: arguta, spiritosa. E poi più magrolina, più scattante, meno lagnosa. La gioia è un'idea sballata che degrada la gente. La vita però è bella, bella e bisogna andare avanti. Quanto al dopo, per non avere delusioni comincio a prepararmi all'idea che non c'è niente. Si accinge a bruciare un'altra sigaretta: Posso? Ci attaccano con il fumo passivo: fra Cogne e le Torri Gemelle, ci perseguitano anche con il fumo. Salviamo almeno quello.

Intervista di Mirella Caveggia – L'UNITA' – 27/03/2002









Ascolta una poesia

Autore: Alda Merini
Narratore: Patrizia Bossoni
Testo: "La Terra Santa"




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Fonti Internet
http://www.aldamerini.com/aldamerini.html
http://www.ilportoritrovato.net/html/biblio851.html
http://www.glamour.com
http://www.ilnarratore.com
 
 
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