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BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB
ALCATRAZ – MILANO
Domenica 30 novembre 2003
L’ennesima rappresentazione della farsa del blocco del traffico è appena andata in onda con tutto il suo strascico di polemiche e disagi e si chiude con gli immancabili imbottigliamenti in prossimità dei punti di accesso alla città.
Tant’è.
Dopo qualche coda e l’immancabile e sfibrante ricerca del parcheggio, raggiungo un Alcatraz stranamente quieto e silenzioso.
In fin dei conti, sono solo le 20.30 e l’ingresso è presidiato solo dai venditori di merchandising taroccato d’ordinanza.
Bene. Una fila evitata.
Dentro, il locale è stranamente tagliato in due da un pesante sipario nero, al di là del quale, in prossimità del palco, si indovina una folla rumorosa e allegra.
Un rapido sguardo in giro mi insinua il sospetto di avere sbagliato concerto.
Gruppetti di ragazzetti in perfetto London-style virato Strokes: aria spaesata, magrezza che confina con la consunzione, acconciature a metà strada fra Beatles e Ramones, jeans talmente stretti da essere indossati col calzascarpe, T-shirt da gondoliere e giubbottino in pelle aderente come una muta da sub.
Sparse per il locale, maliarde in tubini fascianti e complicati maglioni-sciarpa (non saprei come descriverli altrimenti), vamp dalle trasparenze da codice penale, accompagnate da stilosissimi cavalieri in D&G style.
Poi, ad una seconda occhiata, compaiono ciondolanti cowboy metropolitani, biker, rocker di varia età, dark di ultima generazione, qualche metal-kid e tanta gente dal look no-look (in altre parole: gente senza divisa).
Tutto normale.
Adocchio parecchi around-forty e mi metto tranquillo. Sono in buona compagnia e non sono costretto a sentirmi vagamente fuori contesto come quando mi trovo a spintonarmi in ruvide pogate con gente dell’età di mia figlia e il doppio della mia stazza.
Per fortuna, comunque, stasera non si prevede turbolenza seria sotto il palco.
Alle 21.15 sale sul palco il gruppo spalla, gli svedesi Fireside.
Ricordo di avere ascoltato un loro disco anni fa e la sensazione non era stata quella di trovarmi di fronte alla band del secolo.
Sensazione confermata stasera.
Attaccano con un brano vagamente post-rock (incedere lento e reiterativo, violenti stacchi improvvisi, ripiegamento su ritmi lenti e così via).
Il resto della performance è rock energico ma del tutto privo di elementi di novità o anche solo di generico interesse.
C’è tempo per una birra, seduto sugli scalini.
Le orecchie mi si drizzano all’improvviso quando, nel bel mezzo di un brano, la band riesce quasi per miracolo ad innestare il ritornello di Blue Monday dei New Order. Impennata di interesse anche del pubblico che gradisce e applaude.
L’esibizione si conclude dopo tre quarti d’ora con una coinvolgente suite finale dura, ipnotica, mantrica. Un buon modo per riscattare una performance senza lampi particolari.
Si smonta il palco della band di spalla, si accordano le chitarre, si prova la batteria.
Alle 22.15, finalmente, calano le luci nel locale e lo spettacolo comincia.
Non una luce accesa.
Parte una base registrata e si indovinano movimenti furtivi sul palco.
I musicisti prendono possesso dei loro strumenti.
Robert Turner voce e basso, Peter Hayes voce e chitarra, Nick Jago batteria.
Improvvisamente, fasci di luce bianca tagliano in verticale la scena mentre l’enorme telone alle spalle del trio si infiamma di un acceso rosso sangue, sul quale spicca in nero il nome della band.
A vederli, ricordano i Jesus & Mary Chain.
Magri, capelli per aria, T-shirt nere, pantaloni neri e giubbotti di pelle, rigorosamente neri anche quelli.
E’ un attimo.
Le note della base musicale sfumano.
Ci si aspetta un attacco duro (one-two, one-two-three con le bacchette a tenere il tempo), come da copione, tanto per entrare subito nel clima giusto.
E invece no.
Partono le note di una canzone che a quanto pare nessuno sembra conoscere.
Liquida e lenta psichedelia che scivola verso il vero “attacco duro” del concerto, In like the rose tratto dall’ultimo lavoro della band Take them on on your own.
E si comincia a saltare.
In fondo siamo tutti qui per questo.
Il concerto va avanti sull’onda del rock ‘n’ roll più tirato ed acido.
Basso distorto ed usato egregiamente sia in senso ritmico sia in senso melodico, chitarra elettrica e tagliente e batteria sempre efficace e fragorosa.
Hayes e Turner si alternano alla voce, spesso anche all’interno della stessa canzone.
Oltre a ricordare esteticamente i fratelli Reid dei Jesus & Mary Chain, Hayes ne richiama da vicino anche il timbro vocale.
Ma a differenza dei JMC, sul palco i BRMC “si muovono”, animati dalle stesse vibrazioni che trasmettono al pubblico ormai infiammato da una scaletta che lascia pochi momenti di pausa, attingendo dai due dischi fin qui pubblicati.
La sequenza killer, Generation, Stop, Six barrel shotgun, Spread your love, We’re all in love, US government è mitigata dalla splendida ed avvolgente Awake che mantiene, dilatandola in un crescendo di intensità quasi insostenibile, l’atmosfera di triste spaesamento evocata nella versione da studio e dal capolavoro assoluto della band, Rifles che regala un momento di pura poesia alla platea sfinita.
I brani dei due dischi si intrecciano mirabilmente, dando vita ad una performance intensa ed avvincente che si conclude con l’incandescente Whatever happened to my rock ‘n’ roll, anthem manifesto della nuova generazione di rock-kids, che fa letteralmente saltare in aria il parterre.
Inchini, calorosi ringraziamenti al pubblico, ai tecnici, all’organizzazione.
Angolino del feticismo come da copione, con gruppetti di spettatori che si scannano per contendersi le bacchette, i tamburelli e i microfoni generosamente lanciati dal palco.
Un’ora piena di concerto ad altissima intensità.
Potrebbe andare bene anche così.
Ma si sa, it ain’t over until it’s over e finché le luci in sala rimangono spente, non è davvero finita.
Dopo due minuti di applausi e cori da stadio la band torna sul palco.
E si riparte con la morbidezza di Suddenly, seguita a ruota dall’ondeggiante e psichedelica Red eyes and tears.
In un tripudio di braccia alzate, sudore e orecchie che fischiano, Turner chiede un po’ di attenzione per presentare la prossima canzone, Salvation perché “in un momento come questo, c’è bisogno di uno spiraglio di speranza nel mondo”. Parole sacrosante, ma onestamente il testo della canzone in questione più che speranza sembra trasmettere sensazioni di disagio, solitudine e abbandono. Comunque la canzone mette i brividi e richiama il sound dei migliori Primal Scream del periodo Screamadelica, con tutti gli annessi e connessi (psichedelica hippy, tamburelli, controcanto, giri di chitarra circolari ed avvolgenti). Palco e platea sono immersi nel buio più assoluto, fatta eccezione per i led e le lucine delle strumentazioni.
Le luci si riaccendono e le note di Salvation scivolano in una versione iper-tirata di Heart + Soul, il cui accorato ritornello “save me!” sembra saldarsi idealmente alla canzone precedente.
Si chiude, per davvero, con Hayes e Turner che si scambiano gli strumenti e si alternano ancora una volta alla voce per dar vita ad un finale al calor bianco: luci violente, volume alle stelle, rock ‘n’ roll selvaggio e deviato per una Rise or fall che chiude i conti con i feed-back di basso e chitarra aperti al massimo.
“One, two, three, four. God bless you. Goodnight”.
Salutano così i BRMC, dopo un’ora e mezza di puro godimento.
Un 8 pieno con la speranza di rivederli presto, magari con un nuovo album all’attivo.
Il tempo di scucire qualche banconota per acquistare un ricordo della bella serata al banchino ufficiale della band e guadagnare l’uscita prima della ressa.
Mancano dieci minuti a mezzanotte, fuori piove e la macchina è lontana.
Ma non importa poi molto.
In qualche modo l’adrenalina accumulata va pure smaltita.
Fonti internet per le foto
http://www.musicphotographer.co.uk/
www.lecargo.org/
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