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Tra le tante, la prima gioia, la piu' prolungata: in montagna.
Ero libera.
Nessun monitoraggio da parte dei genitori, nessun rimbrotto della nonna. Niente compiti.
Solo il bosco, scarponi, zaino e la mia picozza con tanto di stella alpina intarsiata. E gli animali, e le pigne che con quel rametto sembravano pipe. E i sassi del torrente simili a spettatori in platea: ma i pesci non passavano mai? Ci stavo attenta..non potevano essere così veloci. I pesci vivono nell'acqua. Questa è acqua e durante l'ora di scienze, avevo capito benissimo che ci sono le trote nei torrenti.
C'era di bello che potevo sporcarmi...finivo la sera nella vasca tra la disperazione di mia madre che diceva "Oddio che scarpe! Ma dove sei stata? in una stalla?"
Beh avevo i miei segreti, io. I miei amici.
Tra tutti gli abitanti del paese, arroccato ai piedi del monte, era Giovanni l'amico che frequentavo di piu'.
Andavo a trovarlo in tarda mattinata.
Prima passavo da Celeste che aveva sempre dei tegolini da dare a mia nonna- un bacio sulla guancia- e via di corsa con il sacchetto, poi proseguivo il giro andando dall'alpino.
L'alpino, aveva un sacco di minerali e foto della guerra. Mi cantava la "Montanara ohè" senza capire che mi metteva una tristezza infinita.
Non so perche'. Ma la cantava con un tremore nella voce che arrivava al cuore senza che potessi difendermi.
Della guerra avevo visto qualche pezzo di granata. Frammenti di metallo arrugginito.
La guerra che mi descriveva la nonna, era diversa. Non avevano i muli loro. E nemmeno le scarpe di cartone avvolte di stracci e il cappello con la penna.
Meno male.
Comunque, Giovanni era mio amico. In genere mentre aspettavo che finisse di dar da mangiare alle galline, andavo nel fienile. Dalla parte piu' alta sporgendomi un pò, potevo vedere l'altro versante dei monti.
Non erano belli.
Scuri, avevano poca vegetazione e dal colore sembrava che i pini avessero la "malattia rossa": in pratica, dei pini si ammalano e si contagiano ma non rinsecchiscono come gli altri alberi. Diventano rossi. Rosso bruciato.
Nella stalla di Giovanni c'erano 3 mucche e la "Flora" una mula che appena vedeva gente, portava le orecchie indietro e alzava il labbro mostrando i denti.
Io l'ho cavalcata, non mi sembrava cattiva.
Nono, non erano tre mucche. Erano quattro. Una era piccolina. Bellissima.
"Giovanni, facciamo che quella è la mia mucca?"
Giovanni non guardava mai negli occhi quando rispondeva. Aveva da fare.
Disse: " Guarda che avere una mucca vuol dire portarla al pascolo, badare alla stalla, tenerla pulita, e andare a far fieno."
"...si" risposi.
"Bene", disse lui, " è tua".
Uscii dalla stalla, feci tre salti e rientrai.
"Devo fare amicizia, lei non mi conosce" dissi al mio amico.
La guardavo: bianca con macchie nere, naso chiaro. La mia mucca era bellissima.
"Giovanni, le mucche fanno festa con la coda? Come si fa a capire quando è contenta e quando è triste?"
Giovanni si volto' e scosse la testa.
"Ciao mucca, io sono Alessandra".
La mucca si giro' e sbarro' gli occhi.
Non avevo mai pensato che le mucche potessero spaventarsi. O magari non vedeva bene. Come si fa a parlare con una mucca piccola. Con quelle grandi non si parla piu'. Ci si guarda.
Arrivo' Giovanni con una zappa: " Questa canalina è da svuotare" disse masticando qualcosa.
"Ma la cacca dove la metto dopo?" risposi.
"Nel secchio, poi la porto fuori" sibilo' il mio amico.
Le mucche fanno sempre la cacca. E la pipi' si schiva perche' altrimenti te la fanno addosso.
I miei genitori s'insospettirono di li' a pochi giorni.
Cenavo e dopo un po' che si stava davanti al camino del salone, crollavo dal sonno.
(Essi', perche' non sanno cosa vuol dire avere una mucca.)
Comunque decisi di svelare loro il mio segreto: non è che uno puo' negare che il maglione sa di mucca.
Giornate belle, limpide.
Senza finale.
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