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I
Castelletto sull’Olona. Comune denuclearizzato. E più sotto: ”morte ai terroni”. Proprio così c’era scritto. Fermai la macchina e accesi una sigaretta. “Cominciamo bene”.
II
Era il classico vecchio maresciallo che vi aspettate di trovare in una stazione dei carabinieri quando andate a fare una denuncia. Bella presenza, baffi e capelli bianchi, un po’ di pancia sotto la divisa. Bella figura, tipo telefilm. Forse un giorno, pensavo, assomiglierò a lui.
L’ufficio era piccolo, con un ordine delle cose che ne metteva ancora più in risalto la povertà: un paio di bandiere, i soliti calendari dei carabinieri, una vecchia sciabola lucida appesa al muro e qualche schedario.
“Quanti anni hai Tosto? Ti chiami così vero, Maresciallo Tosto Sebastianello…”
“Nello, mi chiami pure Nello. Quasi quaranta”.
“Da dove vieni? Dall’accento non mi sembri certo di Bolzano…”
“Acireale. Un po’ più in basso di Bolzano, ma non molto, una quarantina di chilometri …”
“Conosco la strada, io sono di Reggio Calabria invece. Comunque vedrai che qui ti troverai bene. E non far caso a quello che si dice sui meridionali al Nord. Qui è tutta gente che lavora duro, si svegliano la mattina alle sei, alle otto di sera sono già cotti e alle nove sono a letto. Non avrai problemi”.
“Non ne voglio infatti. Gente balorda?”
“Poca. Qui vicino c’era il soggiorno obbligato, ma adesso non più. La sera qualcuno corre un po’ troppo in macchina e qualcuno alza il gomito. Droga però ne corre parecchia, soprattutto tra i giovani …”
“In discoteca immagino …”
“Giusto. Ma tu non ti ci sprecare troppo, c’è già chi deve pensarci. Certo se ti capitano sotto al naso …”
“Non c’è dubbio. Dove posso alloggiare qui in paese?”
“Fino a che non trovi una stanza puoi arrangiarti qui, ma ti darò io qualche indirizzo”.
Guardò fuori dalla finestra e vide la mia macchina. Fece cenno di avvicinarmi: ”sei arrivato con quella?”. Risposi di si.
“Allora sei uno che fa anche i miracoli. Qui comunque non ti serviranno. Castelletto fa circa diecimila abitanti che hanno la pancia piena e un sacco di soldi. La gran parte della gente vive in case di proprietà, i loro nonni erano nati dentro a delle stalle … un bel salto non trovi?”
“E quella cos’è?”. Indicai una grossa costruzione in riva al fiume di colore nero fumo. Alcune grosse ciminiere di fianco si stavano dando da fare per profumare l’aria .
“E’ quella che gli riempie la pancia, come ti dicevo. La Prontoplast sagomati in plastica, esporta in tutta Europa. Duemila operai, mica uno scherzo”.
“Il proprietario è di qui?”
Si mise a ridere: ”più che altro direi che qui è del proprietario! Un certo Colombo, un ex morto di fame del paese. Il padre lo cacciarono per debiti, gli sequestrarono perfino il letto. Una decina di anni dopo il figlio è tornato con dei soldi presi chissà dove e ha messo in piedi un capannone. Dopo tre anni ne ha costruito un altro e dopo vent’anni c’è quello che vedi. Mica male vero?”.
“Direi di no? E come si comporta?”
Smise di colpo di sorridere e assunse un’espressione diversa venendomi a pochi centimetri dalla faccia.
”Si comporta bene. Vive in una villa a pochi chilometri da qui, circondata da un giardino enorme e quattro guardie del corpo e si comporta bene. Ha due figli che sono due stronzi, ma tu fregatene. Ogni tanto girano un po’ alticci o con qualcosa di strano nel naso, ma tu fregatene lo stesso. Hai per caso qualcosa in contrario alla proprietà privata?”
“Non particolarmente”.
“E allora continua così”.
Prese il sacco con la sua roba e quando mi avvia verso la porta per accompagnarlo lo vidi voltarsi per l’ultima volta verso il suo ufficio.
”Ci sono stati anni duri, difficili, criminalità pesante. Tante volte ho dormito qui dentro, tante notti non ho dormito affatto per girare in mezzo alla nebbia a cercare gentaglia. Non credere che per te sarà diverso. Ma se devi prendertela con qualcuno prenditela con chi se lo merita”.
“Il difficile è capire chi è che se lo merita”.
Lo vidi scendere la scale trascinandosi dietro la sua borsa, salutò i due giovani carabinieri all’ingresso, salì in macchina è sparì nel viale. Bel discorso mi aveva fatto. Bello, ma ci avevo capito poco. Ben presto mi sarebbe diventato tutto più chiaro.
III
Avevo trovato posto da una vecchia zitella che non faceva che parlarmi della sua nipote nubile e devo dirvi che se assomigliava alla zia di possibilità di accasarsi ne aveva ben poche.
Quella sera stavo cenando quando arrivò Pasqualino, un giovane appuntato che faceva servizio a Castelletto da un paio di anni. Parlò forte nel citofono, probabilmente riuscirono a sentirlo anche a Milano.
“Maresciallo, abbiamo un morto. Venite subito”.
Dopo una corsa in mezzo alla nebbia arrivammo di fronte alle vecchie telerie davanti all’Olona, un grosso complesso di capannoni neri in mezzo a quello che una volta era un bosco: muri scrostati, vetri rotti, chissà da quanto tempo era abbandonato quel posto, faceva paura solo a guardarlo.
C’era già l’ambulanza e un’altra nostra auto con tutte le luminarie. Il telo bianco in mezzo alla strada me la diceva lunga su come dovessero essere andate le cose. Marescotti, un altro della mia caserma, piazzato in mezzo alla strada tratteneva a stento una donna ed un bambino che strillavano.
Pasqualino capì al volo e mi fece segno: ”la moglie ed il figlio del morto. Sono ucraini, c’è una piccola comunità che vive dentro la vecchia fabbrica, gente disperata”.
“Da questa sera saranno ancora più disperati. E Dio sa se ne avevano bisogno. Dì a Marescotti che si occupi di quella povera donna e vedi se riuscite a cavarne fuori qualcosa. Da lei o da qualcuno che ha visto qualcosa”.
Sollevai il telo e vi assicuro che non era un bello spettacolo. Aveva sicuramente le gambe spezzate, buttato sull’asfalto come una marionetta cui avessero tagliato i fili, la testa girata dalla parte sbagliata, il cranio probabilmente sfondato. Investito. Sicuramente morto sul colpo.
Cercai di non mostrare quello che c’era sotto il telo, ma non ero stato abbastanza in gamba: sentii urlare e vidi Marescotti che cercava di trattenere la donna, ma senza riuscirci. Mi venne addosso e non riuscii a fermarla prima che cominciasse a stringere tra le braccia quel povero resto umano. Ci vollero cinque minuti per farglielo lasciare mentre Marescotti e Pasqualino si occupavano del bambino.
Mi accorsi che nel frattempo era arrivata la stradale, che aveva cominciato a fare i rilievi. Mi avvicinai al poliziotto che mi salutò. Aveva in mano un grosso taccuino e l’aria decisa.
”Sono il maresciallo Tosto. Investito?”
“Sicuramente. Auto sportiva ad elevatissima velocità, segni di frenata, ma non è stato abbastanza svelto. Qui la strada è larga e la gente si mette a correre, ma l’illuminazione è poca e questa volta è andata male. Probabilmente l’ha messo sotto un ubriaco o qualcuno che aveva fretta. Comunque è morto sul colpo, forse stava andando a comprare qualcosa al bar di fronte per la sua famiglia”.
Pasqualino si era avvicinato, mi indicò i capannoni malconci avvolti nell’oscurità vicino al fiume nero che scorreva accanto.
”Ci sono circa un centinai tra ucraini russi e polacchi che vivono lì dentro, in quel posto. Una piccola comunità, ogni tanto se ne occupa la Charitas, un po’ il parroco”.
“Abbiamo qualche testimone?”
“C’è un ucraino che dice di aver visto tutto. Vuole interrogarlo?”
Non gli detti tempo di finire e andai verso il nostro uomo: era un tipo alto, distinto anche se vestito con roba vecchia. Ci guardava dal ciglio della strada, un cappello logoro in mano, la mani giunte, sembrava pregasse. Mi fermai ad un palmo da lui. Continuò a non badarmi per qualche attimo, poi alzò la testa e mi porse la mano: ”ho visto tutto. Messo sotto macchina”.
“Com’era questa macchina?” Aveva l’alito che puzzava di alcool, ma non sembrava ubriaco. Lo reggono bene l’alcol questi.
“Bianca, molto bella, alettone dietro, sportiva. Preso anche la targa”.
Mi mostrò il palmo della mano su cui aveva trascritto dei numeri con una penna.
“Io conosco vostra lingua. In Ucraina sono professore di Storia”. Alzò leggermente il mento mentre lo diceva.
Pasqualino prese nota di tutto, poi chiese al poliziotto se poteva fotografargli anche la mano del nostro testimone. Decisi di sondarlo un po’.
“Se quell’auto correva come hai fatto a prendere il numero di targa?”
“Dopo investimento lui è fermato. Aperto sportello, sceso per un attimo poi ripartito”.
“Che tipo era?”
“Giovane, alto bello. E credo c’era anche una ragazza con lui. Ma visto solo per un attimo, ripartito subito”.
Guardando la faccia di Pasqualino capii al volo quello che voleva dirmi, ma decisi di non dargli il tempo: “Senti un po’ a chi corrisponde quella targa. Cerchiamo di prenderli e in fretta”.
Marescotti stava ancora lottando con la moglie ed il bambino. Mi diede uno sguardo significativo, gli feci capire che toccava a lui e basta. Pasqualino tornò dopo pochi minuti, ma non aveva la faccia che mi aspettavo. Mi porse un bigliettino: ”Ecco…”
“Hai paura a leggere?”. Glielo presi tra le mani. Cominciavo a capire quello che aveva voluto dirmi il mio predecessore quella mattina.
IV
Erano quasi le quattro di notte quando bussammo alla villa dei Colombo e se non avessimo avuto le divise probabilmente le guardie della sorveglianza ci avrebbero fatto secchi.
Ci mettemmo cinque minuti ad attraversare il parco e trovammo le luci del piano terreno tutte accese. Scendendo dalla macchina sentii lo sguardo di Pasqualino sulla nuca e non potei fare a meno di voltarmi: ”ci vada piano maresciallo”.
Entrammo scortati da una specie di maggiordomo che mi squadrò come fossi stato un barbone. Quando entrammo in salotto trovammo schierata tutta la famiglia, evidentemente ci stavano aspettando.
Quello che mi si fece incontro era un uomo robusto di media statura, con una vestaglia che copriva un gilè di cachemire ed una camicia un po’ tirata sulla pancia. Mi gratificò di una stretta di mano robusta, senza affettazione: ”sono Colombo. Com’è questa visita maresciallo?”
Guardai quella che doveva essere la moglie, una donnina dimessa seduta sul divano, accanto a lei due ragazzi giovani, i figli probabilmente. Ad un lato della stanza, appoggiata alla parete con un bicchiere in mano, una giovane bruna dai capelli lunghi molto bella mi stava guardando. Probabilmente la fidanzata di uno dei due figli.
C’era proprio tutta la tribù schierata ed alla quattro di notte per giunta. Decisi di dar retta a Pasqualino e di prendere la faccenda con le molle.
”Vorrà scusarmi per il disturbo – vidi il vecchio fare un gesto con la testa – ma circa un’ora e mezzo fa è stato investito un uomo sulla provinciale. Un testimone ha preso il numero di targa e questo corrisponde a quello della macchina di suo figlio”.
Gli porsi il biglietto scritto da Pasqualino, inforcò gli occhiali con aria solenne e lo lesse accuratamente, rigirandolo poi tra le mani. Poi mi guardò da sopra le lenti.
”La macchina è stata rubata a mio figlio proprio questa sera. Evidentemente un balordo che poi ha deciso di farci un giro. Mio figlio è stato accompagnato a casa dalla sua fidanzata. Saremmo venuti a fare denuncia domani o meglio…oggi dato che sono le quattro di notte”.
“Capisco. Lei però si rende conto che data la situazione noi siamo obbligati a chiedere a suo figlio di venire con noi per qualche accertamento”.
Sentii Pasqualino che scricchiolava dietro di me. Non avevo bisogno di voltarmi per capire quello che stava succedendo.
Vidi Colombo che continuava a fissarmi come se avessi detto una bestemmia. Fu la giovane bellezza dai lunghi capelli neri a levarci dall’imbarazzo: ”guardi maresciallo che siamo usciti da un locale di Busto Arsizio alle due e la macchina di Roberto non c’era più. Così siamo andati a piedi a casa mia, abbiamo preso la mia macchina e ho riaccompagnato Roberto a casa. Tutto qui”.
“Io le credo signorina. E credo anche al signor Colombo. Ma sono costretto a chiedere a lei ed al signor Roberto di seguirmi. Non ci vorrà molto, vedrà”.
Senza dire una parola la signora si alzò per andare a prendere il soprabito al ragazzo. Il signorino Roberto aveva gli occhi lucidi, si avviò con passo incerto verso di me e quando mi scostai per fargli strada la bellezza lo seguì urtandomi di struscio, intenzionalmente. Bel tipino.
Sentii lo sguardo di Colombo che mi seguiva quando mi avviai nel corridoio, dopo essermi congedato. Non aveva detto una parola, se era il tipo che mi aspettavo era il momento di preoccuparsi.
Uscimmo in giardino e la bella bruna entrò nella macchina mostrandomi quello che c’era sotto lo spacco della sua gonna e alle cinque di mattina posso assicurarvi che sono cose che fanno male.
Abbassò il finestrino e mi sibilò: ”Roberto non lo dice perché è un timido, ma noi conosciamo il questore. E molto bene anche”.
“E allora quando lo vede me lo saluti…”. Evitai di guardare Pasqualino e misi in moto.
V
Li portai in caserma e li trattenni fino alle sette di mattina, quando arrivò Colombo con il suo avvocato.
Il ragazzo era un tipo fragile, con l’aggressività tipica degli introversi. E degli stronzi. Ma questo sul verbale non potevo metterlo.
Non gli feci domande particolarmente piccanti, ma continuava a contorcersi sulla sedia come se avesse ingoiato un serpente.
La ragazza, una certa Luisa, invece era tutt’altra pasta. Mi guardava in faccia, accavallava le gambe come Sharon Stone, lanciava sguardi ironici al suo amichetto che sembrava implorare un aiuto. Bella coppia senza dubbio.
Gli feci ripetere la stessa storia una decina di volte: lui si impappinava, lei si spazientì e sono sicuro che stava per mandarmi a quel paese, ma fu così furba da trattenersi. Sapeva di essere la più bella del borgo, era abituata ad approfittarsene e quella gli sembrava l’occasione giusta.
Il vecchio Colombo entrò senza educazione insieme al suo avvocato, un tipo tutto griffato con l’aria sveglia. Mi chiese se avevo finito e risposi che potevano andare restando comunque a disposizione, perché avrei voluto risentirli.
Il vecchio li lasciò uscire, poi senza dire una parola e mi si sedette di fronte. Pensai che con il vecchio maresciallo doveva essere abituato così, decisi di lasciarlo fare. Chiese il permesso di fumare, poi si accese una sigaretta di basso prezzo inondando la stanza di fumo. Rimase a guardarmi per una ventina di secondi, poi andò dritto all’attacco.
“Ho due figli che sono due deficienti. Non è colpa mia. Uno fa del male perché è cretino. L’altro lo fa perché non è capace di fare del bene. Ho provato a farli studiare, ma ho solo buttato via tempo e soldi. Forse ho sbagliato a educarli, non lo so. Non sono una persona istruita, a dieci anni già lavoravo, loro a quell’età neanche si allacciavano le scarpe senza il cameriere".
Mi aveva preso in contropiede. Non me l’aspettavo. Continuò: “Roberto è un deficiente, ma non è un assassino. Se avessi il minimo sospetto che ha ucciso quell’uomo gliel’avrei portato qui io”.
“Non ho detto che l’ha ucciso lui. Sappiamo solo che la macchina era la sua. Verificheremo anche quello che ci ha raccontato, se è tutto esatto non deve aver nessun timore”.
“So bene come vanno certe cose. Per alcune persone essere benestanti è un delitto. E non voglio che mio figlio venga messo in mezzo ad uno scandalo”.
Se ne andò senza dire una parola, ma ero sicuro che ci saremmo rivisti molto presto.
Tornai nella stanza e Pasqualino fece entrare il nostro unico testimone, l’ucraino che diceva di aver visto la macchina di Roberto mettere sotto quel poveraccio. Pasqualino se l’era lavorato e quello aveva collaborato, ma adesso bisognava lasciarlo andare. E chissà dove sarebbe andato a finire.
“Lei deve rimanere nei paraggi, qui vicino insomma. Abbiamo bisogno della sua testimonianza”.
“Tra un mese mi scade il permesso di soggiorno”.
“A quello non deve pensarci, venga qui da me che sistemo tutto io. Lei è il nostro unico testimone. Se ha dei problemi venga subito qui. E non scappi via, non deve avere paura”.
Annuì, poi prese la borsa che si portava dietro da quando l’avevamo incontrato e uscì salutando. Lo guardammo dalla finestra mentre si allontanava verso la vecchia fabbrica, con la sensazione che non l’avremmo rivisto più.
VI
Per prima cosa verificai se i figli di Colombo avessero avuto dei guai con la legge.
Pasqualino organizzò una ricerca che portò subito a dei risultati: a Roberto piaceva correre in macchina e forse proprio per questo il padre si era così preoccupato, un investimento ad alta velocità gli calzava a pennello e le volte che la stradale l’aveva fermato non si contavano.
Stavano anche per ritirargli la patente, ma il questore si era messo di mezzo. Il padre sosteneva che l’auto gli serviva per seguire gli affari della ditta e quindi avevano lasciato perdere.
Decisi poi di fare un sopralluogo ai vecchi stabilimenti dove alloggiava la colonia di russi. Come mi videro entrare indivisa e tutto il resto cominciarono a rintanarsi dentro quella struttura fatiscente. Era un miracolo che quei vecchi capannoni non gli crollassero addosso.
Mi avvicinai, ma mi accorsi di aver commesso un’imprudenza: eravamo solo io e Pasqualino mentre attorno a noi si stavano radunando una ventina di uomini dall’aria minacciosa.
Forse pensavano volessimo sgombrarli oppure chiedergli i documenti, nella maggior parte dei casi dovevano essere clandestini.
Poi d’un tratto vidi una bambina scappare dalle braccia della mamma e corrermi incontro, forse incuriosita dalla divisa. Come mi fu vicina mi chinai verso di lei, ma con la coda dell’occhio potevo vedere Pasqualino che avvicinava la mano alla fondina della pistola.
Era una bambina bellissima, dalla carnagione chiara e con due enormi occhi azzurri. La mamma si era avvicinata e la tirava per un braccio per portarla via.
“Io mi chiamo Nello. Tu come ti chiami?”
“Si chiama Anja maresciallo. Il cognome è inutile, tanto non riuscirebbe a pronunciarlo”.
Mi girai e lo vidi. Un giovane prete con una barbetta rada, di quelli che ti aspetti di trovare in chiesa a suonare la chitarra quelle canzoni terribili che parlano di Gesù e di quanto ci vuole bene.
Mi alzai e gli strinsi la mano.
”Maresciallo Tosto, non ci conosciamo, sono arrivato da poco”.
“E si vede. E allora prima lezione: non venga mai qui da solo. Questa gente non ha niente da perdere e non ha simpatia per le divise. E anche per gli italiani, dopo quello che è successo ieri sera”.
“Conosceva la vittima?”
Si. Era un brav’uomo, stava andando a comprare delle medicine alla farmacia notturna quando quel mascalzone l’ha preso sotto la macchina. E neanche si è fermato. Omissione di soccorso si chiama o sbaglio?”
“No, non sbaglia. E adesso dove sono la moglie e la figlia?”
“In casa di una nostra parrocchiana e non potranno starci per molto. Qui sono circa duecento, non hanno un altro posto dove andare. Qualcuno aspetta un visto per l’America, qualcun altro cerca un lavoro, qualcuno ha malattie gravi, qualcuno aspetta solo di morire. Venga a farsi un giro”.
Senza darmi il tempo di rispondere mi prese per un braccio e vidi subito aprirsi il piccolo capannello di persone.
Il pavimento era ricoperto di cocci e vetri rotti, dagli scatoloni appoggiati al muro affioravano facce sporche di bambini. Mi guardavano con curiosità salutando il prete, che ricambiava chiamandoli per nome uno per uno.
Facemmo un giro fino ad arrivare all’ingresso di un sotterraneo. Me lo indicò: ”qualcuno vive anche là sotto, ci sono dei di cunicoli, roba della vecchia fabbrica tessile che una volta stava qui. Ci vivono anche persone ricercate dalla polizia, ma se fossi in lei non andrei a guardare”.
Era il momento di stringere: “Ovviamente se là dentro ci fosse qualcuno colpevole di reati gravi lei don Franco non avrebbe alcuna esitazione a segnalarlo all’autorità giudiziaria. Non è vero?”
“Ma di quali reati gravi mi sta parlando? Qui si insulta l’uomo tutti i giorni, donne incinte partoriscono in mezzo a questi liquami e lei mi parla di reati gravi! Quali reati gravi? Questi sono reati gravi! Reati contro l’uomo, contro una madre …” stava alzando la voce, era diventato tutto rosso in faccia.
“Questo mondo non l’ho fatto io don Franco…”
“Ma lei difende chi massacra questa gente, gente scappata dalla miseria, dalla fame, gente a cui noi offriamo solo gli scarti dei nostri scarti e poi li buttiamo in questi luoghi schifosi pur di toglierceli dalla vista! L’altra settimana due donne hanno partorito in questa fogna ed hanno perso i loro figli per infezioni gravissime. Erano clandestine e non hanno voluto andare in ospedale. Per la disperazione una si è buttata nell’Olona e adesso sta morendo! E lei mi parla di reati! Che pena sarebbe adeguata per chi abbandona questa gente?”
Lo guardai mentre mi stava di fronte: era magro e asciutto, ma si era gonfiato come un pallone, sembrava perfino più alto. La ragazza che lo accompagnava, una piccolina con la faccia piena di acne, guardava per terra. Ma ero sicuro che quel prete sapeva qualcosa.
“Le hanno detto niente di ieri sera?”
“C’è poco da dire. Mi sembra chiaro quello che è successo”.
“E’ invece non è chiaro perché non si sa bene chi guidava quella macchina”.
Se l’avessi punto sul culo con uno spillo si sarebbe arrabbiato di meno.
”Senta Maresciallo, non venga a parlare con me di Roberto Colombo. Era mio compagno di scuola ed è da quando ha diciotto anni che gira per la provincia con macchine che costano centinaia di milioni terrorizzando la gente. Ne distrugge un paio all’anno ed è stato solo per un miracolo che fino ad oggi non abbia ancora ucciso nessuno …. Anche se stava per riuscirci con me”.
Mi prese con forza la mano e se la posò sulla tempia. Sentii sotto la pelle del cranio la consistenza dura del metallo. Mi stava fissando negli occhi: ”ero in macchina con lui quando prese quella curva a duecento all’ora. Sono rimasto in coma un mese e sono vivo per miracolo. E’ stato Dio a volerlo. Roberto voleva portarmi da qualcuna delle sue puttane, ma il Signore ha cambiato la mia vita”.
“Ha scelto un metodo doloroso per farlo…non trova?” Continuò a fissarmi, non potevo pretendere che apprezzasse l’ironia.
Pasqualino guardava per terra.
“Sopporterò il suo sarcasmo, non pretendo che capisca quello che ho provato. E già so che la vostra giustizia non lo punirà, troppi sono gli interessi che lo proteggono e suo padre lo difenderà contro tutto e contro tutti. Ma…non venga a parlarmi di reati maresciallo. Non qui. Qui c’è solo gente disperata”.
“Non volevo offenderla don Franco. E per questa gente da oggi mi consideri a sua disposizione. Le do il numero del mio ufficio, per qualunque cosa possa esserle utile”.
Scarabocchiai su di un pezzo di carta e glielo porsi. Lo prese tra le dita e se lo mise in tasca, girandosi e andandosene senza salutare.
VII
C’era ancora da ascoltare il proprietario del locale dove Roberto e la sua amichetta dicevano di essere stati tutta quella sera.
Erano le quattro del pomeriggio ed era buio. Stavo in piedi dalle due di notte, ma oramai mi era passato il sonno così decisi andarci di persona.
Trovai proprio ciò che mi aspettavo. Il brutto dell’invecchiare è che non si hanno più sorprese, che invece a me piacciono tanto.
Appena entrato non lo vidi subito e fu il barman a indicarmelo: stava seduto in un angolo in penombra del locale vuoto, una pila di bollette e di conti correnti davanti, la matita in una mano ed un bicchiere di caffè fumante nell’altra.
Avrà avuto una cinquantina di anni e a vederlo era tutto un programma: camicia attillata stile play boy anni settanta che gli tirava sulla pancia e la faccia di chi ha sempre fatto tardi la notte.
Non era stupito di vedermi, come mi aspettavo, e fu parecchio cordiale. Si vedeva che era abituato ad avere a che fare con la legge e riuscì anche a essere spiritoso: ”e adesso non mi dica che fumare fa male”.
“Sempre meno che attraversare la strada di notte”. Si esibì in un piccolo sorriso tutto tirato da una parte. Fece cenno a me e a Pasqualino di sederci, rifiutammo da bere.
“Pensavo mi chiamaste, siete venuti fino a qui”.
“Volevamo farci un giro signor Castoldi. Ci spiega come sono andate le cose ieri sera?”
“Molto semplice. Alle due di notte Roberto e la sua bella ragazza sono usciti e non hanno più trovato la macchina. Luisa, la sua fidanzata insomma, abita qui a Busto Arsizio a poche centinaia di metri dal locale. Hanno fatto un pezzo di strada a piedi, poi hanno preso la macchina di lei e sono tornati alla villa. Di Mercedes ne rubano tante no?”
“Ma non ci mettono sotto la gente…”
“Qualche balordo. L’avete ritrovata la macchina? L’avranno abbandonata da qualche parte”.
Un vero artista. Non credevo ad una parola di quello che mi stava dicendo e lui lo sapeva benissimo.
“Come va il locale signor Castoldi?”. Cambiò espressione. Aveva già capito dove volevo arrivare.
“Bene, abbastanza bene direi. Ho voluto mettere su un posto di classe, piano bar e tutto il resto”.
“Tutto il resto che significa?”
Rimase un attimo in silenzio, poi riprese a voce bassa, come mi stesse rivelando un segreto: “Io lo so come fate voi altri, andate a frugare nella spazzatura per vedere…”
“Castoldi, non continuare nemmeno, perché se continui mi offendo. Credi che non sappiamo che hai dei precedenti per sfruttamento della prostituzione? Gestivi un locale come questo vicino a Pavia e te l’hanno fatto chiudere”.
Fece un piccolo sorriso e spense la sigaretta mezza intera: “E’ roba di dieci anni fa, se pensa che …”
“Io non penso niente. Come hai conosciuto Roberto Colombo? Gli presentavi le donne? Quelle che la sera salgono al piano di sopra con i clienti che tu gli rimedi?”.
“Io non rispondo più a nessuna domanda e se crede che …”
“Fai bene a non rispondere, farei così anch’io al posto tuo. Prima hai pompato bei soldi al figlio presentandogli le puttane e adesso con questa storia dell’incidente chissà quanto chiederai al padre per reggere l’alibi e non farlo finire in galera…”
“Lei non può venire qui ad accusarmi … bisogna avere delle prove prima e io sono una persona pulita”. Aveva ripreso sicurezza, le gambe distese sotto il tavolo si esibì in uno sbadiglio stiracchiandosi nella nostra direzione.
Era il momento di fargli paura: ”ti aspetto in caserma per la deposizione, ma una cosa te la dico fin da adesso: se mi accorgo che stai raccontando delle balle dovrai metterti tu a fare la puttana per sbarcare il lunario. Stammi bene Castoldi”.
Uscimmo senza voltarci. Non sentii quello che diceva, ma ero sicuro di saperlo.
VIII
E come dio volle anche la macchina saltò fuori.
La trovarono un gruppo di ragazzini che erano andati a fare un giro in bicicletta nella brughiera.
Era in buone condizioni, sporca di fango con una grossa ammaccatura sul cofano. La pioggia aveva cancellato ogni traccia attorno, impossibile fare dei rilievi.
Per l’occasione si scomodò anche il sostituto procuratore, un certo Sarti, un tipo giovane con le idee chiare: “Credo che da questa macchina ci tireremo fuori ben poco. O almeno poco per un’accusa”.
“Ho saputo che Colombo padre si sta muovendo ad alto livello...”
“Infatti. E con quello che è successo tra me e lui credo che mi toglieranno l’inchiesta. Deve sapere che una delle mie prime inchieste fu proprio su Colombo. Ero una specie di “Magistrato d’assalto”, allora andavano forte le inchieste sull’inquinamento, l’ecologia eccetera. Ci accorgemmo che la fabbrica di Colombo vomitava nell’Olona residui della lavorazione delle materie plastiche, senza alcun trattamento preventivo. Gli facemmo passare un brutto quarto d’ora".
“E lui?”
“Spergiurò che avrebbe messo tutto in regola e di non preoccuparsi. Così, per non costruire degli impianti di smaltimento a norma, scavò una specie di pozzo nero personale in cui buttava i residui chimici delle lavorazioni della plastica … stava inquinando tutto il sottosuolo della provincia con quelle porcherie”.
“L’avete fermato … in tempo voglio dire”.
“Si mise a dire che le spese per costruire un impianto di trattamento e smaltimento l’avrebbero fatto chiudere … si immagina duemila operai sulla strada da un momento all’altro? Quale magistrato firmerebbe un ordine simile? Eppure io stavo per farlo quando all’improvviso Colombo si presentò con i suoi avvocati dicendo che era tutto a posto, che i soldi c’erano e avrebbe costruito tutto a tempo di record”.
“E lo fece?”
Lo osservai bene, sembrava quasi gli dispiacesse della risposta che stava per darmi: “Si. Tenne a casa gli operai pagandogli lo stipendio e mise tutto a norma. Ancora oggi mi chiedo come abbia fatto. E’ stato otto anni fa. E adesso me lo ritrovo tra i piedi con questa storia del figlio. Diranno che ce l’ho con lui”.
“Nessuno ce l’ha con nessuno. Chi sbaglia paga e basta”
Restò a guardarmi per qualche secondo. Poi riprese: ”guardi che qui non è uno scherzo. Questa è gente che ha soldi per corrompere, per comprare chiunque. Si aspetti di tutto. E mi tenga informato di ogni cosa”.
“Pensavo mi dicesse di andarci con i piedi di piombo”
Lo accompagnai fino alla macchina. Prima di ripartire si sporse dal finestrino: ”Ci vada con i piedi di piombo Tosto”.
IX
La sera non c’è molto da fare per uno scapolo in questi posti. C’era sicuramente qualcosa di meglio che mangiarsi un hamburger in un fast food mezzo vuoto. Sicuramente. Ma chissà che cosa poteva essere.
Stavo per dare il primo morso quando attraverso la vetrata del fast food la vidi scendere dalla macchina e dirigersi dentro il locale. E poi verso di me. Sembrava uscita da una sfilata di moda con quell’impermeabile che le arrivava fino quasi alle caviglie, le gambe lunghissime che spuntavano dal vestito e sembravano non finire mai.
Si avvicinò al mio tavolino senza degnare di uno sguardo i tre militari che mangiavano vicino a me e che gli tenevano gli occhi incollati addosso.
“E’ tutta la sera che la cerco maresciallo”. Gli feci cenno di sedersi, ma era evidente che non gradiva.
“Adesso mi ha trovato. E non mi dica che è stato difficile”.
“Possiamo parlare?”
Avevo fame, ma mollai il panino. ”Qui non va bene?”
Ero provocatorio, volevo esserlo.
“Lei le donne le porta a cena nei fast food? Adesso capisco perché a quarant’anni è scapolo. Volevo dire in un posto decente, non sono abituata a cenare in mezzo ai ragazzini”.
“Quello che la rende adorabile è che lei convince sempre la gente con le buone”.
Lasciai il panino senza troppi rimpianti e salii in macchina, una piccola Mercedes nuova di zecca, ancora tutta odorosa di concessionaria.
“Avete un debole per le Mercedes in famiglia”.
Mise in moto senza rispondermi e partì a razzo. Guidava in modo un po’ troppo nervoso per i miei gusti, ma decisi di lasciarla fare: si capiva che le piaceva il ruolo della donna sicura e determinata, volevo vedere quanto la faceva durare. In un quarto d’ora arrivammo, o meglio volammo, a Milano. Parcheggiò davanti ad un piccolo locale vicino ai Navigli.
“Se fossi stato della stradale avrei dovuto darle l’ergastolo”.
“Per farsi rinchiudere in cella assieme a me, vero? Vieni, in questo locale di solito i carabinieri in libera uscita non li fanno entrare, ma io conosco il maître…”
“Lavoravi qui?”
Mi fece una linguaccia poi, sempre con l’aria di Eleonora Duse che schiva i fotografi, mi precedette ed entrammo. Prendemmo un piccolo tavolo e finalmente riuscii ad ordinare qualcosa di decente. Accese una sigaretta e cominciò a guardarmi. ”Ordina pure senza paura. Offro io”.
“Ne ero certo. Per questo ho preso tutte le cose più costose”.
“Tu non parli come un carabiniere e non sembri un carabiniere. Perché fai il carabiniere?”
“Lei ha un’immagine sbagliata dei carabinieri. Tutto qui”.
“E tu ha un’immagine sbagliata di me e del mio fidanzato. Tutto qui”.
“E pensare che avevo cominciato a credere che lei volesse cenare da sola con me”.
Questa volta fece una piccola risata. Si aggiustò la scollatura, la signorina non faceva vedere niente gratis. “Le proposte non mi mancano. Ma io sono un tipo fedele. Anche troppo”.
“E’ stata lei ad invitarmi. Io stavo solo mangiando un panino al fast food”.
Arrivarono i nostri piatti. Avevo veramente fame, lei invece continuava a fumare guardandomi.
“Sei convinto che quel russo l’abbia ammazzato Roberto vero? Dillo, dillo pure”.
Rimasi a masticare con gusto guardandomela.
“Io non penso niente. Ho la vostra macchina, un alibi che sta in piedi per miracolo e un povero russo morto”.
Si sporse verso di me, stava cominciando ad agitarsi: ”come sta in piedi per miracolo?…e la testimonianza di Castoldi, il padrone del Calypso?”
“Il padrone del Calypso è una vecchia conoscenza della polizia e in procura ha un fascicolo alto come l’elenco del telefono. Per carità, nulla di terribile … ma di fronte ad un giudice sono cose che fanno un certo effetto. E un pubblico ministero che sa quello che vuole…”
“Eh già…il solito figlio del ricco che va in giro con la macchina ed ammazza il povero barbone, una storia commovente, un capro espiatorio pronto da sacrificare”.
“Di sacrificio umano già ne è stato fatto uno e non insisterei. Quanto al suo Roberto andrei piano con il martirio. Anche lui ne ha combinate parecchie”.
Sbuffò fuori il fumo nervosamente, ero sulla strada giusta: ”ragazzate…un ragazzo forse un po’ viziato, certo ma non cattivo …”
“Per carità … rissa, resistenza a pubblico ufficiale, guida pericolosa in stato d’ebbrezza, per non parlare di…” misi in bocca un grosso pezzo di lombata, avevo una fame da pazzi.
“Ci sono dei testimoni che quella sera eravamo lì, in quel locale. E Castoldi non è un fesso, se credi di spaventarlo…”.
“E’ stato Castoldi a presentarle Roberto Colombo vero?”
Rimase con la sigaretta a mezz’aria. Avevo aspettato a tirare fuori quella storia, ma adesso era tutta per me. Era evidente che se sapevo quello sapevo tutto il resto.
“Sei un porco. Un porco che rovista nella merda, come tutti i questurini. E quello che tiri fuori è solo merda”. Non era sufficiente per farmi salire la pressione: “Non mi ha risposto”.
“E non ti risponderò. Questo non centra niente con…”
“Forse no. Però mi ha aiutato a capire tante cose. Lei ha conosciuto Castoldi dieci anni fa, quando ha partecipato alle selezioni di miss Italia. Lui conosceva un paio di attori che erano in giuria e le ha promesso un posto in finale. Lei c’è andata prima a letto e poi in vacanza per un paio di mesi. Dappertutto tranne che in finale. Sbaglio?”
“Tre mesi per l’esattezza. In vacanza per tre mesi”.
“Poi ha lavorato per lui per un po’ di tempo. Gente facoltosa, prestazioni di classe, roba da un milione a notte anche. Senza sciuparsi troppo. Ha fatto anche qualche cosa in televisione o sbaglio? Un tipo come lei …”
“Non ho avuto fortuna”.
“Direi di si invece. E’ stato lui a presentarle Roberto, gli procurava ragazzine e anche altra roba, poi ha deciso che era ora di accasarlo ed ha pensato a te. Una miniera d’oro quel ragazzo. Ma adesso salta fuori questo impiccio e l’investimento rischia di crollare. Lo state tenendo su con gli stecchini …”
Misi le forchette al centro del piatto, mi pulii la bocca con il tovagliolo e rimasi a guardarmela.
“Lo incastrerete comunque. Userai tutto che hai per …”
“Neanche per sogno. Se ci saranno prove sufficienti verrà condannato, se è innocente meglio così. Ma non venire qui a fare la femmina fatale con me. Non sono il carabiniere delle barzellette e non mi impressiono per un paio di cosce al vento. Non hai toccato i tuoi spaghetti”.
“Mi è passata la fame”.
Le tolsi il piatto e cominciai a mangiare: ”Non ti preoccupare, ho cambiato idea, il conto lo pago io”.
X
Quando arrivammo sotto casa sua erano quasi le due di notte. Fermò la macchina in mezzo alla strada. “Vuoi salire un attimo?”
“No”. Dall’espressione che le apparì sulla faccia capii che non era la risposta giusta.
“Sei anche finocchio? Carabiniere e finocchio … hai solo difetti!”.
“Semplicemente sono stanco e poi non mi va, portami a casa”.
“A casa ci vai a piedi se ci vuoi andare, io non sono un tassista. Dai, sali un attimo. Devo farti solo vedere una cosa. Poi te ne andrai”.
Abitava in un attico che sembrava uscito da una rivista di arredamenti. Piccolo e pieno di roba costosa, la classica casa della mantenuta. Mi disse di accomodarmi, che sarebbe arrivata subito. C’era una grande vetrata che dava su un ampio terrazzo.
“Un po’ piccolo per una giovane coppia. Quando avete deciso di sposarvi?”
“A marzo. Tra cinque mesi”. Sentivo la sua voce che proveniva dalla camera da letto.
“Vi servirà un appartamento più grande, se arrivano dei bambini …”. Quando mi girai me la trovai di fronte senza niente addosso. Sapeva di essere bella e sapeva come approfittarne. Mi strinse le braccia al collo, vene ancora più vicino e cominciò a farmi sentire come era fatta. Niente da dire.
“Non l’ho mai fatto con un carabiniere. Vorrei cominciare questa sera”.
“Temo dovrai tenerti la curiosità”. Senza dargli tempo di parlare mi liberai dalle sue braccia e mi avviai verso la porta. Quella donna era molto più pericolosa di quanto potessi pensare.
XI
Due giorni dopo dovetti farmi un viaggetto a Milano: Sarti, il sostituto procuratore, mi aveva mandato a chiamare. Evidentemente dovevo essergli simpatico perché appena mi vide dalla porta dell’ufficio uscì e venne a salutarmi pregandomi di aspettare.
Dopo pochi minuti mi fece entrare. Seduto su di una sedia di fronte alla scrivania trovai Don Franco che si alzò e venne a stringermi la mano: ”Sono stato scortese con lei. Mi voglia scusare”.
“Non ci pensavo neanche più. Novità?”
“Il russo che ha visto tutto, il testimone insomma, è scomparso”. Non era una bella notizia.
“Forse ha avuto paura. Però il permesso di soggiorno ce l’aveva, quando è venuto a testimoniare era in regola. E invece la moglie ed il figlio del defunto?”
“Ho trovato modo di sistemarli presso una famiglia di miei parrocchiani, almeno per un po’. Ma non so per quanto”.
Sarti aveva di fronte il fascicolo. Lo aprì sbuffando dal mezzo toscano che teneva in bocca. Avrà avuto quarant’anni, ma sembrava un ragazzino, cercava di darsi un tono.
“Non abbiamo in mano moltissimo. La fidanzata di Colombo, quella Luisa, e l’avanzo di galera che gestisce quel piano bar hanno testimoniato che Colombo ha lasciato il locale alle due e un quarto. Quando non hanno trovato la macchina sono andati a piedi a casa di quella Luisa e lei lo ha riaccompagnato in villa. A quanto pare la ragazza abita li vicino. Il suo russo è stato messo sotto alle due, quindi come tempi sarebbero fuori”.
“A quanto pare. Comunque quel Castoldi, il proprietario del locale, ha precedenti penali. Quanto alla ragazza...beh, si devono sposare tra poco. Come testimonianze a favore non mi sembrano gran ché”.
“Ma è sempre meglio che niente. Il suo russo aveva riconosciuto il Colombo?”
“No, non con sicurezza. L’aveva visto solo per qualche secondo, di notte poi …lei se l’immagina un povero profugo russo che parla male la nostra lingua in mano agli avvocati di quel Colombo…”
“Si, me lo immagino. Le faccio vedere il nome dello studio che difenderà il nostro Colombo…”
Guardai il nome sulla carta intestata. Non ne sapevo molto di quell’ambiente, ma aveva l’aria di roba che costa.
“I principi delle tenebre. Se anche se il vostro russo saltasse fuori lo triterebbero come un hamburger e lo darebbero in pasto al gatto di casa. Ci serve qualcosa di più. Noi il Colombo l’abbiamo incriminato, ma non so quanto reggerà. Lei Tosto si è fatto un’opinione?”
Guardai Don Franco e mi venne in mente la sua calotta di ferro piazzata sul cranio. Era stato zitto ad ascoltarci per tutto il tempo, evidentemente aveva paura per la sua pecorella smarrita.
“Quel Colombo non mi piace, ma credo che siano in pochi ad averlo in simpatia. Ma questo non fa di lui un assassino. Ha dei precedenti per guida in stato di ebbrezza, è in odore di droga e ne ha combinate di tutte i colori. Ma temo che da un processo basato solo su indizi ne usciremmo con le ossa rotte. Quel suo russo Don Franco dove può essere andato?”
“Non ne ho idea. Forse è scappato, o forse si nasconde. Sicuramente ha paura”.
“O qualcuno gli ha fatto paura. La vedo più probabile. Cominceremo a cercarlo. Può farci avere una foto o qualcosa del genere?”
Fece cenno di si. Dopo qualche minuto passato su alcuni dettagli ci congedammo dal procuratore e uscimmo insieme.
“Lei è un uomo coraggioso maresciallo. Sta andando avanti senza guardare in faccia a nessuno”.
“Faccio il mio dovere. E poi quel Roberto Colombo potrebbe essere innocente? O no?”
“Solo Dio può giudicare”.
Che altra risposta vi aspettavate da un prete?
XII
Passò un’altra settimana e oramai in paese del russo non si parlava quasi più. La gente dimentica e anche in quel caso non si stava facendo un eccezione.
Sembrava quasi fosse calata una cappa di piombo su tutta la storia.
La mattina, mentre prendevo il mio cappuccino al bar di fronte alla stazione, vedevo gli operai che scendevano dal treno per andare a lavorare nella fabbrica del signor Colombo. Chissà cosa ne pensavano loro di quel figlio stronzo, di quella bella puttana che se lo stava per sposare, della sua villa faraonica.
Forse sapevano tutto o forse non gliene fregava proprio niente, andavano a lavorare e basta, neanche lo conoscevano il mondo del signorino Roberto, un mondo in cui si campa con i soldi di qualcun altro. Loro le donne come quella Luisa le vedevano solo in televisione la sera mentre la moglie finiva di fare i piatti in cucina.
Brutti pensieri. Perché tu maresciallo Tosto quando mai te la potresti permettere una così? Forse non sei un po’ invidioso anche tu? Non ti piacerebbe inchiodarlo quello stronzetto, crocifiggerlo in piazza davanti a tutti? Per la prima volta in vita tua hai rifiutato una donna, e che donna. Stavo infilato in quei pensieri quando vidi l’Alfa di servizio fermarsi di fronte al bar. Ne scese di corsa Pasqualino con la faccia delle grandi occasioni.
“Abbiamo ricevuto una segnalazione. Una bambina ha visto due balordi in una cascina a pochi chilometri da qui. Potrebbero essere quelli del pensionato”.
Dovete sapere che qualche giorno prima un pensionato era stato preso a calci da due tizi che gli avevano rubato la pensione. Il problema era che avevano picchiato un po’ troppo forte e quello adesso stava in coma.
I testimoni non avevano riconosciuto nessuno: quei due erano scappati con una moto tipo “Easy Rider” e sembrava che la strada se li fosse inghiottiti.
Poteva essere una buona idea andare a dare uno sguardo. Avvertimmo che stavamo andando a fare un sopralluogo e partimmo sparati. Arrivati vicino al posto trovammo una vecchietta che ci aspettava tenendo per mano una bambina.
Come vide la nostra cominciò ad agitare la braccia per richiamare la nostra attenzione. Pasqualino gli planò vicino con il motore al minimo: ”dietro a quella curva, dopo gli alberi. E’ una cascina abbandonata. Mia nipote li ha visti ed è scappata via. Hanno delle brutte facce, si stavano facendo da mangiare”.
Lasciammo la macchina dietro la curva del viottolo che portava alla cascina. Ci avvicinammo attraverso il bosco fino ad arrivare a poche decine di metri dalla casa.
Le persiane erano chiuse, per arrivare all’ingresso c’era da fare un piccolo tratto nell’erba alta. Correndo carponi ci avvicinammo al muro della cascina, una moto di grossa cilindrata stava parcheggiata sotto una lamiera ondulata.
Feci cenno a Pasqualino che avrei fatto irruzione dalla porta principale e lui si mise ad un lato della porta. Armi in pugno entrai al piano terra. Nessuno.
Salimmo la scala che portava di sopra cercando di non farla scricchiolare, fortunatamente il rumore di un grosso trattore coprì i nostri passi fino a che non arrivammo al piano.
Vidi Pasqualino precedermi e avvicinarsi allo stipite della porta. Senza darmi un preavviso dette uno spintone ed entrò al volo. C’era un tizio seduto per terra che appena ci vide alzò le mani con l’espressione stupefatta, lasciando cadere un bicchiere pieno di latte.
Ma quello dietro la porta Pasqualino non l’aveva visto, non poteva vederlo. Uscì all’improvviso, lo colpì al fianco con un coltello spingendolo da parte fino a farlo cadere.
Quando poi mi vide alzò la lama verso di me, le gambe spalancate, le braccia aperte e mi venne addosso urlando a squarciagola.
Il primo colpo lo prese in mezzo al torace, il secondo alla spalla.
Ma non serviva più.
XIII
Due balordi.
Due stronzi balordi di periferia che erano andati a farsi un giro in Svizzera, avevano finito tutti i soldi e si erano messi a vagabondare.
Quarant’anni in due. Pasqualino se l’era cavata con un buco nel polmone. Andai a trovarlo in ospedale, era convinto di aver fatto la figura del fesso.
“Mi sono fatto sorprendere maresciallo, proprio come un cretino”.
“Hai portato a casa la pelle, che vuoi di più?”
“Se non era per lei mi avrebbero ammazzato. L’ha fatto secco quello?”
“Non avrei voluto. A vent’anni non si può morire in questo modo”.
“A vent’anni non si dovrebbe neanche andare in giro ad ammazzare i vecchietti per seicentomila lire”.
“Senza contare i carabinieri che sfondano le porte senza copertura come ti dicono al corso”.
“Avrà dei guai maresciallo?”
“Non lo so. Forse si”. Ma non del genere che mi sarei aspettato.
XIV
Quando il sostituto procuratore mi mandò a chiamare pensavo sarebbe stato per la storia di quel ragazzo della sparatoria. Invece mi sbagliavo, come spesso mi stava succedendo da un po’ di tempo.
“Quello che avete catturato nella cascina. Ha confessato…”
“Il delitto del pensionato?” Mi sembrava la cosa più normale, anche se un po’ strana.
“Non esattamente. Sto per interrogarlo. Vuole sentire anche lei?”
Ero curioso e lo seguii. Come lo fecero entrare scortato nell’ufficio mi riconobbe subito. Ma il procuratore non era un tenero, appena quello provò a fare un paio di battute al mio indirizzo Sarti lo mise subito a posto.
“Ripeta quello che ha detto. Il maresciallo si interessa del caso in questione”.
Mi guardò sollevando leggermente il mento per far capire che si rivolgeva a me.
“Quella sera ci siamo fatti quella Mercedes truccata, tutta sportiva lì a Busto Arsizio. Così per provare come andava, Giuliano il mio socio diceva che faceva almeno i trecento all’ora, io invece dicevo che erano tutte stronzate. Ma il Giuliano era andato in fissa continuava a dire guarda che bomba guarda che bella dai che ci facciamo un giro. Aprirla è stato facile. Poi a Castelletto c’è un bel rettilineo, davanti ai vecchi capannoni. Allora quello stronzo del Giuliano si è messo a tirare le marce e …”
Non credevo a quello che sentivo. Sarti abbassò lo sguardo e posò gli occhiali sul fascicolo mentre quello continuava: “E a un certo punto è uscito fuori quello lì, quel russo e … l’abbiamo preso in pieno”. Sarti si rimise gli occhiali: ”non vi siete fermati?”
“No, cioè, solo un attimo. Abbiamo visto che l’avevamo fatto secco e allora il Giuliano ha detto scappiamo via se no ci blindano per tutta la vita”.
XV
Tornammo nell’ufficio di Sarti e lui si fece portare un caffè. Io rifiutai l’offerta.
“L’avvocato di Colombo si è già fatto sentire. Chiede che l’inchiesta sul suo cliente venga archiviata. Lei crede a quello che ha detto quel ragazzo?”
”Neanche una parola. E’ chiaro che mente. Evidentemente gli è stato promesso del denaro se accusa il suo complice dell’omicidio del russo. Con quei soldi potrà pagarsi un avvocato e togliersi dalla galera. Ovviamente anche per l’omicidio del pensionato ha accusato il suo socio, cioè quello che io…”
“Esattamente. E se vuole sapere come la penso credo che lei abbia ragione su tutta la faccenda. Ma non possiamo fare nulla. L’accusa decadrà. E adesso può dirmelo Tosto: crede che sia stato Colombo ad ammazzare quel povero russo?”.
“Si. E’ stato lui, ne sono sicuro, potrei scommetterci sopra la pensione”.
“Come fa a dirlo? Lei è un ufficiale di polizia, deve basarsi su delle prove”.
“Mi ha chiesto una opinione. Quel ragazzo è marcio. Ma adesso il caso è chiuso. Anche per me”.
“E il testimone russo? Si è più fatto vivo, l’avete ritrovato?”
“A quello sarà meglio non pensarci più”.
XVI
Ci sono delle volte che anche se non li cerchi i guai vengono loro a cercarti. Erano circa le due di notte quando ricevetti una chiamata da Pasqualino, ritornato in servizio.
“Un guaio”. Non era il tipo da chiamarmi per una fesseria.
“Devo venire lì?”
“Passo io a prenderla”. Arrivò al volo con la macchina di servizio.
“Colombo, il giovane. Ha affittato la sala di una discoteca e con un gruppo di amici sta facendo un pandemonio. Stà festeggiando, l’hanno scagionato da ogni accusa dopo che quel balordo ha confessato. Un paio di tizi che cenavano nel locale hanno protestato per tutto quel casino e lui li ha presi a cazzotti. Sono venuti da me con le mogli e li ho accompagnati al pronto soccorso. Ho pensato che era meglio se c’era anche lei".
“Hai pensato bene. Muoviamoci”.
Arrivammo dopo cinque minuti.
Sembrava un posto elegante. Malibù c’era scritto, Club Privè. Mi aprì un tizio robusto con i capelli corti. Si vedeva che aveva un pistola sotto la giacca, ma evidentemente aveva ricevuto ordine di non usarla.
Lo fissai per un attimo.
”Dove stanno?”
Mi fece cenno verso una specie di piano rialzato da cui provenivano urla e risate. Mentre stavo per muovermi una bottiglia di Champagne volò in mezzo alla pista per rompersi in mille pezzi di vetro e schiuma.
Salii con calma le scale seguito da Pasqualino fino ad arrivare al piano di sopra. Saranno stati una ventina, ad occhio e croce tutti ubriachi e forse qualcosa di più.
Il giovane Roberto stava stravaccato su di un enorme divano nero, la signorina Luisa accanto con le gambe sempre in bella mostra. Mi feci strada tra la gente e mi piantai di fronte a lui a gambe larghe. Si levò la bottiglia dalla bocca e mi guardò ridendo.
Poi a voce alta: ”eccolo, eccolo quello che voleva incastrarmi, proprio questo stronzo qua. Fatti vedere bene. Ti è andata male vero?”
Riaggiustandosi i capelli Luisa riuscì faticosamente a mettersi in piedi. Mi si avvicinò toccandomi l’uniforme in modo confidenziale: ”la prego non faccia caso a quello che dice…è ubriaco”.
“No signora, non è solo ubriaco. E’ anche strafatto di cocaina, ha ferito un paio di persone ed ha insultato un pubblico ufficiale. Seguitemi in caserma”.
Si alzò in piedi come morso da una tarantola: ”Io non vengo da nessuna cazzo di parte e tu te ne vai dritto a fare in culo…”
Il pugno mi colpì di striscio sulla tempia, niente di grave. Luisa fece per mettersi in mezzo: “Roberto sei impazzito, ma che ti metti a fare…”
La colpì con pugno violento allo stomaco, che stavolta centrò il bersaglio: la vidi piegarsi in due, poi finire in ginocchio sul pavimento per cominciare a vomitare schiuma. Mi accorsi che i suoi amici avevano fatto cerchio attorno a me e Pasqualino.
“Quanto scommettete che lo butto per terra in meno di un minuto? Non vali un cazzo signor due milioni al mese, non vali un cazzo e te lo farò vedere…”
Guardai Pasqualino che stava mettendo mano alla fondina e gli feci cenno di no. Si era messo dritto di fronte a me, la camicia aperta sul torace magro, le narici dilatate, gli occhi spiritati.
Tirò un calcio esagerato, lo evitai e andò a finire per terra senza che lo toccassi. Qualcuno dei suoi amici si mise a ridere. Si rialzò di scatto, prese una bottiglia, la ruppe contro il tavolo e si lanciò verso di me. Mi abbassai, scostai la bottiglia con la sinistra e lo colpii velocemente con due ganci, uno alla stomaco ed uno al mento.
Crollò immediatamente, ma feci in tempo a sorreggerlo, lo buttai contro un tavolo e gli fui addosso: ”e adesso ascoltami bene. Niente arresto, niente denuncia, niente di niente. Ma da oggi azzardati solo a soffiarti il naso troppo forte che la tua sofferenza sarà lo scopo della mia vita. Non devi più rompere i coglioni in questo paese, almeno finchè ci sono io. E non te lo dico più!”
Mi resi conto che lo stavo soffocando e allentai la presa sul collo. Luisa stava ancora vomitando, chinata sul pavimento, la testa sorretta da una sua amica. Non mi faceva pena.
Detti uno sguardo agli altri gentiluomini, riconobbi Castoldi che tentò di nascondersi nella penombra dietro ad una colonna del locale. ”Ci siamo proprio tutti stasera. Tra dieci minuti fuori dai coglioni tutti quanti. Sennò vi mando i carabinieri, ma quelli veri stavolta”.
Scesi in fretta le scale appena in tempo per incrociare il padrone del locale che tentò di scusarsi, ma lo precedetti: ”se il signor Colombo entra ancora una volta qui le faccio chiudere la baracca”.
Me ne andai senza salutare.
XVII
Ovviamente non riuscii a riprendere sonno.
Poi, verso le cinque di mattina, sentii suonare il citofono. Mi affacciai alla finestra e vidi solo un ombra alta vicino al portoncino. Scesi in fretta e la trovai appoggiata al muro.
La faccia era rossa e gonfia, il labbro inferiore spaccato, una lunga ferita le solcava il sopracciglio. Era ancora piegata in due. L’aveva massacrata di botte.
“Fammi entrare, sto malissimo”. Non era il momento delle gentilezze, ne avevo piene le palle di questa storia.
“C’è un ospedale a due chilometri. Se fai in fretta ce la fai, senza svenire è ovvio”.
Mi guardò con un occhio mezzo chiuso: ci aveva dato dentro con i cazzotti l’amico.
“Ma non vedi come sto? Fammi entrare…”. Adesso basta. La presi per le braccia e la buttai contro il muro nell’androne.
”Chi è che ha messo sotto quel russo? Avanti, o ti lascio crepare in mezzo alla strada, poi vado a prendere quel porco e lo sbatto in galera per tutta la vita”.
Stava per cadere, le diedi uno scossone e si riprese: ”non lo farai, non mi lascerai in mezzo alla strada. Non posso andare in ospedale”.
“E invece si. Puoi scommetterci che ti mollo. Allora, voglio sapere la verità. E’ stato lui a metterlo sotto?”
“Ti piacerebbe vero? Tanto non lo ripeterei mai in un tribunale”.
“Non è più un fatto di tribunali. Questa storia è solo mia adesso. Allora?”
La testa le ciondolò da una parte, ma fui svelto a riprenderla.
“Si. È stato lui. Era pieno di cocaina, corre sempre in quel tratto di strada ci si diverte…l’ha preso in pieno”.
“E quello che ha testimoniato? Quello della rapina al pensionato…”
“Un balordo…l’hanno trovato gli avvocati del padre, l’hanno riempito di soldi, lo faranno difendere da un grosso avvocato…quando uscirà di galera sarà ricco…invece io e te saremo sempre due stronzi morti di fame…”
E questa volta svenne per davvero.
XVIII
Trauma cranico, naso e zigomo rotti, un paio di fratture costali. Poteva andarle peggio.
La feci mettere in una camera singola e detti ordine di non far passere nessuno. E adesso sapevo la verità. Ma era la verità? E ora non era forse peggio, ora che sapevo che ero stato preso in giro, che quel tizio non avrebbe mai pagato per quello che aveva fatto.
Dopo quella sera passarono i giorni, poi qualche mese e finalmente arrivò la primavera.
Luisa sporse denuncia contro ignoti e Colombo per un po’ sparì dalla circolazione. Il padre sparse la voce che l’aveva mandato in Svizzera a studiare, ma non ci credette nessuno, ovviamente. Meglio così.
Finchè una mattina alle sette sentii di nuovo suonare il citofono. Era lei, con una grossa valigia nera, senza trucco, i capelli raccolti dietro la nuca, un paio di grandi occhiali neri. Una bella ragazza alta che non vuole farsi notare, senza riuscirci.
Come al solito mi affacciai alla finestra.
“Devo staccare il citofono un giorno o l’altro”.
“Da quando ci conosciamo non mi hai mai detto una cosa carina. Per forza sei scapolo”.
“Sei qui per parlare della mia vita sentimentale?”
“Non sapeva che ne avessi una. No, comunque. Parto. Mi accompagni alla stazione?”
“E dove vai? Sembra quasi vero … e il tuo rampollo dalle uova d’oro?”
“Torno a Pavia. Ho ancora i miei genitori li. Non credo che uccideranno il vitello grasso, ma…”
Salimmo sulla mia macchina che incredibilmente riuscì a mettersi in moto nonostante avesse piovuto.
Lei non parlò per tutto il tragitto, limitandosi a guardarsi intorno. Da parte mia non mi andava di fare domande, non mi sembrava il momento. L’aria era anche troppo fresca, così ci mettemmo nella sala d’attesa di seconda classe con un cappuccino bollente nel bicchiere di carta tra le mani. Si strinse a me, imbarazzante, ma piacevole.
“Sei l’unico uomo che mi ha detto di no. Lo sai?”
“Non credo che potremo rimediare in una sala d’attesa di seconda classe alle sette e mezza di mattina”.
Si tolse gli occhiali: i lividi neri erano scomparsi, chissà come avevo fatto a non finire a letto con lei quella notte, mi teneva addosso un fianco, una sensazione straordinaria.
“Verrai a trovarmi a Pavia? Questo è un posto maledetto Nello, il peggiore dove potevi finire”.
“Allora i posti brutti non li hai mai visti”.
“Questo posto presto sarà un inferno Nello. Questo paese ha un cuore…un cuore nero che batte ogni secondo e prima o poi lo distruggerà…io non posso dirti di più, ma credimi te ne devi andare. Questo paese ti distruggerà. Non hai avuto che fallimenti da quando sei qui…”
“Non ho avuto che fallimenti dappertutto. Adesso basta scappare, questa volta qualcun altro dovrà scappare. Un giorno o l’altro me lo spiegheranno perché devo sempre essere io ad andarmene quando ho ragione”.
Vidi il treno avvicinarsi alla stazione lentamente. Appena si fermò salì in fretta con le sue lunghe belle gambe e si affacciò al finestrino a salutarmi. Allungò le mani verso di me, che senza neanche pensarci gliele strinsi forte tra le mie.
“Sei innamorato di me e non puoi farci niente. Dal primo momento che mi hai vista ti sei innamorato di me”.
Non risposi e rimasi a guardarla mentre il treno si allontanava e lei mi salutava con la mano. In fin dei conti non era cattiva. Io invece si. E continuavo a pensare a quello che mi aveva detto.
XIX
Era partita solo da qualche giorno quando mi arrivò la notizia che il prete, Don Franco, stava male e voleva vedermi.
Doveva trattarsi di una cosa piuttosto grave perché la ragazza della parrocchia aveva gli occhi lucidi e mi raccontò che da qualche giorno non diceva più messa. Lo trovai a letto con la faccia pallida e gli occhi arrossati. Non sembrava in gran forma, respirava male e teneva una specie di secchio vicino al letto, sul cui utilizzo preferii non approfondire. Fece cenno alla ragazza di allontanarsi e quella sparì silenziosamente.
“Gastroenterite mi hanno detto. Sto con le endovenose, in ospedale non ci voglio andare, qui hanno bisogno di me”. Guardò la goccia che scendeva lentamente dal deflussore collegato alla flebo che teneva al braccio.
“Sono distrutto dalla diarrea, non mi reggo in piedi. Ho gli occhi che mi danno fastidio, pensi che mi stanno anche cadendo i capelli. Ma non è di me che le devo parlare”.
“Sono tutto orecchi”.
Era da un po’ che pensavo di rivolgere qualche domanda a quell’uomo. Mi stava nascondendo qualcosa, ma non capivo il perché.
“Il russo, il suo testimone … l’ho visto l’altro giorno. Bisogna fare qualcosa”.
Sapeva che le sue parole mi avrebbero fatto effetto. Rimasi in silenzio aspettando il resto.
“E’ quasi un mese che si nasconde nei sotterranei delle vecchie fabbriche, quelle dove ci siamo incontrati io e lei la prima volta. E’ molto ammalato. Ha la faccia come piagata, è ridotto a uno straccio. Non so spiegare…non vorrei che fosse qualche malattia strana”.
“Come faccio a trovarlo?”. Doveva scoprirsi adesso.
“Lo proteggerà? Non se ne servirà soltanto per distruggere Colombo per poi buttarlo via? Voglio la sua parola che lo guarirà e lo aiuterà”.
“Ha la mia parola d’onore”. Mi strinse la mano, ma aveva ben poca forza.
“Come farò a trovarlo?”
“Aspetta Paolina tutte le sere a mezzanotte davanti all’ingresso dei sotterranei. La ragazza gli dirà di non avere paura. Lo faccia curare. Questa faccenda ha avvelenato tutti, ma quell’uomo non può morire così”.
“A quell’uomo penserò io. Lei adesso pensi a sé stesso Don Franco”.
XX
Decisi di andare da solo e in borghese, era il momento di correre i miei rischi.
Mi presentai con Paolina, la ragazza della parrocchia di Don Franco, portando due grosse ceste piene di roba. C’era dentro un po’ di tutto, vestiti usati per i bambini, latte in polvere e altre cose.
Facemmo un paio di giri tra quei disgraziati e poi ci avvicinammo al posto convenuto. Lui ci aspettava fermo davanti alle scale che portavano al piano interrato, infilato dentro ad un cappotto che gli stava parecchie volte, il volto affilato, un cappello in testa.
Mi riconobbe solo all’ultimo momento e non fece in tempo a scappare. Quando gli afferrai il braccio per trattenerlo sentii sotto i vestiti solo le ossa e poco altro. Quell’uomo era poco più di uno scheletro. Mi guardò con gli occhi spiritati.
”Lo so cosa vuoi da me. Lasciami andare”.
Le labbra erano ulcerate, la bocca devastata da piaghe su cui spiccavano i denti marci. Dovetti vincere lo schifo per tirarlo più vicino a me per trattenerlo.
“Tu non sai proprio niente. Ostinati a rimanere là sotto e di te non resterà niente. Hai una sola possibilità di salvarti e quella sono io. Ficcatelo bene in testa”.
Non cercava neanche più di svincolarsi. Era il momento di essere convincente, ma ci pensò Paolina:”ha promesso a don Franco che ti aiuterà. Non avere paura”.
Riuscii a prenderlo sottobraccio e a portarlo fuori da quel posto. Lo portammo al Pronto Soccorso. Dovetti insistere parecchio per entrare e convincere il medico di guardia a ricoverarlo non fu uno scherzo. Cominciò a dire che se era una malattia infettiva dovevano trasferirlo eccetera. Ovviamente io non avevo nessuna intenzione di mollarlo.
Riuscii alla fine a farlo sistemare in una stanza di fortuna e chiamai Pasqualino. Dovevamo piantonarlo, assicurarci che nessuno sarebbe riuscito ad avvicinarsi al nostro unico testimone. La mattina dopo ero ancora lì. Chiesi alla direzione sanitaria di non rivelare a nessuno di quel ricovero, di farlo passare per un barbone. C’era ancora qualcosa che dovevo sapere. Quando entrai nella sua stanza lo trovai nel letto con le coperte appiccicate addosso e non sapevo quanto sarebbe durato.
“Da quanto stai male? L’ultima volta che ti ho visto non stavi così”.
“Ho dormito un paio di notti in quella stanza … la sotto”.
“Quale stanza, dove là sotto? C’è altra gente in quei sotterranei? Quanti sono?”
“La stanza con i bidoni. Mi era nascosto là sotto perché li nessuno ci va hanno tutti paura”.
“Chi ha paura dove sta questa stanza?” Mi girai verso Pasqualino: “Chiama subito il sostituto procuratore, quello che sai tu. Digli di venire e per carità di non dire niente a nessuno. Non mettiamo fuori i manifesti”.
Tornai a rivolgermi al nostro amico. Gli porsi un bicchiere d’acqua, ma non era facile farlo bere attraverso le labbra spaccate, il vetro del bicchiere gli urtava contro i denti, chissà che male gli faceva.
“I bidoni li portano ogni quindici, venti giorni. Vengono di notte a scaricarli, una decina per volta. Hanno riempito molti locali del sotterraneo della fabbrica. Io ho dormito lì solo un paio di volte, poi ho cominciato a stare male … non voglio andare in tribunale, non mi ci porti”.
“Stai tranquillo, tu non ci finisci in tribunale”.
XXI
Sarti era un uomo intelligente e pacato. Fece ripetere la storia al russo e vi assicuro che fu un miracolo, prese nota di tutto e poi ci chiudemmo in una stanza a parlare. Ovviamente aveva le idee chiare: “Dobbiamo fare un sopralluogo. Non posso fare nulla se prima non vedo di cosa si tratta. Potrebbe essere una malattia infettiva o non so cosa”.
“No. Non credo sia una malattia infettiva. Oramai è chiaro, utilizzano i sotterranei delle vecchie officine per stivarci rifiuti tossici Dobbiamo aspettare che scarichino ancora quella roba e li becchiamo con le mani nel sacco. Lei sa di chi sono quei ruderi vero?”
“Colombo disse che se li era comprati perché il padre ci aveva lavorato come uno schiavo per quarant’anni … e poi l’hanno buttato in mezzo ad una strada. Ha sempre rifiutato qualunque progetto del Comune per farne un uso diverso … dice che quel posto gli ricordava il suo vecchio”.
“Molto romantico. Dobbiamo aspettare il prossimo carico. Ho mandato Pasqualino a prendere la pianta di quel posto, voglio vedere da dove passano…voglio inchiodarli. Lo crocifiggo a quel porco!”.
Mi venne vicino puntandomi la sigaretta: ”Ehi Tosto…cerchiamo di capirci subito. Niente vendette personali chiaro? Quel ragazzo era innocente e la legge l’ha dimostrato, a noi interessano i fatti, non le sue incazzature. Piuttosto ha avvertito i suoi superiori?”.
“Non mi fido più di nessuno ormai”. Rimase a guardarmi per qualche secondo, poi si avviò verso la porta.
”Io credo che lei stia seguendo la pista giusta Tosto. Ma stia attento, se si sta sbagliando non vorrei essere al suo posto e questa volta nessuno potrà difenderla”.
“Ci sono abituato”.
XXII
Il russo morì due giorni dopo.
Chiesi immediatamente l’autopsia. Arrivai alle cinque di mattina in ospedale e vi posso assicurare che non fu una cosa piacevole.
Il medico legale confermò le mie ipotesi e disse che avrebbe scritto tutto sul suo referto. Avvertii immediatamente Sarti. Mi chiese quando sarei entrato in azione, ma questa era una cosa che proprio non sapevo.
Pasqualino portò la piantina della fabbrica e dei sotterranei e restammo a bocca aperta: c’erano chilometri di sotterranei la sotto, trovare il posto che diceva Anton era quasi impossibile.
Anche con una squadra avremmo girato per giorni, senza contare che avremmo messo tutti in allarme. Notammo però che c’era un tunnel che portava vicino alla riva dell’Olona, probabilmente un vecchio accesso di servizio da cui scaricavano materiale nel fiume. Poteva essere quella l’entrata.
Decisi così di fare un sopralluogo e quella notte con Pasqualino andammo a andare un’occhiata. Scendemmo lungo la riva del fiume, in mezzo a carcasse di macchine e a tutta quella puzza micidiale. Trovare l’ingresso non fu facilissimo, l’avevano ricoperto di frasche e con qualche vecchia lamiera ondulata, ma alla fine arrivammo all’entrata di una specie di galleria alta più o meno come un uomo.
“Un vecchio cancello con un lucchetto nuovo nuovo”.
“Lo forziamo?”
“No. Torneranno e ci saremo noi ad aspettarli”.
XXIII
Pasqualino si era ricordato di una vecchia denuncia di alcuni mesi prima: un tizio aveva fatto un incidente con un camion proprio vicino all’ingresso di quel cunicolo. Quando era sceso per avere spiegazioni tre tizi erano sbucati dal camion, lo avevano malmenato ed erano scappati via.
Gente che aveva fretta e che non voleva essere vista.
E poi una signora si era lamentata di un autotreno che si era fermato proprio vicino all’argine del fiume e che faceva un gran rumore con dei carrelli elevatori. Lei aveva pensato al camion dell’immondizia, ma quando si era affacciata per dirgli che di notte non bisogna far casino quelli gli avevano risposto di pensare agli affari suoi e di non rompere.
“E sempre alla fine del mese maresciallo. Tra il 28 ed il 30”.
E fu così che io e Pasqualino, insieme a altre due macchine del Nucleo operativo di Gallarate ci trovammo a prendere la pioggia quella notte di Dicembre aspettando un camion che sembrava non arrivare mai.
Romano, un tenente mio amico, mi si avvicinò nel buio: ”Nello, io ti ho dato una mano per solidarietà meridionale. Ma se questo stronzo non arriva tra mezz’ora io me ne vado. Stiamo con il culo scoperto, lo sai questo? Non abbiamo neanche avvertito il comando di questa operazione”.
“Se vuoi andare vai. Non ti posso chiedere più di troppo. Ma io a quelli li prendo”.
E dopo ventinove minuti Dio volle che un grosso tre assi si fermasse a luci spente davanti all’argine. Niente rumore questa volta erano le quattro di notte.
Scesero in fretta e cominciarono a scaricare dei grossi fusti sigillati alti circa un metro, ma apparentemente molto pesanti. Li lasciammo continuare il lavoro, poi saltammo fuori con le luminarie accesa. Il conducente del camion fece per rimettere in moto, ma gli saltai addosso con la pistola puntata: ”Scendi subito! Pasqualino, andiamo sull’argine!”
Inciampando guadagnammo l’entrata del tunnel. In fondo brillava una luce che si muoveva e cominciammo a correre piegati in due per raggiungerla. Percorremmo almeno cinquecento metri sempre seguendo quella luce che ondeggiava.
Si accorsero di noi quando accendemmo le torce. Tentarono una reazione, ma non durò molto. Alla luce delle torce non si riusciva a vedere molto, c’era un forte odore di muffa, di fiume, di marcio. Ma quando accendemmo la luce di quel locale ci accorgemmo che c’era qualcosa di molto peggio.
XXIV
Quando Colombo mi vide arrivare in alta uniforme stava parlando con un gruppo di giapponesi che lo ascoltavano messi in fila come soldatini.
Senza muoversi di un millimetro mi mandò incontro un ragazzo bene educato vestito con un elegante completo scuro, che mi riempì di sorrisi e mi fece accomodare in un elegante stanza al primo piano dell’edificio principale.
Lui arrivò dopo pochi minuti e senza darmi la mano mi si mise di fronte: ”La avverto che non ho molto tempo. Sappia comunque che questa persecuzione nei confronti miei e della mia famiglia non potrà durare a lungo”.
Non mi mossi di un millimetro.
“Questa notte nei sotterranei delle ex telerie è stato scoperto un deposito di materiale radioattivo, fanghi e scorie, nonché sostanze tossiche quali cianuri e nitriti custoditi in fusti da quaranta litri. Alcuni dei fusti radioattivi, con il tempo, hanno rilasciato del materiale radioattivo che ha causato la morte di un cittadino ucraino, tale Anton Rodzinsky e tra poco causerà anche quella di don Franco, un sacerdote che si occupava di quella povera comunità di disgraziati che vive in quel posto maledetto da Dio. Si chiama sindrome da esposizione acuta a radiazioni ionizzanti”.
“E lei che cosa vuole dimostrare?”
“Dimostreremo che lei ha utilizzato quei vecchi magazzini come discarica abusiva di materiale radioattivo e scorie tossiche. Dimostreremo che lei è responsabile della morte di quel russo e dimostreremo che lei coscientemente ha messo una specie di bomba nucleare nel cuore di questo paese. Dimostreremo che lei ha utilizzato i soldi che le provenivano dallo stoccaggio illecito di quelle scorie per sollevarsi da un disastro economico quando le imposero di costruire un impianto di depurazione per la merda che le sue fabbriche sputano fuori. Dimostreremo tutto questo e anche di più. E adesso se vuole scusarmi. L’avviso di garanzia glielo lascio sul tavolo, così poi se lo legge per bene”.
Mi sbarrò la strada puntandomi contro il dito indice. Sentii la sua mano sulla giacca: ”Non crederai di cavartela così spero? Vieni qui vestito come un pupazzo e credi di farmi paura? Quando chiuderò questa baracca chi darà da mangiare a queste duemila famiglie? Credi che ti verranno a ringraziare perché hai tolto un po’ di immondizia da sottoterra? Glielo spiegherai tu quando non potranno più pagare il mutuo della casa, le rate della macchina, quando l’estate non potranno più andare in vacanza per quindici giorni? Io do lavoro a questa gente e tu, dimmi, che cazzo hai fatto per loro? Tu li hai messi in mezzo a una strada!”
“Meglio in mezzo ad una strada che in mezzo al cimitero, no?”
“Tu non sai che cazzo dici! Dovevi venire qui da me, ne avremmo parlato, avremmo trovato una soluzione. Tu e quello stronzo di Sarti che mi odia da quando gli hanno messo la toga sulla spalle, chi cazzo vi credete di essere?”
“Ci sono cose di cui non si può discutere. Buongiorno”.
Mi guardò scendere le scale, poi non riuscì a trattenersi: ”Io ne uscirò fuori. Stai tranquillo che ne uscirò fuori, è una vita che combatto con gli stronzi come te, con quelli che sanno solo rompere i coglioni”.
Il ragazzo vestito di grigio lo tratteneva, ma lui bestemmiando continuava ad inseguirmi: ”A quanta gente hai dato da lavorare eh? Avanti rispondimi! A quanta gente hai dato da lavorare tu? A nessuno! Sei solo uno stronzo terrone del cazzo che si è messo addosso una divisa e crede di essere il padreterno”.
Era riuscito a venirmi davanti, con quello che lo tratteneva a stento: ”Io ne uscirò fuori, giuro su Dio che ne uscirò fuori. Ho preso questo paese e l’ho fatto uscire dalla merda, non farò distruggerò il mio lavoro da uno stronzo come te. E non sarò da solo: giudici, avvocati, ministri, chiamerò tutti, ne uscirò fuori puoi starne sicuro,. Ma a te … chi ti salverà a te? Chi ti salverà il culo adesso? Sei da solo adesso lo sai?”
“Sono sempre stato solo”.
XXV
Sono le quattro di notte e la fabbrica del signor Colombo ha le luci ancora accese. La vedo bene dalla stanza di Don Franco. Mi ha chiesto di andarlo a trovare perché non vuole morire da solo e poi ha ancora il rimorso per avermi trattato male quella sera. Ma gli ho detto che è tutto dimenticato e che per me è un amico.
Siamo in vena di confessioni questa sera. E ho cominciato io: “Ho sbagliato tutto. Forse ha ragione Colombo, a questa gente non gliene frega niente della giustizia, di avere una bomba radioattiva sotto al culo…”.
“Non lo fai per loro. Io lo faccio per loro, tu lo fai per te stesso. E hai vinto”.
“No. Ho collezionato solo fallimenti. Suo figlio ha ucciso un uomo e l’ha fatta franca, lui ne verrà fuori, ne sono sicuro. Aveva ragione, ne uscirà. E poi…”
“Io lo so cos’è che ti brucia. Molto più di un bidone di quella porcheria radioattiva”.
Trovammo la forza di sorridere entrambi.
”Ti ha lasciato l’indirizzo?”
Guardai un punto indefinito della parete pur di evitare il suo sguardo, ma quel prete non mollava: ”anche Gesù ha perdonato la Maddalena”.
“L’ha perdonata, mica se l’è presa in casa”.
“Aveva un sacco di altre cose da fare. E adesso dammi la mano che sento che non ce la faccio più. E non dar retta a quello che si dice, anche i preti hanno paura di morire amico mio”.
“Da quanto tempo sapeva che c’era quella roba sottoterra?”
Prese un sorso d’acqua, poi si girò nel letto per guardarmi in faccia.
“Di solito sono io che faccio le confessioni”.
“Facciamo conto che questa sia una sera un po’ particolare”.
“Me lo disse uno di quei profughi, era arrivato per caso a quelle stanze nel sotterraneo. Io non ci volevo credere, poi andai a vedere. Colombo mi disse che era stato costretto ad accettare quello stoccaggio perché gli servivano soldi per salvare la sua fabbrica dal fallimento, che era un posto sicuro e che non c’era pericolo. Che mi avrebbe dato dei soldi per aiutare quella comunità di esuli e infatti me ne dette, io però avrei dovuto tenere lontano la gente da quel posto. Ma ora so che sbagliai a tacere, da una cattiva azione non può derivare nulla di buono. E infatti quando uno di quei fusti radioattivi ha ceduto un uomo è morto… per colpa mia”.
“E’ per questo che non hai voluto curarti? E’ questa la penitenza che ti sei scelto?”
“Si. Non ci riesco più a vivere sapendo che ho causato la morte di quell’uomo. Proprio non ci riesco”.
XXVI
Don Franco morì quella notte e al suo funerale venne un sacco di gente, Colombo compreso.
Bella cerimonia, tutti commossi, ma oramai sono passati alcuni mesi e qui è tornata la solita noia. Sarti mi ha telefonato e dice che questa volta viene fuori una bomba e lo incastriamo una volta per tutte. L’indagine si sta espandendo a macchia d’olio, stanno spuntando nomi eccellenti e lui è sulla breccia.
Direi quindi che ci sono tutte le premesse per un fallimento.
Il figlio di Colombo, Roberto, adesso frequenta una specie di Università per fighetti in giacca e cravatta, roba di economia, marketing e altre storie del genere. L’ho visto in giro un paio di volte con gli occhialini tondi di metallo ed una borsa nera di cuoio come quelle che usano gli avvocati.
Quasi quasi lo preferivo prima. Adesso sono le otto di sera di un sabato di Maggio e ancora non riesco ad andarmene a casa, anche perché la nipote della signora Amalia è venuta a trovare la zia e se non vi sembra questo un buon motivo…
Continuo a rigirarmi tra le dita la lettera che mi ha scritto Luisa, in fin dei conti è stata lei a mettermi sulla strada giusta, se adesso quel cuore nero velenoso non batte più un po’ è anche merito suo.
Mi scrive che sa che sono pazzamente innamorato di lei e che non ho mai voluto dirglielo per orgoglio. No Luisa. E’ solo che puttane e carabinieri non legano bene insieme. Ha trovato un lavoro, sta bene e forse ha anche trovato un fidanzato pieno di soldi e che se la vuole sposare.
E conclude dicendo che sono un cretino e che ho perso la migliore occasione della mia vita.
E’ vero.
Sono già le otto e trenta, il film è cominciato e questa sera non potrò accompagnare al cinema la nipote della signora Amalia.
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