 Marina Cvetaeva
Mosca, 1940
|  Emily Dickinson
|  Sylvia Plath
|  Anne Sexton
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Marina Cvetaeva, Emily Dickinson, Sylvia Plath, Anne Sexton.
Donne spaccate tra la scrittura e la società, perché una rifiuta l’altra, perché la scrittura chiede regole di appartenenza violente, e la società chiede madri e mogli. Così la spaccatura, il rifiuto, le regole si incarnano, prendono la forma del proprio corpo e per diretta conseguenza si fanno scrittura, quando la scrittura è l’ago che cuce, il filo è il corpo e la stoffa è la vita. La scrittura è il gesto che permette di guardare, e di guardarsi, prima che di farsi guardare.
Anne Sexton sceglie le maschere per difendersi dal contraddittorio prodursi di ruoli, come una pena per esasperazione del già dato. Bella e imbruttita, sexy e infantile, moglie e amante, indifesa ed esibizionista. Ma la consapevolezza critica del travestimento le costruì addosso un’altra prigione. La maschera infatti non copre il volto, ne amplifica gli effetti. Il sempre più vorticoso scambiarsi di ruoli, le amplificò il dolore. Anne mette il suo corpo in mostra, lo manda avanti nel mondo, a scavare spazi, calamitando reazioni a catena che nella sua scrittura diventano concitazioni, provocazioni, sono la terra fuoriuscita dalla scavo, sono i vestiti tolti e messi che lasciano odori sul letto. Dietro questo apparente scivolare da una maschera all’altra, sta la strega posseduta, fraintesa, inquisita dalla società, e la scrittura è rituale liberatorio perché è performativa, denuncia la violenza delle conseguenze psicosociali dell’essere (prima che dell’avere) corpo femminile. Anne scriveva senza inibizioni delle esperienze corporali (aborto, masturbazione, mestruazioni, adulterio, lesbismo), ma questo era il suo modo di vivere, si butta giù dalle scale per rompersi un’anca e rimanere claudicante per tutta la vita dopo un dispiacere amoroso.
Sylvia Plath reagisce alle stesse costrizioni di una società borghese coi suoi compiti femminili preconfezionati, con i college dell’ipocrita buona educazione, l’American Dream delle brave mogli-mamme, in modo diverso, cercando il nascondimento, nel vano tentativo di normalizzarsi. Sylvia si sforza di nascondere la sua diversità di creatrice e artista in ambienti che poco favoriscono l’eccentricità del suo talento, così scrive lettere edificanti a casa, indossa gonne di tweed e gemelli di lana, consapevole mentre lo fa che questo significa svilirsi. Aspira con ottimismo, a conciliare l’inconciliabile, la minestra pronta, i letti fatti, e la poesia. A differenza di Anne a un certo punto smette di giocare con la sua femminilità, come aveva fatto da ragazza, anzi sentendosi quasi in colpa quando desidera un bel corpo, perché rifiutare i ruoli della società significa anche rifiutarli come femmina. Inizia un indurirsi progressivo, dopo che il suo ottimismo cede alla realtà dei fatti, è attraverso questo pietrificarsi che l’eccesso di vita si distilla fino alla ricerca dell’essenza (elenchi della spesa, descrizione degli insetti sulla finestra), una ricerca sfibrata dell’appiglio per un sentimento della vita che si sfalda in continuazione, un impeto vitale da trattenere o una impossibilità di farsi intendere.
Sylvia Plath ha bisogno fermare nell’istante, rifare costantemente il punto della situazione (le cose da scrivere, le cose da comprare, le persone da vedere e quelle da non vedere più), ripassare in rassegna il corpo come un cestino che raccoglie la vita appallottolata in cartacce. Il corpo, in questo bisogno di conferma di esistenza che è il parlarne, diventa angoli di pelle, sopracciglia e unghie, piccole ferite, cuore che si distende Anche in Anne Sexton troviamo questo senso di ciotola del corpo, ma nella testa, perché è nella testa che si raggrumano e poi escono le immagini. Per Sylvia, che trattiene il suo corpo in una forma accettabile per l’occhio sociale, le parole diventano tutti gli sputi e i graffi trattenuti; Anne invece, che dà realmente il suo corpo in pasto, si concentra sulla sua mente, aiutata dalla psicanalisi impara a tradurre in termini consci il linguaggio dell’inconscio.
Emily Dickinson scrive per tutta la vita lettere per difendersi dalla solitudine, le lettere sono braccia tese, sguardo che cerca, desiderio di contatto e illusione di contatto, una fuga dalla prigione dell’immobile (non si allontana mai dalla casa paterna). Ma per Emily Dickinson la solitudine è comunque inevitabile, chiusa in un secolo più indietro di lei, prima che in uno spazio. La lettera è la forma in cui un modo di vivere, e quindi il modo di gestire il proprio corpo, si manifestano. Un corpo spostato dal sé, che in sé non si completa, ma che trasfigura, attraverso la sensazione pura, nella natura, nel movimento della natura, nell’amplesso dell’ape e del fiore, nell’alba e nel tramonto, nella tessitura della tela di un ragno, perché la natura sa dire, senza parole, più di quello che le parole solo accennano. È fuori dalla parola, come fuori dal corpo, che c’è l’affermazione. Emily si denuda, per mescolarsi al mondo nella condizione più primigenia possibile, tra gli Elementi, per farne a sua volta Elemento, e sfuggire così la solitudine sociale, l’inadeguatezza storica, in cui è incatenata. Emily Dickinson per accettare la solitudine rovescia il destino in scelta, il desiderio in rinuncia, e la casa di suo padre diventa una trincea in cui l’eroina trasforma in centripeta l’energia centrifuga, facendo della poesia l’urlo nel silenzio.
La rinuncia può essere, all’inverso, affermazione della propria esistenza, un’operazione di sottolineatura, come in Marina Cvetaeva. La disciplina esistenziale per lei, nel senso di coerenza profonda con il proprio sentire, è la sfida alla consuetudine, al perbenismo, in un misto di coraggio e oltraggio, prima di tutto verso se stessa. Marina è destinata organicamente ad andare controcorrente, poeta al bando, esiliata, perché politicamente nemica, e perché letterariamente ostica, all’avanguardia. Già a sei anni scrive poesie in diverse lingue, si forma in paesi diversi che alimentano la sua irrequietezza. Il mondo in Marina Cvetaeva è inglobato nel corpo, e il suo modo di vivere, attraverso la sua biografia travagliata, fu impetuoso e avido - il verbo iest in russo indica sia essere (come ausiliare) che mangiare. Questo rapporto rapace con la vita si manifesta naturalmente anche nella vita amorosa, ebbe amori sentimentali passionali carnali cerebrali etero e omosessuali. Un modo che va aldilà del ruolo maschile o femminile in un rapporto, ma che è manifestazione della sua cascata vitale, un’ansia che le costrizioni politiche della sua patria prima, l’indigenza di Praga e la società perbenista francese dopo, non le permettono di esprimere. Sono le mani la parte del corpo che si prende questo gesto sulla vita, e che troviamo in moltissime sue poesie, perché le mani sono un ponte, prendono e stringono, le mani sono l’arto dell’amore, sono il mezzo per scrivere.
Le mani contrapposte ai piedi di Emily Dickinson, la cui ascesi non è aspirazione a trascendere, ma ad ancorarsi alla terra, dice infatti che vuole la salvezza della caduta. Mentre Marina Cvetaeva, innalza le mani verso l’alto, in una ricerca di volo che raccolga tutto quello che la dispersione della sua vita ha seminato in mezza Europa.
Poesie Scelte
la TESTA luogo di raccolta e di scavo
Ho bussato sulla mia stessa testa;
era di vetro, una scodella rovesciata.
(…) stringerò la mia sgraziata scodella
con tutte le sue incrinate stelle luccicanti.
(Anne Sexton)
La mia testa è come un cestino pieno di cartacce, capelli e torsoli di mela ammuffiti.
(Sylvia Plath)
Lasciato cadere un frammento di fronte
nella mano contratta da un crampo,
(Marina Cvetaeva)
Inebriata d’aria sono io,
corrotta di rugiada. Barcollando
esco da taverne di blu fuso -
vago per giorni estivi interminabili.
(Emily Dickinson)
gli OCCHI il cedimento del vedere
Non è Rivelazione - questa - che ci attende, Ma soltanto i nostri occhi spogli
(Emily Dickinson)
Tra guanciale e risvolto del lenzuolo han puntellata la mia testa
come un occhio tra due palpebre bianche che non si chiuderanno.
Stupida pupilla, tutto deve sorbirsi.
(Sylvia Plath)
Specchianti! Né maretta, né grembo in loro.
L’universo guida in loro il movimento.
(…) Frane degli occhi adolescenti! Spazi vuoti!
Di anime incandescenti abbeveratoio!
(Marina Cvetaeva)
Non posso promettere molto.
Ti do le immagini che conosco.
Sdraiati con me e guarda.
(Anne Sexton)
dalla BOCCA alle MANI (e viceversa)
Ho le labbra secche, screpolate, me le mordo a sangue. Ho sognato che avevo lunghi graffi dolorosi sulle dita della mano destra, ma ho controllato e ho visto le mani bianche e senza nemmeno l’ombra di una striscia rossa di sangue incrostato.
(Sylvia Plath)
Mani mi son date – da tenere ad ognuno entrambe –
non trattenerle mai, labbra – per dare nomi,
occhi – per non vedere, altre ciglia al di sopra –
per meravigliarvi dolcemente dell’amore e più dolcemente – del non amore
(Marina Cvetaeva)
Quando scrivo queste cose vere ma autodistruttive lo faccio con la mano sinistra, così la destra non percepirà la crepa che si è aperta in me.
(Anne Sexton)
La fede di Tommaso nella Anatomia era più forte della sua fede nella fede. E’ Dio che mi ha fatta
(Emily Dickinson)
le OSSA gabbia dell’anima
nessuna ruota mi può torturare –
la mia anima – è libera –
questo scheletro mortale
è annodato a un altro più forte
non può lacerare la sega
né forzare la scimitarra,
se sono due i corpi –
uno imprigioni:
l’altro volerà via.
(Emily Dickinson)
Un uccello selvatico mi pulsava nella gabbia di ossa, pronto a spiccare il volo, e mi scuoteva tutto il corpo con i suoi battiti. Ho cominciato a desiderare di colpirmi il cuore, di bucarlo, non foss’altro che per fermare quel ridicolo battito con cui sembrava volermi balzare fuori dal petto e andarsene per i fatti suoi.
(Sylvia Plath)
Io prenderò il piè di porco
e in me scassinerò
i pezzi di Dio scassati.
Come un enorme puzzle
Lo ricomporrò,(…)
un’anima nuova costruirò
vestita di pelle.
(Anne Sexton)
Mi annido: tepore,
costola - per questo così mi stringo.
Né un fino a, né un attraverso:
intervallo di lucidità.
Né braccia, né gambe...
Con tutto l’osso e con tutto il peso.
E vivo soltanto il fianco
col quale mi stringo al contiguo.
(Marina Cvetaeva)
VENTRE, luogo dell’alimento
Si sono rannicchiati i morti infanti ciascuno
come un bianco serpente a una delle due piccole
tazze del latte, ora vuote.
Lei li ha riavvolti
dentro il suo corpo come petali
(Sylvia Plath)
ecco: prendi questa donna di pane di zenzero
e mettila nel tuo forno.
quando la mucca sanguina
ed il Cristo è nato
tutti noi dobbiamo mangiare sacrifici.
tutti noi dobbiamo mangiare belle donne.
(Anne Sexton)
Ognuno di noi offre o riceve il paradiso sottoforma corporea, perché ognuno di noi conosce il mestiere di vivere.
(Emily Dickinson)
Tutta la vita - nel fianco!
E’ orecchio esso ed è anche eco.
Come tuorlo nell’albume
mi plasmo, come esquimese al pelo
(...) agli amici - per te, recondito
segreto della gola per il ventre -
(Marina Cvetaeva)
PIEDI il cammino del volo
Dagli alti e solenni mutismi
sino a calpestare l’anima:
tutta la scala divina - dal:
mio respiro - sino a: non respirare!
(Marina Cvetaeva)
I piedi si muovono meccanici
per una via di legni –
se di terra, d’aria o d’altro
indifferenti –
un appagamento di quarzo, come pietra.
(Emily Dickinson)
l’erba riversa ai miei piedi, quasi io fossi Dio, le sue pene,
pungendomi le caviglie e mormorando umiltà
(Sylvia Plath)
Mi alzo in volo nell’aria ostile(…)
atterro sulla scala di servizio
chiamando madre alla porta di morte
per correre di nuovo alla mia pelle
(Anne Sexton)
il SILENZIO della VOCE (e viceversa)
non parlavo mai – se non richiesta – e in tal caso poche parole e piano – non sopportavo di vivere – ad alta voce.
(Emily Dickinson)
Io l’amore riconosco per lo strappo
alle note vocali più intonate
nelle gole, - nelle gole la fessura
rugginosa – è sale vivo.
Io l’amore riconosco per l’incrinatura
no! – per il trillo
lungo tutto il corpo.
(Marina Cvetaeva)
Sarò costretta a una qualche risoluzione, a un omicidio o a una fuga dal carcere interiore per poter scrivere con la mia voce più profonda, senza dover provare questi sentimenti schiacciati dietro una barriera di vetro, la facciata falsa di un paralume tont-ottuso.
(Sylvia Plath)
Penso in una lingua diversa da quella che devo imparare a parlare.
(Anne Sexton)
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BREVE BIOGRAFIA
Sylvia Plath nasce a Boston nel 1932, compie gli studi universitari allo Smith College. dopo un primo tentativo di suicidio si trasferisce in Inghilterra con una borsa di studio. A Cambridge conosce il Poeta Ted Hughes, si sposano nel 1956. Rientrano insieme negli stati Uniti dedicandosi all’insegnamento. Tornano di nuovo in Inghilterra dove hanno due figli. Il matrimonio finisce prima che lei muoia suicida nel 1963. In vita pubblica la raccolta di versi Il colosso (1960), il resto della sua opera poetica è pubblicato postumo: Ariel, Alberi invernali, Attraversando l’acqua. Esiste un’autobiografia, Campana di vetro, che rinnegò dichiarando di averla scritta a fini commerciali. Invece di prezioso valore sono i suoi Diari, pubblicati da Adelphi.
Emily Dickinson nasce ad Amherst (Massachussetts) nel 1830, frequenta l’accademia del paese poi continuerà li studi superiori da autodidatta, aiutata da alcuni tutori, amici del padre, tra cui il reverendo Wadsworth, del quale si innamorerà vanamente, pur con continui alti e bassi nel loro rapporto. Il contatto col mondo resterà nello scrivere lettere, cui spesso allega le sue poesie entrando in contatto con alcuni giornali che cominceranno a pubblicarla, furono soprattutto lo scrittore Higginson, e la scrittrice Helen Hunt a sostenerla. Una prolungata malattia agli occhi la isolò ancora di più, sia nel corpo che nell’animo. Tra il 1874, morte del padre e il 1883, morte del nipote, una successione di lutti famigliari la debilitarono definitivamente, fino alla sua morte, nel 1886. Fu la sorella a scoprire e far pubblicare le sue poesie, che solo nel 1955 trovarono edizione completa (1775 poesie). Oggi sono pubblicate anche le sue lettere, da Einaudi e Bompiani.
Anne Sexton nasce nel 1928 a Newton (Boston). Non va bene a scuola, si rifugia in numerosi flirts che le valgono la fama di ragazza frivola. A diciannove anni sposa un ricco commerciante trovando in lui costante protezione.. Anne mette al mondo due figlie, ma la nascita della seconda le provoca una grave depressione tenta il suicidio. Viene internata in manicomio dove inizia una terapia psicanalitica. L'incontro con il dottor Orne è una seconda rinascita: a ventinove anni si scopre donna di scrittura. Anne si trasforma a poco a poco in una poetessa vamp, sempre elegante, chic, estroversa. Nel 1957 frequenta il Poetry Workshop tenuto da John Holmes. e nel 1958 segue un corso di scrittura creativa alla Boston University. Ha sempre maggior successo, e nel 1967 vince il premio Pulitzer con il libro Vivi o muori. Nel 1968 forma un gruppo rock Anne Sexton and Her Kind con il quale si esibisce fino al '71 in giro per l'America. Negli ultimi anni la tensione maniacale si acuisce: le poesie successive divengono testimoni di una caotica e disperata ricerca di un punto di riferimento. Muore suicida nel 1974.Dei suoi libri ricordiamo tra i molti: "La Doppia Immagine", "In manicomio e parziale ritorno","Tutti i miei cari, Taccuino della morte" e il dramma teatrale "Mercy Street".
Marina Cvetaeva nasce a Mosca nel 1892. La sua formazione sarà intensa ma irregolare, in conseguenza ai continui spostamenti della famiglia, per la malattia della madre e il lavoro del padre, tra l’Italia, la Germania, la Francia e la Svizzera. Fino alla Sorbona a Parigi. Pubblica in segreto la sua prima raccolta nel 191o e si sposa due anni dopo. inizia un periodo felice, fertile di creazione e ricco di incontri. prima dell’inizio della tragedia, con la separazione forzata, le fughe e gli esili per motivi politici. Ha due figlie, e solo più tardi un maschio, col quale non avrà mai un buo rapporto. Nel 1922 la famiglia si ricongiunge brevemente a Praga, vivendo nell’indigenza, e nel 1926 a Parigi dove ha modo di relazionarsi con i grandi del tempo, come Rilke e Pasternak. Reietta anche dalla società russa di Parigi ritorna nel 1939 in patria, dove dopo la morte del marito e la sparizione della figlia, confinata in campagna, si uccide due anni dopo. la maggior parte delle sue opere è stata pubblicata molti anni dopo la sua morte, all’0estero e più tardi in Unione Sovietica. Ricordiamo: le raccolte Poesie giovanili, Il mestiere, Psiche, Dopo la Russia e Poesie per la Boemia; i poemi L’incantatore, Il Poema della montagna e Il poema della fine.
FONTI INTERNET
http://etext.lib.virginia.edu/railton/enam312/galrysp.jpg
http://www.poetrysociety.org/journal/gifs/photos/plath.gif
http://www.lucidcafe.com/library/95dec/dickinson.html
http://www.mclink.it/personal/MC2981/libri/cvetaeva/foto.htm
http://www.xs4all.nl/~bigron/sonic/posmanse.gif
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