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Swimming pool

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Martedì, 2 Dicembre 2003

A cura di Giancarlo Visitilli




“Tutti i premi sono come l’emorroidi: prima o poi ogni culo le prova”. Con questa premessa, messa sulla bocca dell’attrice-scrittrice protagonista, François Ozon, regista trentaseienne parigino, dà inizio al suo film Swimming Pool, presentato in concorso al 56mo Festival di Cannes (2003).
Sarah Morton (interpretata dalla bravissima Charlotte Rampling) è una scrittrice inglese di gialli, sul modello di Jacques Deray, che negli anni sessanta pubblicò uno psico-giallo La piscina (1968), di cui è difficile dimenticare l’interpretazione di Romy Schneider e dell’altro infelice scrittore Alain Delon. Sarah é in piena crisi esistenziale e a corto d’ispirazione. Per questo motivo accetta l’invito del suo editore a trasferirsi nella sua casa francese, per un periodo di sereno e produttivo lavoro solitario. I primi giorni passati nella bella villa con piscina, serviranno alla donna per ricominciare a scrivere, nella solitudine e nel tentativo di mettersi a dieta. Sarah sembra aver raggiunto un equilibrio interiore e aver ritrovato la sua vena creativa. Ma tutto questo durerà solo fino a che arriverà la disinvolta Julie, figlia del proprietario della casa, che viola la gelosa riservatezza della scrittrice. Solo allora tutto apparirà come enigmatico e surrealista all’inverosimile.
Con una sceneggiatura suddivisa in tre parti, il regista-autore di già ottime prove come Sotto la sabbia e Gocce d’acqua su pietre roventi, delinea il rapporto maniacale e ossessivo tra la scrittrice matura e l’adolescente provocante, la femme fatale Julie (una giovane promessa, Ludivine Sagnier, che tanto sarebbe piaciuta ai fans da Ultimo bacio), con un improvviso ‘cambio di genere’ verso il giallo puro, tessuto col quale il regista tesse tutto e niente: fantasie sessuali, vita reale e sogno, ossessione per la scrittura ‘di getto’ e con sguardi e impressioni da La signora che visse due volte; ma c’è anche Kubrick e lo Chabrol delle periferie malate. Peccato che alla fine, tutta l’impalcatura, forse perché sovraccaricata da tante citazioni e atmosfere thriller, si dissolve in una banalità, che lascia imbarazzati: tutto è avvenuto nella fantasia della giallista, ovvero nelle pagine del libro appena dato alle stampe.
Tuttavia, Ozon rimane ancora un “animale di razza rara”, per la sapienza con cui mescola e sforna lavori (veramente tanti) mistery, melò, ironici e surreali.
Ancora una volta, però, il regista preferisce gli spazi chiusi e ne cura i dettagli: i riflessi dell’acqua e sul vetro, gli specchi, la natura morta. Sceglie nuovamente due protagoniste femminili, mettendo in evidenza il suo lavoro, fino allo stremo, con le attrici. Introietta il romanzo giallo di Sarah, essa stessa diventa una sorta di alter ego del suo autore, facendo passare l’idea di come il quotidiano, non sia rosa-femminile, ma giallo, addirittura nero-reale.
A tal proposito, basti pensare che Sarah meriterebbe di essere esiliata o messa al rogo, in Italia (se si pensa all’attuale polemica parlamentare), perché fa una scelta precisa, non appena si stabilisce nella villa in Provenza: decide di togliere la croce da sopra al suo letto. Nulla deve poter interferire con la sua interiorità. E’ così Ozon. Non per nulla egli, insieme alla ‘sua’ scrittrice scrive, racconta e vede la vita intorno alla piscina, “la terra fertile per i batteri”.
Ogni personaggio del romanzo di Sarah (e del film di Ozon) diventa allora un batterio, ognuno a rincorrere sangue-sesso-denaro. Ci si ammala come la scrittrice di gialli, per cui diventa “faticoso uccidere un uomo”. Tutto è vissuto con l’idea del so che tu sai. Perciò, già nella seconda parte, il film non regge. Difficile pensare che si tratti di Ozon.
Ci si alza in sala, con l’idea di aver visto un film, mentre si stava leggendo un libro. Peccato che sapevamo già il finale.





 
 
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