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Powderfinger
It's only rock 'n' roll

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Venerdì, 21 Novembre 2003

A cura di Paolo Cardillo





Powderfinger

Artista: Powderfinger
Album: Vulture Street
Etichetta: V2 International

I Powderfinger sono una band australiana, messa insieme a Brisbane nel 1989 da tre compagni di liceo desiderosi di suonare rock ‘n’ roll senza grandi pretese ed esibirsi nei locali della loro città in cover di Neil Young (il nome della band deriva da un suo vecchio classico), Rolling Stones, The Doors, Led Zeppelin.
Dopo un paio di aggiustamenti di formazione, oggi la band è costituita da Bernard Fanning (Voce), Darren Middleton (Chitarra), Ian Haug (Chitarra), John Collins (Basso), Jon Coghill (Batteria).
I Powderfinger seguono la trafila classica di ogni rock-band che si rispetti: concerti autopromossi, locandine stampate in casa, pubblicazione autoprodotta del loro EP omonimo d’esordio, tour infiniti in furgone.
Nel corso degli anni, una rotazione sempre più massiccia sulle radio australiane, li porta alla conoscenza del grande pubblico di casa e induce la Polydor Records Australia a metterli sotto contratto per il loro album d’esordio “Parables for Wooden Ears” del 1994, prodotto da Tony Cohen, allora produttore di Nick Cave and the Bad Seeds.
Il disco mette in evidenza un suono più netto e violento rispetto ai primi EP, maggiormente permeati da atmosfere sognanti e caratterizzati dalla voce “soul” di Fanning.
Il 1996 è l’anno della consacrazione definitiva e vede la pubblicazione di “Double Allergic”.
Si tratta di canzoni rock immediate ed orecchiabili costruite su groove melodici ed avvolgenti. Il disco entra nella Top Ten australiana e vale alla band un doppio album di platino.
“Internationalist” del 1998 schizza subito al primo posto delle classifiche, così come il successivo “Odissey Number Five” del 2000, vincitore di ben cinque album di platino, che porta la musica dei Powderfinger fuori dai confini australiani e li impone come potente rock ‘n’ roll band un po’ in tutto il mondo.
La loro fama internazionale si consolida grazie all’inclusione della loro “My Kinda Scene” nella colonna sonora di “Mission Impossibile 2” ed a continui tour in Europa (di spalla, fra gli altri, ai Coldplay) e negli USA (dove si esibiscono nell’ambito di numerosi festival). Negli USA la loro miscela di rock melodico, ballate blues e rock ‘n’ roll veloce, conquista velocemente il pubblico americano.
“Vulture Street” esce nel luglio del 2003 dopo una gestazione di sei settimane in uno studio di registrazione di Sydney.
Già dal primo ascolto si capisce l’attitudine del combo australiano.
E’ rock in-your-face, diretto, tirato, con vaghi richiami ai Black Rebel Motorcycle Club più veloci.
Riff puntuali e incisivi, ritornelli convincenti e assoli di chitarra al momento giusto, mai ridondanti, sempre perfetti, contraddistinguono la maggior parte degli undici brani dell’album.
L’iniziale “Rockin’ rocks” (il titolo dice già molto) parte con un attacco di chitarra che sa di The Crowes, di The Cult (periodo “Electric”), di sudore e watt a balla.
La voce è perfetta e la sezione ritmica viaggia come un treno.
“Baby I’ve got you on my mind” procede su coordinate simili. Coretti, assoli, ritornelli, riff. Non manca niente.
“Since you’ve been gone” parte come un blues lento e malinconico e prende corpo con un deciso cambio di ritmo nella sua parte centrale. Con un titolo del genere, è facile intuire l’atmosfera del brano.
Con “Love your way” è tempo di ballate languide, voci emozionali, chitarre acustiche. E anche qui un assolo di chitarra elettrica che è una delizia.
“Sunset” ricorda un po’ troppo i Train (quelli di “Drops of Jupiter”), anche se la grana qui è più fine.
“Don’t panic” non convince. Troppo American rock. Mancano spessore e ispirazione.
Nell’attacco di “Stumblin’”la voce di Fanning richiama (vuole richiamare?) i toni del sempreverde Iggy Pop.
“Roll right by you”. Titolo che ricorda gli Oasis, ma gli ingredienti qui sono altri. Canzone che scorre via facile, puntellata dall’immancabile assolo di chitarra, sempre piacevole.
“How far have we really come?” è la seconda ballata del disco. Stesso discorso di “Love your way”. Qui c’è anche un piano leggero che si tiene sullo sfondo e sostiene il brano, interpretato ancora una volta in “modalità morbida” dal vocalist.
“Pockets” parte con una voce leggermente filtrata, lontana. Solo voce e chitarra.
Il brano si arricchisce progressivamente di elementi ritmici, prima il basso, solo verso la fine la batteria che conducono verso una conclusione elettrica, secca, tirata dove le chitarre si fanno più cattive e l’assolo incide a fondo.
L’album si conclude con “A song called everything”, uno degli episodi migliori del lotto, grazie ad un ritornello convincente, che si fonda sul finire con l’ennesimo, ispirato e anche ultimo assolo di chitarra del disco.
I Powderfinger non sono degli innovatori, non inventano niente di nuovo, ma propongono un rock ‘n’ roll che fa piacere ascoltare e che attinge dal passato ispirazione, emozione e voglia di suonare.
Un disco onesto, divertente, piacevole.

Notizie utili sulla band (biografia, fotografie, date delle tournée, ecc.) si possono trovare sul sito ufficiale www.powderfinger.com


DISCOGRAFIA
Parables for Wooden Ears (94)
Double Allergic (96)
Internationalist (98)
Odyssey Number Five (00)
Vulture Street (03)



 
 
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