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“Elephant” di Gus Van Sant

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Domenica, 19 Ottobre 2003

A cura di Paola Turroni






Gus Van Sant porta lo spettatore ad aderire fisicamente al respiro di due ragazzi che stanno andando a uccidere. Quel respiro resta quando tutto è finito, come se la fine del film non fosse la fine del film, è come se arrivasse qualcuno, spegnesse lo schermo come spegnerebbe la tv e dicesse adesso è ora di andare fuori a giocare. E tutto ricomincerebbe.
Si ha la sensazione che Gus Van Sant abbia girato il film in silenzio. Il suo è uno sguardo senza pensiero, senza un ritorno querelante, in tempi di facili sociologismi lui è riuscito a dire con un racconto cinematografico essenziale, e a fare di questo dire la denuncia. L’alternativa alla morte è lo sguardo, è stare zitti e guardare quello che accade tra gli adolescenti di questo mondo provinciale occidentale, soprattutto in un paese dove il postino recapita a casa armi e si accontenta di una firma. Questo fa la differenza, non è la causa del disagio, ma è un sintomo di gestione violenta del reale, e di conseguenza di risoluzione violenta dei pensieri.
Non è solo il vuoto dell’esistenza, come attraversare un’immensa palestra lucida e vuota, non è solo l’assenza di adulti maestri, il padre sbronzo, i professori che pensano a barbecue e macchine nuove. Il vuoto e l’assenza sono anche dei corpi. I ragazzi oggi non si sentono, non hanno un’esperienza del corpo. Per esempio non conoscono la fatica, hanno una dimensione sessuale ostentata dal mercato e quindi seguita secondo input esterni e non stimoli interni. I ragazzi toccano il proprio corpo cercando lo strazio, che sia vomitare autolesionarsi coprirsi di piercing, ogni gesto è un grido, per lo più inconsapevole. Finché il sangue è virtuale sullo schermo di una playstation, è necessario metterlo alla prova fino in fondo per tornare nel reale. E’ questa l’estrema conseguenza.
I ragazzi che ci fa incontrare Van Sant non hanno patologie, sono molto soli. E soprattutto sono da soli in uno spazio apparentemente senza pericoli, in aule attrezzate, in campi da gioco curati, in case a schiera, in luoghi perfetti, dove non c’è niente da chiedere, quindi niente da fare, quindi niente da pensare e condividere. Insomma è tutto già morto, non c’è nessuna differenza con lo spazio bianco in cui si muovono gli omini della playstation. I ragazzi sono soli tra il cielo che corre, indifferente e lontano, e la terra coperta di foglie cadute. L’assenza di corpo è data dal taglio costante del corpo nelle riprese, tutte tagliate alle spalle o poco più, il corpo non esiste, tranne che nella doccia dei due ragazzi che si preparano ad uccidere. Ci vuole un corpo per ammazzare. E’ una ripresa di possesso di sé ammazzare, con tutto l’orrore che questo significa, è l’orrore del mondo provinciale occidentale. Van Sant riprende le facce che si hanno mentre si fanno i gesti, semplici gesti, persone che il regista ci fa guardare negli occhi, per stare alla loro altezza, guardarli in faccia. Oppure, all’opposto, stargli dietro, seguirli, entrare negli spazi dal punto di vista delle loro spalle.
Il ritmo dello stato d’animo dei personaggi è dato da “Chiaro di luna” di Beethowen. Una musica che cresce piano, mantenendo sempre la stessa andatura, ma alzando i toni, e la frequenza del respiro. Il pianoforte è uno strumento che raccoglie per antonomasia due opposti, e chi lo suona pensa alla fine che non ha mai avuto una giornata così bella e così brutta, contemporaneamente.
Sono pochissimi i momenti in cui Van Sant si concede un intervento emotivo, qualche ralenty in attimi in cui forse si muove una piccola affettività, guardare un ragazzo carino che passa o giocare con un cane, come se quegli attimi fossero gli unici in cui trovare un germe vitale, il regista gli offre un tempo di qualche secondo superiore, al rigore intransigente con cui segue tutto il resto.
In una lezione di fisica si parla dell’atomo, l’energia degli elettroni aumenta allontanandosi dal nucleo, e viceversa. La scuola è il nucleo della città? Viene naturale chiederselo a questo punto.
Le aule e i corridoi sono pieni di cadaveri, e di ragazzi che corrono spaventati, anche se tutto avviene in secondo piano visivo, quasi in silenzio, accennato, senza esibizionismo fanatico o manifestazioni di panico, e l’ultima cosa che si sente non è un grido, né uno sparo, né una parola buona o cattiva, è una conta, ambarabaccicocò.

Paola Turroni



 
 
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