NARRAZIONE
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Il passo dei sandali

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Venerdì, 27 Febbraio 2004

A cura di Maurizio Brusa





Scelgo il tavolo a sinistra, vicino alla strada. Disegnata al centro, un’ancora ch’è una rosa dei venti.
Chiedo una birra che non sia calda. Il paese di prima aveva solo birra calda.
Non ho zoccoli o ciabatte. Porto scarpe allacciate e non sento la terra.
Così cammino allo stesso modo. Lo stesso passo. Senza punti di riferimento, senza scosse.
Non ho mai imparato a sistemare le cose che escono dalla valigia. Una valigia di pelle grossa come la pelle di un calabrone. Non mi piace. Me l’ha regalata Paola e la porto dietro.
Preferisco la vecchia sacca di pelle sfibrata ma così penso meglio. Fermo il passo per cambiare la mano e qualche volta bevo yogurt e thé freddo al miele.
Aspetto la birra e mi guardo la mano. Mi guardo la mano e ci gioco.
Voglio sapere se Paola è quel taglio sottile fra la ferita del polso e l’indice.
Non che importi molto, lo so da me. Senza bisogno di segni. Non ho bisogno di segni se non ho una terra dove appoggiarli. Chi conosce la terra sa che quello è il punto giusto. In ogni momento. Io no.
E’ una punta d’osso che mi segna. Il fiato grosso che s’inceppa in gola e un corpo che non sa ascoltare.

Ho bevuto la birra e l’ho pagata in fretta. Era cattiva. Sapeva di erba andata a male.
E’ così quando non pulisci i fusti ma non avevo voglia di discutere. Non lo faccio mai.
Ho passato la mano sulla rosa dei venti e mi sono alzato.
Tirava il vento leggero che arrotola la carta. Mi piace il vento, perché non lo conosco.
Non so quando arriva. Non so neppure i suoi nomi. Non li ho mai voluti imparare.
Mi diverte non saperli. Soprattutto qui, dove si confonde con l’acqua.
L’acqua è il mio segno, il punto di confine. Me ne sto sempre dietro, non lo passo mai.
Lascio anche questo in un’altra parte dove non so arrivare. Dove non voglio.

Sono a casa di Carlo. Me la lascia pulita ogni estate. Per quindici giorni ogni estate. Con un odore di pino abbrustolito e di lavanda che neppure le finestre spalancate due giorni.
Mi vuol bene Carlo. Dice che devo solo scrivere. Dice anche, mangia che mi sembri un’acciuga
Sono a casa di Carlo e non scrivo. Rammendo camicie e tappo buchi ai calzini. Li porto anche d’estate. Non vado a piedi scalzi e non sopporto sandali e ciabatte. Poi sono stanco di questa stoffa che mi struscia le mani. A disfare la valigia neppure ci penso. Ho voglia di camminare. Dietro la siepe di erba matta, fino al porto.


L’ho guardata come si guarda una puttana. E lei se n’è accorta. Ma forse c’era abituata.
Sentiva quel saluto come una seconda pelle. Non c’era arroganza nel suo modo di appoggiare le spalle al legno pulito della barca. Un legno di venticinque metri con tre alberi che brillavano come spore.
Aveva seni piccoli, nascosti in un costume verde ramarro. Una cordicella rosa pallido, scivolata fra la spalla sinistra e l’osso del gomito. Fumava senza pensarci una sigaretta di quelle sottili che neppure le senti.
Quasi non aveva fianchi. La gonna poggiava sulle ossa e non cadeva
L’avrei sfilata volentieri quella gonna. Fino a sentirla cadere sulla terra della mia stanza. Ch’è troppo vicina al mare, ch’è davanti al mare, vicino alla barca. Che come la barca non si muove ma si scuote, quando la muove il vento della conca.
L’ho guardata per giorni, poggiata al fianco di tribordo. Sempre la stessa ora. La sigaretta magra come le dita, il costume verde ramarro.
Non era amante né figlia. Era qualcosa d’altro.
Era la barca dove poggiava i piedi. Era quel legno di pino lucido, la cordicella rosa.
Quel non partire mai che mi regalava ogni giorno. Fino alla fine del giorno.




Non avevo fatto caso ai tuoi occhi sporgenti. Guardavo le tue ossa.
Erano ossa brevi, sottili e appuntite come aghi.
Se mi ci fossi appoggiato avrei indovinato gli anni. Come un pellerossa indovina gli zoccoli dei cavalli. Se mi ci fossi piantato avrei indovinato l’acqua che ti aveva portato. Avrei saputo l’osso che ti teneva attaccata al muro di legno della barca. Ma non avevi età.
Diritta a fumare, con la schiena girata alla poppa, non avevi anni.
Le tue gambe troppo magre erano un segno diritto al tempo che prendevi. Rubavi il tempo restando ferma..
Mi sono chiesto se lo facevi anche di notte. Quando non c’ero.
Quando giravo per casa cercando di parlare di te. E non riuscivo a dire altro se non l’odore pesto dell’acqua che non sentivi. Che io sentivo forte. Che mi apriva le narici, fino a farmi girare la testa.
Ti era indifferente. Si mescolava al resto. Come i marinai di giacche che ti giravano attorno, senza sfiorarti. Che ti chiedevano scusa, come si fa con una signora.

C’era festa ieri al porto. Suonava una musica. Quella che Angelo dice una Sarabande di orecchio spagnolo. Ieri era San Lorenzo.
Non mi sono mai piaciute ‘ste cose ma ho pensato lo stesso. Non andarti oltre, amarti. Tenerti.
E ho pensato un nome come un altro. Che però non fosse un altro, pronunciandolo appena.
Mi son detto si chiama Gianna.
Gianna è un bel nome. Uno di quei nomi che non hanno tempo. Che sbrigano in fretta i lavori e passano il tempo a fumare. Un nome senza colore. Un nome di topo.

Adesso il mare ha i colori di un topo. Con le palafitte di metallo piantate settecentocinquantametri sul petrolio. Adesso che la barca s’è mossa, senza fare cigolare la banchina. Rimbalzando le fiancate sulle gomme arancioni del salvaponte.
Questa mattina non c’era più la barca.
La casa era rimasta lì e la barca non c’era.





( Portoverde, Agosto 2003 )



Breve bio-bibliografia
Maurizio Brusa è nato a Imola dove risiede, nel 1951. Dal '78 all' 88, frammenti e raccolte di poesia presso Guanda, Mondadori, Electa. Ha collaborato a numerose riviste fra le quali Rendiconti, Prato Pagano, Arsenale. Come traduttore ha curato gli Scritti d'arte di Paul Gauguin ( Guanda, Milano 1983 ) e alcune poesie del '500 francese ( Mondadori, Milano 1984 ). Del novembre 2002 la plaquette "I Disagi dell' Ombra" ( La Mandragora ). Negli anni ottanta ha inventato e diretto a Imola la libreria "La Fenice", organizzando letture, presentazioni di libri e mostre di arte varia. Attualmente lavora come consulente presso un Gruppo Editoriale di Bologna.
 
 
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