NARRAZIONE
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Un'altra vita

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Domenica, 21 Dicembre 2003

A cura di Mary Puntura





Pioggia

1.

“Ciao”, mi dice venendomi incontro.
Io sono assorta tra i miei pensieri. Volto la testa per seguire quella voce, la cerco come fosse qualcosa che non conosco, e rimango sorpresa di incontrare lui.
“E’ tutto pronto per stasera” continua, prima che io abbia il tempo di dire qualcosa, prima che io abbia il tempo anche solo di pensare.
Il cielo all’improvviso diventa grigio, l’aria è carica di qualcosa che non si vede, ma che muove i pensieri più della paura. Una paura che mi sta addosso come fosse un odore, una paura che sa di nuovo, che non sa farsi riconoscere come qualcosa di antico.
Restiamo fermi in mezzo alla strada, sotto un cielo nero che sta per scoppiare, a guardarci come se ci fossimo appena incontrati per la prima volta.
Intorno a noi nessuna macchina, nessuna persona, solo case e strade.
Le prime gocce d’acqua cominciano a cadere, fredde e pesanti su di noi.
“Che cosa è pronto per stasera?” gli chiedo io, non capisco a cosa si stia riferendo, e sento la paura che cresce. La domanda che gli ho appena fatto suona alle mie orecchie come l’ammissione di qualcosa che non so, di qualcosa che sfugge, che non riesco a controllare.
Lui sorride, non dice niente.
Un’auto spunta dall’angolo di fronte a me. Un’auto rossa con i fari accesi che puntano dritti nei miei occhi. D’istinto li chiudo, poi mi riparo con una mano dalla luce e cerco di riaprirli per guardare l’auto. Sento il rumore delle ruote sul suolo bagnato, uno stridere acuto che si amplifica nello spazio temporale che l’imminenza di una tempesta dilata oltre i limiti del percettibile. Vedo quelle luci sempre più vicine, sento quell’auto venirmi addosso, sento l’impatto, e io resto lì, paralizzata da qualcosa che non mi so spiegare, come se qualcuno mi stesse trattenendo.
Diventa tutto nero.
Sento lui che mi parla.
“Come che cosa? Non ti ricordi?”
No, non ricordo niente.
Una sirena suona lontana.

2.

La sveglia suona già da qualche minuto quando riesco ad aprire a fatica gli occhi e a spegnerla, prima di nascondermi di nuovo sotto le coperte.
Il sogno in cui ero non è ancora del tutto svanito, appena chiudo gli occhi lo ritrovo lì, nella mia mente, aggrappato all’ultimo respiro della notte.
Chissà di cos’è che avevo paura in quel sogno.
L’odore della colazione riesce a svegliarmi. Quello non si può spegnerlo come le sveglie.
Scendo dal letto e vado a guardare fuori dalla finestra.
Piove a dirotto.
Quella giornata ha qualcosa di strano, di diverso dal solito, io stessa ho qualcosa di diverso dal solito, ma non so riconoscere cosa sia.
Respingo quelle sensazioni, sono già in ritardo, lo so senza nemmeno il bisogno di guardare l’orologio. Lo sono sempre.
Mio fratello è già sceso, mi sta aspettando in macchina.
Non so come faccio a saperlo, ma so che mi sta aspettando. C’è qualcosa di strano anche in questo.
Faccio tutto di corsa, in casa sono sola, mi vesto in fretta, prendo il beauty dei trucchi prima di uscire, per la colazione non c’è tempo.
“Finalmente!” mi dice lui appena mi vede.
“Che pretendi? devo ancora svegliarmi!” mi strofino gli occhi, poi lo guardo e sorrido.
Fuori piove, è tutto grigio, è una di quelle giornate perfette se le passi davanti ad un camino a leggere e parlare in buona compagnia, terribili se devi andare al lavoro o a scuola.
Inizio a truccarmi, devo riuscire a coprire tutto il sonno che ancora ho addosso e che non s’è cancellato dal mio viso.
“Avrai una giornata molto dura oggi?” gli chiedo. Mio fratello è un chirurgo.
Lui accende l’autoradio: musica dolce in un giorno di pioggia.
“Abbastanza” mi risponde, e io so che è un si.
“Allora, ti sei divertita ieri sera?” mi chiede.
Io mi passo il rossetto sulle labbra. Mi fermo, penso alla domanda che mi ha appena fatto.
Non ricordo niente di ieri sera, e per quanto possa sforzarmi è come se per me non fosse mai esistita. Resto a pensarci per qualche secondo, poi trovo una spiegazione: “mi sarò ubriacata… - penso - Forse è per questo che ho strane sensazioni oggi”. Mi sorprendo subito del pensiero che ho appena fatto, io non mi sono mai ubriacata in vita mia, perché avrei dovuto farlo ieri sera?
“Una serata normale” rispondo. Non so perché decido di mentirgli.
“Una serata normale?” lui sembra sorpreso da quella risposta, e anche un po’ dispiaciuto.
La mia agitazione cresce, non riesco a ricordare proprio niente. Cerco di cambiare discorso.
“Speriamo smetta di piovere, se continua così mi addormento di sicuro a lezione” chiudo la cipria e mi volto a guardare la sua reazione.
“Già, speriamo. Ma il meteo non promette nulla di buono” non sospetta niente.
Arriviamo ad un semaforo, il giallo lampeggia, Davide si ferma.
“Non mi piace il giallo. Non mi è mai piaciuto. Preferisco il rosso, è un colore molto più onesto”.
Io lo ascolto e penso che abbia ragione. E’ così anche per le persone.
Resto appoggiata al sedile, guardo fuori dal finestrino. Torino sotto la pioggia è davvero bellissima.
Davide canta De Andrè.
Arriviamo finalmente all’università.
“A stasera” gli dico, mentre scendo dall’auto. Lo sportello si chiude in fretta, tagliando a metà la sua risposta.
Cammino sotto la pioggia, tra le mani l’ombrello chiuso, addosso qualcosa di diverso che non so vedere.

3.

Esco dalla doccia, entro in salotto asciugandomi i capelli.
Lui è seduto davanti al camino, un libro aperto sulle ginocchia, la sua attenzione rapita da parole illuminate solo dall’ombra del fuoco.
“Non potrei mai vivere in una casa senza un camino” penso, e subito mi pento della banalità di quel pensiero.
Mi siedo accanto a lui, che sembra non accorgersi nemmeno della mia presenza.
Che cosa sia potuto succedere ieri sera me lo sto ancora chiedendo, ma la cosa che più mi tormenta è che non mi spiego come mai sia scappato via tutto dalla mia mente.
Come se non fosse mai esistito, come se qualcuno mi avesse rubato i ricordi.
Un ladro di ricordi. Sarebbe terribile.
Questo pensiero comincia a farmi male.
Smetto di pensarci, mi avvicino al fuoco e continuo ad asciugarmi i capelli.
Davide chiude il libro.
“Per oggi ho studiato abbastanza…non ne posso più!”.
Io sorrido. Vedo i suoi occhi stanchi.
“Stanotte ti ho sognato, sai?”.
“Davvero? E cosa facevo?”.
“Era un sogno strano…ci incontravamo per strada, io avevo paura ma non so perché, tu mi dicevi qualcosa, qualcosa che non capivo, e poi arrivava una macchina e mi investiva…”.
“Strano” dice lui ridendo “di solito quando ci sono io in un sogno è un bel sogno, ma quello era un incubo!”.
“Ah, quando ci sei tu è un bel sogno? Modesto!”.
“Dai, dico solo la verità, lo sai”.
Iniziamo a scherzare, ridiamo, e io sto di nuovo bene, quella brutta sensazione di stamattina sta andando via, si dilegua tra i sorrisi che abbiamo ritrovato.
L’orologio a muro suona le otto.
“Dai, sbrigati” mi dice Davide mentre si alza dal divano “tra poco saranno tutti qui”.
“Ma lo sai che se non sono in ritardo non sono io” gli rispondo. Lui ride, fa di no con la testa, e va in camera a cambiarsi.
Io mi pettino, inizio ad avere fame, e tra poco gli altri saranno qui.
Gli altri sono mia sorella e i nostri amici.
I nostri genitori sono in svizzera per un convegno di lavoro, loro sono sempre in giro per il mondo per qualche buon motivo, e noi ne approfittiamo per starcene tutti insieme.
La loro carriera viene prima di tutto, è sempre stato così.
Quando eravamo piccoli eravamo dispiaciuti di non vederli mai, ricordo che ad ogni loro partenza segnavamo i giorni sul calendario aspettando che tornassero. Dev’essere così che ho imparato a contare.
Ma poi da grandi ci si fa l’abitudine, per noi questa è la normalità, e ormai io, mio fratello e mia sorella siamo molto uniti. Noi tre bastiamo a fare una famiglia.
Quando arrivano gli altri io sono ancora in camera. Mi vesto in fretta.
Sento le loro voci di là in salotto.
Iniziano a mettere le pizze sul tavolo, cerco di sbrigarmi, non voglio che la mia si raffreddi.
Entro in salotto, e a trovarli tutti lì sento un grande calore al cuore. Sono felice.
Saluto tutti, e resto a guardarli prima di iniziare a mangiare.
Giulia, mia sorella, sta apparecchiando la tavola.
Mio fratello e Roberto stanno parlando di un intervento importante che Davide dovrà sostenere tra pochi giorni. Roberto è uno dei due migliori amici di Davide. Si conoscono da quando erano molto piccoli, sono cresciuti insieme, e sono diventati inseparabili.
Roberto è un chirurgo anche lui, come mio fratello, come mio padre. Lavorano insieme, nello stesso ospedale, nella stessa équipe. Tutti e tre.
Tony ha acceso lo stereo, cerca un po’ di musica, a lui piace il rock. E’ l’altro dei due migliori amici di mio fratello, e anche con lui si conoscono da sempre. Il padre di Tony è andato via da casa quando lui era ancora alle medie. Un giorno di dicembre era tornato a casa da scuola e sua mamma piangeva. Lui aveva fatto poche domande, e ad ognuna lei rispondeva piangendo di più. Così ci aveva rinunciato, e a capire che suo padre se n’era andato ci era arrivato da solo quando aveva visto la sua sedia vuota durante il pranzo di Natale.
Da allora non lo aveva mai più rivisto, e non ne aveva più nemmeno parlato, nemmeno con noi. Aveva preso il diploma insieme a Davide e Roberto, lavorava in un’officina meccanica durante i week-end per dare una mano a sua mamma e a sua sorella Elisa. Dopo il diploma aveva iniziato a lavorare in officina a tempo pieno, e adesso era riuscito ad averne una sua.
Elisa ha solo diciannove anni, e appena mi vede mi corre incontro a raccontarmi del suo esame di maturità, manca poco giorni e lei ha paura.
Guardo tutti come se non li vedessi da tempo, ripercorro nella mia mente la loro storia, le loro vite, e anche a questo mio comportamento non riesco a trovare una spiegazione.
A volte capita nella vita di vedere qualcuno e avere la sensazione di non rivederlo mai più dopo, mi è capitato di aver paura di perdere qualcuno, o semplicemente di sentire che era l’ultima volta che lo vedevo. Ma di vedere i miei amici, quelli che vedo tutti i giorni da tutta la vita e di avere la sensazione di rivederli per la prima volta non mi era mai capitato. In tutto questo c’è qualcosa di malinconico, ma di dolcissimo.
Penso che sono contenta di essere dove sono, che non potrei essere da nessun’altra parte e con nessun altro, mi sento parte di qualcosa di estremamente esatto, e per certi versi perfetto.
“Dai, la pizza si raffredda” ci dice Giulia prendendone uno spicchio.
Ci sediamo a tavola, parliamo di tutto quello che ci viene in mente, ridiamo per le battute di Roberto. Dimenticherei qualunque problema in momenti come quello.
Davide è felice, era un po’ che non lo vedevo così allegro.
Restiamo insieme fino a notte inoltrata, tanto domani è domenica e dormiremo fino a tardi.
Fuori piove a dirotto.

4.

La porta dell’ospedale si era appena richiusa alle sue spalle.
Il forte odore di alcool etilico e il calore della temperatura che lo avevano investito erano come adrenalina che saliva nelle sue vene.
“Non vedo l’ora che sia tutto finito” pensava mentre percorreva il corridoio.
Quell’aria severa non si addiceva per niente ai lineamenti dolci del suo viso, e quella sua serietà priva di sfumature tradiva la sua paura.
Pensava che voleva che finisse tutto in fretta, mentre raggiungeva la sala operatoria per affrontare il suo primo, vero intervento. Era tutta la vita che studiava e aspettava quel momento, ma adesso sentiva la voglia di scappare via, era troppo forte la paura di mettere in gioco tutto quanto in solo poche ore.
Alessandro era davanti alla sala operatoria, parlava dell’intervento con altri chirurghi dell’équipe. In quel momento Davide pensava che non l’aveva mai visto aver paura, e che forse Alessandro di paura non ne aveva mai avuta. Sembrava quasi non fosse nemmeno di questo mondo quando varcava la soglia della sala operatoria.
Saluta tutti con un cenno del capo, e scompare dietro la porta dello spogliatoio.
La tensione sale.
Un sospiro prima di entrare in sala operatoria. Quando la porta si chiude paure, dubbi, incertezze restano tutte chiuse fuori. Non c’è posto lì per niente che sia umano.
“Finalmente” gli dice Alessandro, con il solito tono inquisitorio che usa quando parla con lui.
Davide non risponde, si avvicina al lavandino e inizia a lavarsi le mani.
“Dov’eri finito?” continua.
“C’era traffico stamattina” gli dice Davide, con la voce bassa e distratta, come se stesse parlando solo a se stesso, come se sperasse che nessuno potesse sentirlo.
Davide, sotto lo sguardo pesante di Alessandro, si infila i guanti di lattice e va dal paziente che è già sotto anestesia.
Un uomo di cinquantatré anni dorme disteso sul tavolo operatorio. Ha un’espressione che non tradisce la malattia che lo ha portato fin li, sembra fuori luogo la pace di un uomo che dorme in un posto freddo pieno di dolore come è quello.
Il petto dell’uomo di cinquantatré anni era d’un colore giallo senape, e nascondeva il suono flebile del suo debole cuore, sopraffatto dal suono meccanico della sala operatoria.
Davide stringe tra le dita un ferro freddo, e lentamente avvicina la mano al petto giallo senape dell’uomo che dorme. L’insicurezza si legge nei movimenti brevi e controllati del suo corpo, si legge nei suoi occhi fissi su quell’uomo, si legge nell’assenza del suo respiro.
“Non vedo l’ora che sia tutto finito” pensa prima che il bisturi incida la pelle di quell’uomo.
Alessandro legge anche questo.
Con un gesto invisibile afferra il suo polso, e lo stringe forte.
Davide si volta stupito, guarda meravigliato quegli occhi da cui cerca sempre di sottrarsi, li guarda in modo diretto, e subito pensa che non si ricorda d’averlo mai fatto prima di quel momento.
“Non puoi permetterti di tremare con un bisturi in mano” gli da la risposta alla domanda che non ha ancora fatto.
Alessandro lascia il polso di Davide. Lui fa un respiro profondo, muove il bisturi tra le dita. Il suo sguardo di nuovo sul paziente, il suo respiro di nuovo spezzato.
Pesa l’ossessione della perfezione. Un’ossessione che a lui, però, non può mai venire meno. L’ossessione dell’onnipotenza scandisce il tempo della vita di un chirurgo.
L’intervento inizia, la voce di Alessandro non lo abbandona mai, i suoi occhi li può sentire, anche senza guardarli. Per difendersi da quegli occhi riesce a crearsi una dimensione surreale, in cui isolarsi, sono solo lui e il paziente, quella voce e quegli occhi non possono più raggiungerlo. Lui sapeva cosa doveva fare. Lui ce l’avrebbe fatta.
Quando si rende conto che l’intervento è finito è già nella sala pre operatoria.
Le mani ancora infilate dentro i guanti, appoggiate al bordo del lavandino.
Il tempo di rendersi conto che è andato tutto bene, il tempo di sentire il cuore sollevato da un peso, e di far tornare quel suo sorriso dolcissimo, che saprebbe mettere pace anche nelle anime più inquiete.
Alessandro si avvicina a lui.
Davide alza le mani, i segni dei guanti insanguinati sul bianco della ceramica. Toglie i guanti e con un gesto deciso li butta nel cestino, con una determinazione che gli è rimasta addosso come fosse un marchio, che non si è ancora dissolta.
Guarda Alessandro.
Chissà se quella sua sete di perfezione è stata saziata.
Resta immobile mentre il primario si avvicina a lui e gli poggia una mano sulla spalla.
“Ci vediamo a casa” gli dice, poi si volta e scompare dalla stanza.
Ma com’era possibile? In un momento così importante non aveva potuto trovare parole migliori per placare la sua paura e la sua incertezza? L’intervento è andato bene, ma qualcosa mancava perché lui potesse dirsi soddisfatto, e quel qualcosa che mancava era riuscito a deluderlo. Era come qualcosa rimasto incompleto.
Davide ha sempre avuto paura del giudizio severo di Alessandro. Ma lo ha sempre anche cercato.
Alessandro è suo padre.
Resta fermo al centro della stanza.
Pensa che finalmente è tutto finito, e che è andata bene.
Chiude gli occhi, fa un respiro profondo, e lascia che quel suo sorriso dolcissimo sbocci di nuovo.
Fuori piove a dirotto.
Dentro, una stanza grigia e fredda d’ospedale, ha tutti i colori dell’arcobaleno.

5.

L’acqua continua a cadere, gocce grandi come lacrime. Ormai è una settimana che piove senza smettere mai.
Papà è in camera mia, mi parla di Davide, dice che sta meglio.
Davide sono anni che è malato, anni che sta meglio, eppure le parole che tutti vorremmo sentirci dire non le ha mai dette nessuno. Lui sta sempre meglio. Mai bene, però.
Io sto leggendo “Il rosso e il nero” di Stendhal, tra poco avrò un esame. Chiudo il libro e fisso lo sguardo su mio padre.
“Com’è andato ieri l’intervento di Davide?” gli chiedo.
So che è andato bene, ma lui non lo ammetterà mai. Sono curiosa di sapere a cosa si aggrapperà questa volta.
Rimane in silenzio mentre richiude la sua borsa. Poi alza lo sguardo e con aria di sfida mi dice quello che mi aspettavo: “Poteva fare di meglio”.
Abbasso di nuovo gli occhi sul mio libro, non dico niente, tanto lo so benissimo che Davide è un buon medico, e che lui lo sa. E’ soddisfatto anche lui di mio fratello e di com’è andato quell’intervento, anche se preferirebbe morire che darlo a vedere. E di questo non sono mai riuscita a capire il motivo.
Papà esce da camera mia, lavora anche oggi. Io lo saluto senza nemmeno distogliere gli occhi dal libro. Stanno per decapitare Julienne Sorel, riesco ad essere triste anche per la morte di un personaggio. La volontà di uno scrittore, la sua fantasia, hanno intrecciato una destino così crudele per un ragazzo di soli 22 anni. Penso che Stendhal sia un criminale.
Mi sorprende avvolta in questi pensieri mio fratello.
“Ma studi anche di domenica?” mi chiede.
Io non l’ho nemmeno sentito entrare.
“L’esame è mercoledì…” gli dico io, strofinandomi gli occhi che iniziano a farmi male.
Lui si siede accanto a me, chiude il mio libro.
“Prima di un esame bisogna rilassarsi. Cinema?”
“Cinema!” non c’è voluto molto a convincermi.
Il film l’ha scelto Tony.
Mentre entriamo penso che sia un peccato andare al cinema in un giorno come quello.
La pioggia è malinconica, ma è anche bellissima. Mi dispiace non poterla guardare.
In poche scene il film riesce a rapirmi e non penso più a niente.
All’uscita ci perdiamo, ognuno di noi cerca di farsi strada in mezzo alla folla che si accalca. Io penso che se qualcuno ci stesse guardando da un punto di vista esterno, come noi il film appena trasmesso, di certo ci avrebbe trovati ridicoli. Tante piccole persone che si accalcano per uscire da un cinema, come stessero fuggendo da qualcosa che invece non esiste, o come stessero inseguendo qualcosa di invisibile. Ma non c’è niente, è solo la fretta innata che Torino regala ad ognuno dei suoi figli, come fosse un patrimonio genetico.
Mi ritrovo nel parcheggio, circondata da una folla di volti anonimi.
Non cerco di ripararmi dall’acqua come fanno tutti, mi abbandono alla pioggia, a quell’assenza di colori che mi cade addosso, alzo gli occhi verso il cielo e guardo quella luce debole illuminare l’acqua come fosse aghi di pino, la guardo cadermi incontro, la sento infilarsi tra i miei vestiti e scivolarmi addosso. Le persone si muovono in fretta intorno a me, ma sembrano non sfiorarmi nemmeno.
Sento una mano che mi afferra per un braccio.
E’ mia sorella.
“Dove ti eri cacciata?”.
Mi dispiace che mi abbia distolta dallo stato in cui ero.
“Dai, andiamo, o ti prenderai la febbre a stare sotto lo pioggia”.
Sento un bisogno incredibile di stare da sola con me stessa.
Entro in auto, partiamo.
Passeremo il resto della giornata a casa. Con questo tempaccio non si può fare niente.
Io resto in silenzio, ascolto gli altri. A volte mi succede così, di volerci essere ma di non essere vista, di voler ascoltare ma di non voler parlare: di voler vivere a metà.
“Vi è piaciuto il film?” chiede Tony.
“Si, non era male, ma era troppo triste. Avrei voluto qualcosa di allegro, sono già depresso di mio” risponde mio fratello.
“E come mai saresti depresso?” gli chiede mia sorella.
“Lasciamo perdere…” Davide non ama parlare delle cose che prova. Non lo fa quasi mai. E’ per questo che ho imparato a leggere i suoi silenzi. E quelli non sono convenzionali come il significato delle parole. Quelli non sanno mentire. Lui ha una voglia di vivere che sa di non poter saziare, e un grande amore per la medicina che morirà dopo di lui. Questo si legge nei suoi occhi ogni volta che cerca di abbassarli e di nascondersi, come sta facendo adesso.
“Comunque queste storie d’amore tutte sdolcinate non fanno per me” continua Roby, e chiude quel discorso che sa benissimo dove andrebbe a finire.
“Secondo me invece era un bel film. Era una storia molto dolce” continua Giulia.
“Ma dai Giulia, ma ti pare che uno quando sta per morire va a fare un testamento perché le proprie ceneri siano sparse su un ponte di Madison County per amore? Con tutte le cose che hai da pensare quando stai per morire, non ti sembra eccessivo dare tutta quest’importanza alla scappatella col fotografo?” continua Roby.
Quando ci si mette è odioso.
“Secondo me era un film molto bello. Avere una storia d’amore così dolce nel cuore, un segreto che vive solo per te, è tra le fortune più grandi che possano capitare in una vita”.
Mia sorella poi…di fronte a storie d’amore impossibili s’illumina tutta. Giulia e Roberto sono l’una il contrario dell’altro, e sono l’esempio di come chi sosteneva che gli opposti si attraggono si sbagliasse.
“Lei era debole. Si è arresa” dice Davide. Lui è di quelli che non si arrendono mai.
“Non è facile mollare tutto dopo una vita…” interviene Tony.
E già, non è facile.
L’amore è una cosa che si rincorre per tutta la vita. E quando poi lo si trova lo si abbandona per semplice abitudine. Per l’abitudine di una vita impregnata di noia e per l’abitudine di inseguire qualcosa che manca. Anche il dolore e la mancanza riempiono la vita. E quando ad un tratto ci si ritrova la felicità tra le meni ci si sente derubati di tutto.
Storie così non si dimenticano per tutta la vita. L’ostinazione dell’amore l’avrebbe vinta anche sull’abitudine, non fosse per la paura. Quella riduce tutto alle dimensioni di un mito.
“A te è piaciuto?” mi chiede mio fratello.
Io non rispondo, faccio finta di non aver sentito. Poi sento mia sorella che con voce bassa gli sussurra una parola: dorme.

6.

Il giorno dell’esame è arrivato. Non so nemmeno come, perdo la cognizione del tempo quando studio tanto.
Ho sempre paura prima di un esame, sempre, come fosse ogni volta il primo.
Io sono tra gli ultimi, e quando tocca a me in aula si respira l’atmosfera stanca del giorno che finisce.
Sono da pochi minuti passate le sei, la luce del sole oltre le nuvole entra dalla finestra e opaca illumina le carte disordinate sulla scrivania del professore diventando sempre più debole.
Le pale attaccate al soffitto girano d’un movimento lento, come stessero per fermarsi da un momento all’altro, e muovono un’aria calda che sembra aggrapparsi alle cose e alle poche persone che animano quell’aula.
Il ragazzo che il prof sta interrogando adesso sta andando molto bene. Recita alcuni passi dell’Amleto a memoria. Io ho voglia di andarmene via, prima che me lo dica il prof di tornare al prossimo appello. Tanto so che andrà male. Mi appoggio alla porta, resto in piedi accanto ad un’altra ragazza che sosterrà l’esame dopo di me. Tra la porta e il mio corpo c’è la mia mano, schiacciata sul mio cuore. Era da tantissimo tempo che non lo sentivo battere così forte, tanto che mi ero dimenticata di averlo. Adesso sembra impazzito.
Il ragazzo ha finito l’esame. 30 e lode. Non nascondo un po’ d’invidia.
Adesso tocca a me.
Faccio fatica a ricordare anche solo il titolo dei libri che ho studiato. Decido di tirarli fuori dallo zaino, vederli mi farà almeno tornare in mente i titoli. Così potrò farmi bocciare facendo una figura un po’ meno pietosa.
Seduta davanti a lui il resto del mondo scompare. Penso a come sarà bello essere a casa stasera. A come sarà bello quando tutto quello sarà solo più un ricordo.
Mi parli del libro che le è piaciuto di più, mi chiede il prof.
La lettera scarlatta, rispondo io.
Mi pento subito di aver detto quel titolo. Non ricordo niente di quel libro.
Inizio a parlare. Racconto la storia. Parlo del puritanesimo. Continuo a dire parola dopo parola, e mi ascolto sorpresa delle cose che sto dicendo. Erano tutte cose che non sapevo di sapere.
Il professore mi chiede del rosso e il nero. Io continuo a parlare.
Non so quanto tempo sia passato. Due minuti, due ore.
So che alla fine sento il professore che guarda il suo assistente e gli dice trenta. L’assistente annuisce con la testa. E’ d’accordo. Il professore mi chiede il libretto. Ci scrive su il mio trenta. Il primo della mia carriera universitaria. Esco dall’aula, e quando guardo quel voto scritto sul mio libretto il primo pensiero che faccio è che al prossimo esame dovrò prendere trenta e lode.
Quando racconto questa storia a mio fratello, sorride.
“Perché ridi? Il prossimo esame dovrà andare ancora meglio di questo”.
“Non cambi mai” mi dice lui, sempre sorridendo.
“Spero sia un complimento”.
“Certo che lo è. Sei ambiziosa. Ma non essere troppo severa con te stessa”.
“Non credo di esserlo mai stata”.
Mi sembra che anche la città sia più tranquilla adesso. Io e Davide siamo seduti al tavolino di un bar in via Po. L’aria dell’estate alle porte la si respira nell’aria, e ogni volta che succede mi sorprende, ogni anno. E’ come se nelle città come Torino l’estate non dovesse arrivare mai, e ogni volta è una sorpresa. E’ sempre tutto grigio sotto la pioggia. Ma è l’odore che è diverso.
“Stasera si festeggia” mi dice Davide.
E si, stasera si festeggia.
Speriamo che smetta di piovere.

7.

“E meno male che non sapevi niente!”.
Mia sorella certe volte è un fenomeno. Riesce sempre a dirmi le cose che odio sentirmi dire.
“E’ andata bene”.
La birreria è già piena di fumo, e la serata è appena cominciata. Ho gli occhi che bruciano, sento addosso una stanchezza che aumenta la forza di gravità. Ma credo di essere soddisfatta. Penso che dormirò benissimo stanotte.
“E Davide?” chiedo a Tony “sarebbe dovuto essere già qui” guardo l’orologio.
“Già, è vero” dice lui mentre beve la sua Havana “Credo sia con Roby. Arriveranno tra poco”.
Arriveranno tra poco.
Non so perché ma non ci credo.
Decido di respingere le cattive sensazioni che ho nel cuore, non sarà successo niente di grave, arriveranno tra poco.
Mia sorella incontra degli amici e inizia a parlare con loro. Io resto appoggiata al bancone a parlare con Tony.
“Elisa?” gli chiedo.
“E’ rimasta a casa a studiare. Dice che non si ricorda niente e che la bocceranno. E’ una come te, insomma, che poi alla fine prende sempre voti alti”.
“Questa è una delle cose che odio di più sentirmi dire. Lo sai?”.
“Si che lo so. E’ per quello che te lo dico”.
“Sei gentile”.
“Come sempre”.
Restiamo un attimo in silenzio. Ci guardiamo negli occhi.
Conosco Tony da anni, ma non mi ero mai accorta che fosse così piacevole guardarlo.
“Spero che sarà una festa bella come quella di venerdì sera” mi dice lui, rompendo quel silenzio tra noi.
Io non riesco ancora a ricordare cosa sia potuto succedere venerdì sera. Mi dimentico delle sensazioni che ancora ho negli occhi, decido che devo sapere cosa sia successo quella sera, e cosa sia successo nella mia mente, il motivo per cui ha cancellato tutto.
“Ti sei divertito?” gli chiedo.
Lui sorride. “Perché, non si vedeva?”.
Mi rendo conto che non c’è un modo per chiedergli qualcosa senza fargli sapere che non mi ricordo niente. Decido di cambiare discorso. Guardo di nuovo l’orologio.
“Certo che mio fratello e Roberto se la stanno prendendo proprio comoda”.
Tony sembra non avermi nemmeno sentita.
Guarda qualcosa lontano da me, che forse nemmeno esiste.
“La faccia che ha fatto tuo fratello quando ci ha visti tutti lì non me la dimenticherò mai. Non se lo aspettava davvero”.
Io resto in silenzio. Spero che continui.
“E’ riuscita bene però, è stata una bella festa anche se abbiamo avuto poco tempo per organizzarla”.
“E’ vero” rispondo io, senza sapere nemmeno di cosa sto parlando.
Lui beve dal suo bicchiere, poi ricomincia a parlare.
“Comunque era il minimo che potessimo fare. Davide se la meritava proprio una bella festa per la sua laurea”.
Possibile che io abbia dimenticato la festa di laurea di mio fratello?
“Sarà un buon medico” gli dico io. Di questo sono assolutamente sicura.
“Il migliore” continua lui.
Vuota di colpo il bicchiere e lo posa sul bancone.
Si alza dallo sgabello, io resto ferma.
Non so come sia successo. Ma ci stiamo baciando.
Io e Tony ci conosciamo da anni, credevo che lui fosse come un fratello per me, e invece ho gli occhi chiusi, e sento il calore delle sue labbra che mi baciano, sento le sue mani sul mio viso, e il suo corpo vicino al mio.
L’unico pensiero che riesce ad attraversare la mia mente in quel momento è che ci conosciamo da anni.
Com’è possibile che adesso, all’improvviso, ci stiamo baciando? E se ci vedesse mia sorella, cosa penserebbe? E Davide? Se entrasse in questo momento e vedesse me e Tony così, cosa penserebbe? Respingo ogni pensiero, lo bacio, lascio che mi accarezzi i capelli.
Sento il suo respiro, l’odore della sua pelle, sento il sapore delle sue labbra che non riesco più a smettere di baciare.
E’ un momento perfetto.
Ci allontaniamo un po’, restiamo a guardarci con le labbra che si sfiorano.
“Se lo sapesse Davide mi ucciderebbe” mi sussurra piano.
Io sorrido, mio fratello è molto protettivo con me e Giulia.
“Si, ti ucciderebbe” gli confermo io, quasi senza voce, solo con le labbra. Ci baciamo di nuovo.
Un suono ci riporta in mezzo alla gente, noi che ormai eravamo in un mondo tutto nostro, e non esisteva più nessuno.
“Chi è che rompe adesso?” chiede lui, e lascia che il cellulare continui a suonare.
“Dovresti rispondere Tony. Potrebbe essere importante”.
“Lo spero. Se mi disturbano in un momento come questo per una cazzata li mando a quel paese, giuro!”.
Io sorrido, mi allontano un po’ da lui per permettergli di rispondere a quel cellulare che suona insistentemente.
“E’ Roby” dice lui, e resta a guardarmi con il cellulare in mano, come a chiedermi se deve rispondere.
“Rispondi” gli dico io.
“Ciao Roby, dimmi…” io resto a guardarlo e a chiedermi come sia stato possibile quello che è appena successo. Non ascolto nemmeno le parole che dice, aspetto solo che la telefonata finisca, e spero che succeda al più presto.
“…Davide?” dice, con un tono spaventato.
“Cosa?” gli chiedo io.
Lui si volta un po’, come se volesse evitare che io senta la conversazione.
Io seguo i suoi movimenti, continuo a chiedergli di mio fratello, lui non mi risponde.
“Si Roby, arriviamo” dice, prima di chiudere. Mi sembra molto nervoso.
“Tua sorella dov’è?” mi chiede.
“Non so, era qui un attimo fa, stava parlando con dei compagni di università. E’ successo qualcosa a Davide?”.
“Dobbiamo tornare a casa”.
“Cos’è successo? Come sta?”.
“Davide è stato male, ma ora va tutto bene, sta bene, non devi preoccuparti”.
Io invece mi preoccupo.
“Eccola Giulia, aspetta che le dico che stiamo andando via”.
“Aspetta” lui mi ferma tenendomi per un braccio “è insieme a tante persone, non allarmare tutti dicendo loro di tuo fratello. Trova una scusa, lascia che ci aspettino qui. Si creerebbe un allarme per niente”.
“Cosa dico?”.
“Dille che…non lo so, cerca una scusa”.
“Non sono brava ad inventare scuse”.
“E’ tua sorella. Dille qualunque cosa, purché ci creda”.
Mi avvicino a lei.
“Giulia, vado un attimo a casa con Tony, ma facciamo in fretta”.
“Che ci vai a fare?”.
“Ci vediamo tra poco, ciao”.
Mi allontano prima che abbia il tempo di dire qualsiasi cosa.
Tony apre in fretta la porta del locale ed esce, io lo seguo a passi veloci, non vedo l’ora di essere a casa.
“Non so se ho fatto la cosa giusta a non dire niente a Giulia” gli dico.
“L’hai fatta. Le hai evitato di stare in pena per niente”.
Tony mi abbraccia e mi ripara con le mani dalla pioggia che fitta continua a cadere.
Saliamo in macchina, nessuno di noi due dice una parola fino a casa.
La tensione sale in fretta, quello che è appena successo tra me e Tony è già stato cancellato da una paura violenta che ogni volta credevo scomparsa ma che poi ritrovo sempre li, per l’ultima volta, per l’ennesima ultima volta.
Arriviamo sotto casa mia, Tony spegne il motore dell’auto. Io resto a guardare le gocce d’acqua che si infrangono sul parabrezza disegnando cerchi irregolari.
Non voglio salire a casa.
Ho paura.

8.

Entro in salotto di corsa, cercando qualcosa o qualcuno che mi rassicuri, non mi curo di quello che mi circonda, mi interessa solo lui, sapere come sta.
Roberto è in piedi vicino alla porta che io apro con forza eccessiva, resta immobile come sorpreso dalla rapidità con cui piombo in salotto.
I miei occhi incontrano i suoi, mi fermo, una mano sulla maniglia della porta e l'altra a reggere la borsa che mi è appena caduta dalle spalle.
Tony resta dietro di me, lascia che io cerchi le conferme di cui ho bisogno.
"Come sta?" gli chiedo con una disperazione antica, che avrei voluto nascondere, ma che è diventata troppo grande per starci tutta nel mio cuore.
Lui ci mette un attimo a rispondere, ma il suo viso calmo è già una risposta per me.
"Sta meglio", e con la mano mi indica Davide che dorme, sdraiato sul divano.
Roberto si sposta per farmi passare, io avanzo verso mio fratello, poso la borsa a terra facendo molta attenzione a non svegliarlo.
Lui sembra dormire d'un sonno senza sogni, lontano da noi e da tutto quello che gli sta addosso.
Mi avvicino a lui, poso un bacio sulla sua fronte caldissima, guardo il suo respiro accorgersi di me, poi mi allontano per non scoprirlo da quel sonno che lo ricopre visibilmente.
Mi volto, incontro di nuovo Roberto.
Con ancora addosso quello che la paura ti lascia quando scappa all'improvviso trovo la forza di chiedergli cos'è successo.
"Niente, è tutto passato, ora sta meglio"
"Niente?"
Roberto guarda Tony, sospira, come a chiedergli se sia o no il caso di raccontarmi tutto.
Capisce che lo saprò, in ogni caso.
"Avevamo ridotto le dosi di cortisone. E' troppo quello che sta prendendo, ma a quanto pare ne ha bisogno. Ha avuto una crisi"
Resto immobile come se mi avesse detto una cosa che non sapevo già.
"Che genere di crisi?"
Roberto mette le sue mani sulle mie spalle.
"Stai tranquilla, Alessandro è appena andato via, è stato con lui fino adesso. Va tutto bene, la febbre è scesa, per domani sarà passata completamente. Davide sta bene adesso".
Guarda nei miei occhi l'effetto delle sue parole.
Ci credo, Roby, anche perchè ho un disperato bisogno di sapere che sta bene, non potrei non credere alle tue parole, ci si aggrappa a tutto per liberarsi dalla paura.
Non dico niente.
Momenti così non hanno bisogno di essere raccontati.
Roberto mi abbraccia.
"Roby?" gli chiedo, quasi sottovoce.
"Cosa?" credo che sappia cosa sto per chiedergli.
"Guarirà mai mio fratello?".
"Certo che guarirà, ma cosa vai a pensare?".
Non sei mai stato bravo, Roby, a mentire.
"Le dosi di cortisone dovranno aumentare di nuovo, torneranno quelle di prima, ancora per un po’. Ma guarirà, sta già molto meglio da quando ha iniziato la cura"
Questa, Roby, è anche la mia speranza. Ma io ti ho chiesto se succederà.
Davide si muove, tutti ci voltiamo verso di lui.
Mi avvicino.
"Hey...come stai?" accarezzo la sua guancia.
Lui si strofina gli occhi, come se avesse dormito per anni.
"Bene...sto bene" si porta la coperta al petto.
Guarda me con ancora la giacca addosso, guarda la mia borsa sul pavimento.
"Ti ho fatta spaventare? Ti ho fatta venire qui di corsa?"
"Dì la verità, l'hai fatta apposta, eh?"
Lui sorride.
Non c'è niente di più bello al mondo di lui quando sorride.
Tolgo la giacca e mi siedo sul divano, lui poggia la testa sulle mie gambe.
Roberto e Tony vanno in cucina, prendono qualcosa da bere nel frigorifero. Ci lasciano soli di là in salotto.
"Spero che non mi capiti più..."
Io non voglio che parli, non voglio sentire quello che sta per dire.
"Sai cosa vorrebbe dire per me se dovesse succedere di nuovo?"
"Non succederà Davide, devi stare tranquillo, ci vuole tempo perché tutto passi, devi avere pazienza, saper aspettare..."
"Aspettare..." che male che fa la sua voce così stanca.
"Si"
"Sono un medico anch'io, so benissimo che succederà di nuovo. Spero solo che la prossima volta non sia in sala operatoria".
Lo guardo negli occhi con un coraggio che non sapevo di avere.
"Com'è andata?"
"Ero in centro con Roby, eravamo appena usciti dall’ospedale, stavamo venendo da voi. Appena siamo arrivati mi sono sentito male, non sono nemmeno sceso dalla macchina".
Fa una pausa, come se si stesse riposando.
"Ha iniziato a farmi male il cuore, e dopo un pò non riuscivo più a respirare...poi credo di essere svenuto. Mi sono svegliato qui, con papà che mi chiamava, e il cuore mi faceva ancora male"
"Ora stai bene?"
"Ora sto meglio. Ma so che succederà di nuovo"
"Non dire così Davide, tu guarirai! Sei giovane, sei forte, tu riprenderai a vivere come prima"
"Sai che papà era in sala operatoria quando sono svenuto?"
"Si?"
"Si. E se papà lascia la sala operatoria per venire da me, significa che sto proprio molto male"
"Davide..."
Lui tocca con un dito le mie labbra.
"Non dire niente. Sono contento che sei qui"
Io lo guardo, resto in silenzio.
Si scopre, ha caldo, e questo è un buon segno, la febbre sta scendendo.
Guardo le sue braccia ferite dagli aghi, il colore della malattia su quei lividi, la voglia di vivere nei suoi occhi che mai niente e nessuno potrà spegnere.
Lui mi abbraccia.
Sento le sue braccia stringermi, forti e protettive come sono sempre state.
Guardo fuori.
C'è qualcosa di strano nell'aria, che non è la primavera ma qualcosa che le somiglia molto.
Roberto si avvicina a noi due abbracciati sul divano.
“Complimenti per il trenta”.
Grazie. Il prossimo esame però dovrà andare meglio.
Davide si è addormentato di nuovo, con la testa sul mio petto.
Chiudo gli occhi e dimentico tutto.
Lui è salvo. Non mi serve nient’altro. Credo che sia questa la felicità.

9.

La vita è tornata alla normalità con una naturalezza incredibile.
Tutto quello che è successo il giorno prima, il mio trenta, il bacio tra me e Tony, la malattia di Davide che è tornata a farci visita…tutto quanto sembra morto in un ricordo lontano anni luce.
“Tuo fratello?” mi chiede Elisa appena ci incontriamo.
“Sta meglio” le rispondo. E subito mi rendo conto che questa bugia è una cosa che ci raccontiamo appositamente tra di noi per convincerci a vicenda. Se ci guardassimo nell’anima lo vedremmo che non ci crede nessuno.
“Bene” dice lei.
Non tanto, penso io.
Per oggi l’idea era quella di andarcene al mare. Ma non ha ancora smesso di piovere, siamo state costrette alla piscina al coperto.
Solo io ed Elisa.
Era tanto tempo che non ce ne stavamo un po’ di tempo da sole.
“Ogni volta la stessa storia. E dai, buttati!” mi dice Elisa da dentro la vasca.
Io resto sul bordo, guardo l’acqua come fosse un nemico.
“E’ fredda” dico a voce bassa, sperando che non mi senta.
“Dai, piantala con questa storia! Non è fredda! Buttati!”.
Io la guardo e mi chiedo se sappia di me e suo fratello.
Mi siedo sul bordo della piscina, l’acqua mi avvolge le gambe fino alle ginocchia.
“E’ fredda, è fredda”.
“E dai, non farla tanto lunga…”.
“Odio che mi si metta fretta”.
“Tu odi troppe cose”.
Mi afferra per le caviglie e mi tira forte verso di se.
“No, no, aspetta Elisa, non tirare…”.
Cerco di aggrapparmi al pavimento ma è tutto bagnato e si scivola.
Lei ride, non dice niente e continua a tirarmi.
Mi arrendo e mi lascio trascinare in acqua.
L’odore del cloro mi si infila nel naso, odio anche questo. Penso che forse ha ragione Elisa, odio troppe cose. Apro gli occhi e vedo le gambe delle persone che si dimenano per restare a galla. Tocco il fondo con i piedi e do una spinta per tornare su.
Raggiungo la superficie con il fiatone, con le mani cerco di asciugarmi gli occhi, e mi tiro indietro i capelli.
Elisa è li appoggiata al bordo che mi aspetta.
“Allora, è fredda?” mi chiede ridendo.
“Te la faccio pagare” le dico io, “stai attenta!”.
“Prendimi!” mi dice lei, mentre si allontana a nuoto.
Io resto li ferma, devo ancora abituarmi alla temperatura dell’acqua. Avevo ragione io. Era fredda.
Inizio a nuotare, ho proprio bisogno di rilassarmi.
Io ed Elisa ci incontriamo a metà e ci fermiamo a riposarci.
“Certo che fermarsi a riposare dopo solo mezza vasca è una cosa un po’ squallida”.
“E’ vero, ma siamo fuori allenamento” rispondo io.
“O distratte?”.
“O cosa??”.
“Non è che per caso stai ancora ripensando a qualcosa successo ieri?”.
“Per esempio?”.
“E dai, piantala, non ti riesce bene”.
“Te l’ha detto, eh?”.
“E si. Si confida sempre con la sua sorellina”.
“Non so nemmeno io come sia successo”.
Ricomincio a nuotare, voglio sottrarmi da quel discorso.
Lei non mi segue, lascia che vada.
Ora che lei lo sa mi sento derubata di qualcosa. Non che volessi nascondere quello che c’era stato per qualche motivo razionale, è solo che certe cose sono belle perché sono nascoste, perché riescono a non farsi riconoscere, perché sfuggono e sanno farsi rincorrere.
Adesso a parlarne con Elisa era sprofondato tutto nella banalità di una storia d’amore tra una ragazza e un ragazzo.
Mi ero appena resa conto di essere solo una persona tra tante, con una storia come ce ne sono a milioni. E non è che questo io non l’avessi sempre saputo. E’ solo che in quel momento mi aveva fatto male vederlo.
Nuoto a dorso e cerco di mandare via questi pensieri. Chissà Davide come sta.
I neon attaccati al soffitto mi fanno male gli occhi.

10.

Un sole caldissimo entra dalla finestra e cade sul mio volto, scalda fin quasi a bruciare.
Io ho gli occhi chiusi, qualcosa di spiacevole ancora addosso, e i rumori si accendono lentamente intorno a me.
Non so perché non apro gli occhi, ma decido di aspettare.
Sento delle persone che parlano lontane, sento qualcuno che si muove lentamente accanto a me. Le macchine che scorrono di sotto, in una fila interminabile e lentissima che riesco facilmente a immaginare. Il vento entra dalla finestra aperta, lo sento muovermi i capelli.
Decido di aprire gli occhi. Ci provo, ma non ci riesco. E’ come se si fossero incollate. Lascio che passi qualche secondo e ci riprovo di nuovo. Ci riesco a fatica, vedo una ragazza vestita di bianco accanto a me.
Mi guarda come se avesse visto un fantasma.
Posa il lenzuolo ripiegato che aveva tra le mani e scappa via.
Io apro di più gli occhi e mi guardo intorno.
Sono in una stanza da sola, di fianco a me una finestra aperta, ai piedi del letto un tavolo pieno di medicinali.
Al braccio una flebo, addosso un dolore che abbraccia tutte le parti del mio corpo.
Capisco di essere in ospedale.
Passano pochi secondi e una signora con i capelli biondi entra nella mia stanza.
E’ vestita di bianco anche lei, credo sia una dottoressa.
“Buongiorno” mi dice molto lentamente, quasi stesse cercando di farsi capire da chi parla una lingua diversa.
Io non mi sento a mio agio in quella stanza vuota e fredda, sotto quegli occhi che mi studiano.
“Lei ha avuto un incidente un mese fa, ed è entrata in coma subito dopo. Credevamo che non si sarebbe mai più svegliata. Lei ha delle fratture in tutto il corpo, non può muoversi”.
Io non la ascolto, come se mi stesse parlando di gente che non conosco, come se quello che sta dicendo non mi interessasse minimamente. Non la guardo nemmeno.
“Lei stava camminando in via Nizza, si ricorda? Una macchina con a bordo un uomo ubriaco le è venuta addosso. Lei inizialmente è solo svenuta, non era ancora in coma quando è arrivata qui al pronto soccorso. Parlava, era sotto shock, era come se stesse parlando con qualcuno, e poi si riparava gli occhi”.
“Stavo sognando” penso. Quel sogno lo ricordo ancora.
Credo di non aver mai faticato tanto come nel momento in cui ho deciso di parlare: “Mio fratello…” ho detto piano. Ma era tutta la voce che avevo.
“Come?” chiede la dottoressa.
“Dov’è Davide? Mio fratello…come sta?”.
“Lei non ha un fratello”.
Adesso sono io che la guardo come fosse un fantasma. Cosa sta dicendo?
Si accorge della mia perplessità.
“Lei non ha né fratelli e né sorelle”.
Il mio stupore aumenta.
Prende qualcosa dalla tasca e lo avvicina a me in modo che io lo possa vedere.
“Aveva questo in mano quando è successo l’incidente”, e mi mostra un biglietto aereo per il Messico.
Ora ricordo, volevo scappare.
E in un certo senso l’ho fatto.
Chiudo gli occhi. Spero di addormentarmi di nuovo.






 
 
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