 "Senza Titolo"
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L'inverno era tornato, uno straniero in abito scuro, e aveva coperto di gelo i muri di una piccola casetta di pietra. E così, come chiusa in un incantesimo, l'anima di quella piccola casa con i muri di pietra continuava a respirare e a vivere, in un modo silenzioso, della presenza di cinque donne e dell'assenza di due uomini.
L'inverno non aveva un colore, non uno soltanto, ne aveva molti. Ma di odore ne aveva uno solo, ed era quello del fuoco. In verità di odori se ne sentivano tanti: la terra, la pioggia, la campagna, ma quelli erano gli odori delle cose che vivevano dentro l'inverno, come le persone. L'odore dell'inverno era decisamente quello del fuoco.
Le cinque donne erano una mamma e le sue quattro figlie, i due uomini un padre e suo figlio. A C. il fuoco piaceva, quando la mamma non la vedeva posava il telaio del ricamo sul tavolo della cucina e andava a sedersi davanti al fuoco, che accendevano in un angolo della stanza, e restava li a guardarlo e a respirarlo fin quando la mamma tornava con i cesti pieni di olive e la sgridava: doveva finire di ricamare, dovevano vendere le tovaglie ricamate giù in città per poter comprare da mangiare. Ma a volte passavano anche ore prima che la mamma tornasse, e lei restava li a guardare quelle lingue di fuoco per pomeriggi interi.
C. era la più piccola delle figlie. La più grande, F., era ormai quasi una donna e aiutava la mamma a occuparsi della casa e delle sorelle. Sette anni dopo la nascita di F. vennero al mondo due gemelle, A. e R., che se ne stavano sempre in disparte. Loro due si bastavano, non giocavano mai con nessun altro, non avevano mai detto una parola da quando avevano conosciuto il mondo, abitavano in un universo tutto loro. Nessuno le aveva mai capite, ma nessuno, in verità, ci aveva mai nemmeno provato.
F. era quella che più si faceva carico dei problemi della famiglia, si occupava delle sorelle, preparava la cena, aiutava la mamma a raccogliere le olive per fare l'olio e rivenderlo al mercato della domenica, la sera ricamava rischiarata dalla sola luce del fuoco fino a notte inoltrata. Ma tra tutte era la più felice, perché era innamorata, e non era difficile sentirla cantare mentre lavava i pavimenti o mentre pelava le patate per la cena. Aveva lunghi capelli rossi che portava raccolti in una treccia, e negli occhi il nome del suo amore che presto sarebbe tornato per sposarla e portarla via da quel paesino di campagna. Sarebbero andati a vivere in città, lui gliel'aveva promesso, avrebbero avuto l'acqua in casa e la radio, avrebbe avuto anche un paio di scarpe da usare tutti i giorni e non solo quello per le feste, e si sarebbero comprati anche una di quelle macchine che hanno i ricchi, lui le aveva promesso anche questo, e la gente per le vie della città si sarebbe girata a guardarli. F. cantava sempre durante il giorno, lavorava duro e non si lamentava mai, perché sapeva che il suo amore stava per tornare, perché anche se era in guerra lui non sarebbe morto, non può morire chi ama e ha una vita come la loro da cui tornare. E poi la guerra se non la vedi non la conosci, F. non aveva idea di cosa fosse, per lei era solo una parola. Conosceva l'amore, e l'amore era tutto. Poteva sopportare qualunque condizione in quella vita, qualunque fatica e qualunque sacrificio: sapeva che presto la sua vita sarebbe cambiata, che i suoi sogni si sarebbero realizzati, e il suo G. avrebbe fatto di lei una principessa.
A. e R. amavano ricamare, amavano qualunque attività che non le costringesse a comunicare con gli altri e che potesse lasciare libera espressione alla loro creatività. Comunicavano poco anche con la mamma, a volte con dei gesti a volte solo con lo sguardo, e vivevano in simbiosi. Se una aveva la febbre anche all'altra veniva la febbre, se una aveva sonno anche l'altra si metteva a dormire, se una non aveva fame anche l'altra saltava il pasto. Era come se avessero due corpi ma una sola anima. Erano due gemelle siamesi unite da una parte non visibile: l'anima.
C. era la più piccola, era una bambina vivace, con capelli corvini e grandi occhi neri, che amava la vita e sapeva sognare. Aveva una bambola di pezza che le aveva cucito la nonna, prima di morire, e che lei custodiva gelosamente sotto il suo cuscino per tutto il giorno. La teneva nascosta illudendosi di essere l'unica a sapere della sua esistenza. Tutti sapevano della sua bambola, ma a nessuno importava, e C. poteva fingere che fosse un segreto solo suo e questo rendeva tutto più bello. La notte aspettava che gli altri si addormentassero e poi tirava fuori la bambola da sotto il cuscino e ci giocava, le raccontava delle favole che inventava lei, le cantava delle ninne nanne, e poi si addormentava pensando a cosa raccontare a suo padre e suo fratello quando sarebbero tornati dalla guerra. Loro erano le due assenze che abitavano li e che riempivano la vita di tutti, perché aspettare che qualcuno torni scandisce il tempo di una vita, aspettare qualunque cosa scandisce il tempo, lo spezza. Una vita tutta intera è spaventosa, bisogna dividerla in tanti piccoli pezzi per poterla vivere.
I giorni si somigliavano tutti da così tanto tempo che era difficile cogliere una novità che, silenziosa, si era insinuata in quella casa. Difficile sentire il silenzio di qualcuno che non ha mai parlato. Per questo tutti tardarono ad accorgersi che A. e R. erano ammalate. La mamma se ne accorse solo quando la febbre divenne troppo alta e le due gemelle non riuscirono più ad alzarsi dal letto. Successe così che le sorelle si accorsero di loro, che arrivarono anche a preoccuparsi per le due bambine che fino a quel momento erano state invisibili per il mondo intero.
La mamma scese in paese in cerca di un dottore, F. cercava di raffreddare le loro fronti con pezze di stoffa e acqua fredda, C. si preoccupava del fuoco per riscaldare la stanza, il papà non le coccolava come avrebbe fatto se fosse stato li, e il fratello non era sceso in paese a comprare loro le medicine, e non lo avrebbe fatto mai più.
"Tubercolosi - disse il dottore - moriranno in meno di un mese".
F. scrisse una lunga lettera a suo padre e a suo fratello perché tornassero a casa ad assistere le sorelline in punto di morte. Quella lettera non ebbe mai una risposta, ma nemmeno tornò indietro. Nessuno seppe cosa pensare, il bisogno di andare avanti convinse tutti, in silenzio, che la lettera fosse andata perduta. Era l'ipotesi migliore.
La mamma iniziò a piangere di nascosto tutti i giorni e tutte le notti, finché divenne un vizio e non seppe più smettere di farlo.
Passarono due mesi, l'inverno era ancora più secco e pungente, e le gemelline sempre a letto ammalate. C. stabilì che i medici erano degli impostori, e che l'unico ad essere all'altezza di quella situazione fosse Dio. Si rivolse a lui, gli chiese di salvare le sue sorelle, era vero che non le erano mai piaciute, avevano dieci anni e non avevano mai detto una parola, non avevano mai giocato con nessuno, erano due esseri quasi inutili, però in fondo voleva loro molto bene, se ne accorgeva solo adesso, non desiderava che morissero. Ogni sera C. chiedeva a Dio che le salvasse dalla morte, e passava molto tempo inginocchiata davanti al suo letto a pregarlo perché guarissero, tanto da dimenticarsi di chiedere anche la salvezza di suo padre e suo fratello. Quando se ne accorse si sentì molto in colpa, e finì con il pregare giornate intere per recuperare gli arretrati.
Il 9 di gennaio era una domenica. Tutta la casa fu svegliata da delle grida di gioia - e non fu tanto lo spavento di sentire delle grida di prima mattina, quanto lo stupore di avvertire che fossero di gioia. La mamma pensò che le sue figlie erano finalmente guarite e si precipitò da loro, C. pensò che erano tornati suo padre e suo fratello e che avevano tanti regali per tutti e scese di corsa dal letto, le gemelle si trovavano in un mondo diverso, parallelo, creato dalla febbre e del tutto incomprensibile anche a loro, e non avevano avvertito né le grida né lo stupore della gioia.
F. deluse tutti dicendo che aveva urlato per gioia di aver ricevuto una lettera dal suo amore.
Le diceva che aveva passato giorni molto difficili, che i suoi compagni non ce l'avevano fatta ma lui aveva trovato il coraggio di salvarsi pensando a lei e alla vita meravigliosa che avrebbero avuto insieme quando lui sarebbe tornato. Aveva contratto una malattia e in questo momento si trovava in un campo della croce rossa, ma non doveva preoccuparsi, non era niente di grave. Le diceva che l'amava e che presto sarebbe tornato, la guerra stava finendo. Era il 1944.
La mamma disse che era contenta per lei e pianse di nascosto, C. pensò che se se si fosse sposata, F., sarebbe andata via e questa non era una buona cosa. Finì per credere che Dio volesse punirla perché non pregava abbastanza, così smise di giocare con la sua bambola la notte, e pregò Dio più che poteva perché riunisse la sua famiglia tutta quanta.
La malattia di A. e R. divenne anch'essa una componente dei giorni che passavano ognuno uguale agli altri, come il pianto della mamma e l'assenza dei due uomini. Ci volle tempo perché ci si accorgesse che A. era guarita. In effetti è difficile accorgersi di quando un muto ricomincia a parlare.
Erano passati cinque giorni dalla lettera ricevuta da F. quando A. scese dal letto. Era mattina, fuori c'era un bel sole a nascondere l'inverno. La mamma si era alzata alla buon'ora ed era andata al fiume a lavare le lenzuola, le stava stendendo sulla terrazza, ben esposte al sole, si sarebbero dovute asciugare entro sera. Dormivano ancora tutte quando rientrò in casa, sfregandosi le mani gelate, ed era stata la prima a vederla, A., in piedi davanti al suo letto, disorientata, spaventata, impaurita. La sorpresa la bloccò un istante, poi capì che quella era una cosa di cui essere felice e corse ad abbracciare la figlia che, com'era sempre stata sua consuetudine, non si mosse minimamente, non reagì in nessun modo. Anche R. sarà guarita, pensò. Toccò la fronte della bambina che dormiva, e scottava ancora. Quando C. seppe che una sola delle sue sorelle era guarita pensò che doveva pregare di più, che Dio la stava ascoltando. Pregare funzionava.
Quello che nessuno aveva capito era che A. non era mai stata ammalata, e che R. stava davvero per morire.
C. passava le sue giornate con le mani giunte davanti al fuoco, la mamma piangeva, F. sognava, A. continuò a restare immobile a letto benché si sapesse che non era ammalata.
Nel 1945, con la fine della guerra coincise anche la fine del freddo, lo straniero in abiti scuri lasciò il suo albergo e ripartì, con la promessa di tornare.
Era il 20 agosto quando C. vide dalla finestra un uomo percorrere la stradina che portava alla casa di pietra.
"Papà!" gridò, con una forza che non sapeva di avere. La mamma e F. corsero alla finestra, e videro un uomo con uno zaino sulle spalle camminare piano verso di loro, come se volesse tornare ma avesse paura di qualcosa, come se sapesse che la paura non se la sarebbe mai più lavata dal cuore, come se sapesse della disperazione che stava portandosi con sé.
La mamma e F. rimasero immobili alla finestra a guardare quell'uomo, uno sconosciuto, camminare verso di loro.
C. si precipitò giù per le scale e gli corse incontro, lo abbracciò senza dirgli nemmeno una parola, e rimasero a lungo così, abbracciati e immobili.
C. era solo una bambina e non si rese conto di nulla, ma la mamma e F., che si abbracciarono e si persero nelle lacrime più amare davanti alla finestra, si resero conto di tutto.
Il fratello, B., era morto in guerra. Non sarebbe mai più tornato. E nemmeno il padre che era partito per la guerra sarebbe mai più tornato, quello era un uomo diverso, con gli occhi pieni morte. Quando F. guardò quegli occhi capì la guerra, e capì che l'amore non bastava a sopravvivere.
A C. nessuno aveva spiegato che B. non sarebbe mai più tornato, e lei era l'unica persona davvero felice nei giorni che seguirono l'arrivo di suo padre. Pensava che quel ritorno fosse come la guarigione di una delle sue sorelle, un segno che Dio la stava ascoltando, e che se avesse pregato di più avrebbe ottenuto la salvezza di tutti.
L'inverno stava per tornare di nuovo, mantenendo la sua promessa, e una sera la mamma e il papà non andarono a dormire insieme al resto della famiglia come avevano sempre fatto, rimasero intorno al fuoco a parlare. C. era sveglia, ma fingeva di dormire. Pensava che fosse bellissimo quel momento, le sue sorelle che stavano per guarire, i suoi genitori intorno al fuoco, sua sorella F. che non si era ancora sposata e dormiva nel letto accanto al suo, e aveva anche qualcosa da aspettare, il ritorno di suo fratello B. che, chissà, magari sarebbe avvenuto anche il giorno seguente. Era un attimo perfetto quello, si sentiva protetta, al sicuro, si sentiva felice. Non ci pensava nemmeno ad addormentarsi, voleva vivere quel momento, di tempo per dormire ne avrebbe avuto. Pensò che il giorno seguente avrebbe ringraziato Dio per averla resa così felice e, contro la sua volontà, si addormentò.
"Com'è successo?", chiese la madre.
"Che importanza ha?".
"Per una madre ne ha".
"E' morto in guerra".
"Ma in che modo?".
"E' morto in guerra. Questo è un modo". Aveva chiuso l'argomento. Non avrebbero mai più parlato del loro figlio morto o di come era successo, ma solo del loro figlio quando era vivo.
In realtà lui non lo sapeva in quale modi B. avesse perso la vita. Si era imbarcato su una nave, e non era mai più tornato. Tre giorni dopo era giunta la voce che tutta la flotta era stata affondata. Non seppe mai più nulla di suo figlio, ma seppe che su quella nave erano morti tutti. Tutti. Non sapeva darsi pace per non essersi imbarcato al posto suo.
Si alzò dalla sedia, per allontanare i pensieri, e andò a toccare la fronte delle gemelline che dormivano, o che almeno lui pensava dormissero.
"R. scotta, ha ancora la febbre molto alta", gli disse la moglie a bassa voce.
"No, è gelata - disse l'uomo - è morta".
"Non è morta. E' guarita". Queste furono le prime parole pronunciate da A. nei suoi undici anni. E le disse talmente bene che nessuno poté credere che fossero le sue prime parole, tutti pensarono che le gemelle parlassero da sempre tra di loro, quando nessuno poteva sentirle. Nessuno le aveva mai capite, e nessuno le capì mai.
C. era felice che le sorelle fossero guarite sia dalla febbre che dal loro isolamento, ma un pochino le dispiaceva anche. A lei piaceva il loro silenzio, la loro voce adesso le rendeva uguali al resto del mondo, prima erano qualcosa che ci si incantava a guardare. Però Dio l'aveva ascoltata, aveva fatto guarire le sue sorelle e aveva fatto tornare suo padre, C. si convinse che pregare funzionava davvero, e continuava a farlo per suo fratello, che era vivo benché tutto il mondo lo credesse morto. Si trovava, privo di ricordi, in Inghilterra. Ebbe una vita felice, forse aiutato dalle preghiere di C., morì di vecchiaia all'età di 93 anni, e in punto di morte si ricordò tutto: della sua famiglia, della casetta di pietra in cui era cresciuto, della guerra, tutto. Ma le persone che lo assistevano pensarono che fosse un delirio causato dalla morte che sopraggiungeva, e nessuno seppe mai che anche B. aveva avuto una famiglia.
Arrivò anche il giorno tanto atteso da F., cioè il giorno in cui G., il suo amore, tornò dalla guerra. Ma ci sono sogni che nascono per essere tali, e che quando si realizzano, muoiono. A lei successe così.
G. tornò cieco. L'infezione che aveva contratto durante la guerra gli rubò la vista. F. cercò di stargli vicino, di fargli capire che lo amava, che voleva sposarlo lo stesso, che l'amore non conosce ostacoli, che si sarebbe presa cura di lui. G. non seppe ascoltare, e prima di Natale si suicidò.
F. non si innamorò mai più in vita sua, non diede mai più il suo cuore a nessun uomo, e qualche anno dopo le comari del paese dicevano che era diventata una prostituta. Ogni tanto la si vedeva in giro per il paese, vestita di nero e con i capelli raccolti in una treccia rossa, e si portava dietro le voci di tutti. Le donne sanno essere molto cattive tra di loro, ma le voci di paese in genere un fondo di verità ce l'hanno.
Le gemelle morirono in silenzio, come in silenzio erano nate. Morirono lo stesso giorno, alla stessa ora, nello stesso istante, ma in due posti diversi e lontani nel mondo. A. si trovava a Parigi, era diventata una pittrice, ed era li per una mostra. R. si trovava a Roma. Faceva la pittrice. Morirono di lunedì, a 71 anni, dopo undici anni di silenzio che nessuno capì. Un giorno, tutto a un tratto, smisero di parlare, senza un apparente motivo. Ma non smisero mai di dipingere. In realtà il motivo per il loro silenzio c'era, ed era la morte che sarebbe sopraggiunta undici anni dopo. Ma nessuno capì mai.
C. conobbe un uomo meraviglioso, si chiamava C. anche lui, e si sposarono prima che lei compisse vent'anni. Insieme a lui ebbe due figli e una figlia.
C. seppe amarla senza finzioni, seppe starle accanto per tutta la vita senza farle conoscere il dolore, seppe darle la forza per superare i momenti difficili che incontrarono insieme nella loro vita. Lei ha sul viso le crepe del tempo che è passato e l'amore ancora nei gesti. C. ha sposato una donna davvero in gamba, a cui non ho mai detto "ti voglio bene", ma che lo ha sempre saputo.
C. è mia nonna, e la casa in cui è nata esiste ancora, e porta anche lei i segni del tempo e dell'amore che l'ha abitata.
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