NARRAZIONE
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Il bastardo di Yonge Street

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Venerd́, 27 Febbraio 2004

A cura di Alberto Angelici





Una pioggerella fredda e sgarbata ha scacciato anche i piu' incalliti nottambuli e l'asfalto luccica come nera ossidiana mentre l'uomo risale lentamente Yonge Street .
A quell'ora della notte Toronto mostra la sua immagine peggiore. Le vetrine buie e le insegne spente danno alla via un' aria trasandata e squallida che ricorda quella di un night-club la mattina dopo.
Agli incroci grumi di bidoni attendono di essere svuotati e cosi' pure i cestini appesi ai pali della luce, mentre dal fondo della strada giunge a tratti il sibilante rumore dei mezzi di pulizia; intermittenti lampeggi frustano di giallo la pioggia e i muri delle case.

Passano rapide due coppiette, uscite forse dallo stesso teatro che l'uomo ha appena lasciato. Ha un brivido e si stringe ancor di piu' nell'impermeabile. E' novembre e l'aria e' fredda ma il gelo che avverte non e' fuori ma dentro di lui. Proprio il giorno prima aveva litigato con Maria che se n'era andata sbattendo la porta, urtata dalla sua noiosa pignoleria. Percio' aveva deciso per il concerto. Non gli andava di restare in casa da solo e aveva creduto che la musica di Gershwin e la folla sarebbero stati la miglior medicina.
Si sbagliava.
Come la porta a molla si era chiusa alle sue spalle, il buio e la puzza dell'asfalto fradicio avevano ingoiato la magia delle opulenti note di Porgy and Bess e di Un Americano a Parigi, lasciandolo piu' vuoto di prima.

All' angolo con Commerce Road sta accucciato un etilico che allunga una mano sporca. Lui fa finta di niente e tira dritto, poi ci ripensa e gli porge un pezzo da dieci dollari. Sgrana gli occhi e biascica qualcosa, il barbone. Biascica qualcosa ma Angelo non capisce pero' intravede una mostruosa chiostra di denti massacrati.
- Ho fatto bene - pensa - forse con quel denaro gli ho reso migliore la notte: di certo non ho peggiorato la mia - .
Pensa all'Italia, mentre imbocca un vicolo, pensa a Maria, al suo viso, al calore dei grandi occhi liquidi e alla massa di capelli neri in cui e' bello affondare le dita.
Oltrepassato un incrocio, sente un sommesso guaire, una voce strozzata e il suono molliccio, osceno, di tonfi che si succedono rapidi.
Deve essere poco piu' avanti, riflette, forse oltre l' angolo. Senza che lui se ne renda conto, vecchie lezioni di tattica e di tecnica di avvicinamento affiorano nella sua mente, richiamate da inconsci meccanismi, stimolate forse dalle ombre che lo circondano.
Il ricordo di azioni nel buio, lo scorrere lento dei secondi mentre il team si muove come un solo uomo in un silenzio rotto dal tonfo ritmico del cuore.
Pochi passi ancora. I rumori provengono proprio da li', oltre un gruppo di bidoni stracolmi di spazzatura.
Li supera con cautela, ginocchia flesse e braccia in avanti a proteggere il tronco e la testa, proprio come gli era stato insegnato, come lui aveva tante volte insegnato alle sue squadre. I piedi poggiano cauti, toccano delicati con la punta delle suole di para. Lentamente saggiano il suolo per avvertire eventuali oggetti che potrebbero fare rumore o sbilanciarlo.
Automaticamente le mani sfiorano il corpo laddove un tempo avrebbero trovato il cinturone tattico e l'equipaggiamento. Questa volta pero' niente pugnale, niente pistola. Ora e' solo e teme il fruscio dell' impermeabile che lo limita nei movimenti.
Lo sfila, arrotolandolo sul braccio sinistro come protezione supplementare.

C'e' un uomo, infagottato in un giaccone a riquadri rossi e neri.
Impugna un lungo oggetto pesante, col quale sta colpendo selvaggiamente quel che sembra solo un mucchio di pelliccia scura. Un grosso cane, pensa, altro non puo' essere, ma il buio non gli permette di distinguere meglio.
I colpi si susseguono ai colpi, implacabili; il povero animale reagisce sempre piu' debolmente, con lamenti appena avvertibili. Un tratto di corda, forse il guinzaglio, trattiene l'animale a una grata di ferro.
Fa un altro passo avanti mosso da un senso di rivolta per la violenza di quella scena. Una violenza che prende alla gola come il tanfo di carne putrescente.
- La smetta! Si fermi ! Non vede che lo sta ammazzando!? -
Gli e' uscito cosi', automaticamente e il tono non e' quello di sempre. E' tornato metallico, un timbro di voce che un tempo provocava obbedienza, che faceva scattare gli uomini.
Quello si gira, ne vede il viso grossolano, largo, forse slavo. E' alto piu' di lui di una diecina di centimetri e grosso, molto grosso. Urla ancora. E' cosi' vicino che scorge lo scintillio di due molari d'oro.
"Stop you, man"! -
L'ordine parte secco come una frustata, senza mai perdere il contatto con gli occhi dell' uomo perche' e' li' che vedra' la prossima mossa.
Non pare neanche avvertire l'ordine. Come in un rallenty una spalla si inarca, venendogli incontro.
Flash di pochi istanti inondano la mente. L'odore acre dei corpi sudati, il frusciare dei piedi sul tatami, le ore di palestra, e i combattimenti simulati e i kata' ripetuti migliaia di volte. Immagini indelebili di una notte come quella, nel caldo africano. Lo strisciare riluttante del pugnale, che penetra nel rene, mentre l'avambraccio sinistro schiaccia la trachea forzando indietro il collo.
Cose mai lasciate, mai veramente svanite.

La reazione e' istantanea, deflagrante. Lento, al confronto, il movimento del bastone che cala verso il suo viso, molle come il volo di una piuma. L'adrenalina romba a torrenti mentre la mano corre ad incontrare il polso. E' pesante, il suo avversario, ma la presa e' perfetta. Una rotazione rapida e bruciante ed e' come se non fosse lui, li' sul marciapiedi dove gli sembra di essere spettatore e non protagonista. Non ha bisogno di pensare. I muscoli agiscono da soli, sanno gia' cosa fare, sempre piu' veloci, nonostante i vestiti lo impaccino.
Colpisce ripetutamente sia col pugno che di gomito e il tubo vola tintinnando sull' asfalto. Perche' tanti colpi? Forse sarebbe bastato il primo ... ma aveva appreso ad una scuola in cui la cavalleria non gode di troppa considerazione.
Devi badare al sodo - gli avevano insegnato - e lui a quello badava.
L'avversario va ridotto in condizioni di non nuocere e non semplicemente messo a terra. Altri ne potrebbero comparire dal buio e quello che credevi fuori gioco puo' riprendersi e arrivare alle spalle. In certi frangenti e' un rischio che non si puo' correre.
Vede la sorpresa sul viso sudato. Sente la gamba sollevarsi mentre tutto il corpo ruota, accumula energia e la concentra nel piede. Energia bianca e fredda.
Vorrebbe fermarsi, bloccarsi li' ma ha nella mente il rigagnolo di sangue e orina che esce di sotto il ventre del cane. Vede rosso e non capisce piu' niente e il piede arriva, esplosivo, all' altezza dello sterno e sente l'urto rimbalzare indietro, su per la gamba fino all'addome. Avverte lo schianto delle ossa, prima che il corpo sia scaraventato sui bidoni che rotolano ovunque, vomitando lattine di coca e frutta marcia.

Macchinalmente ruota per mettere la schiena al muro, raccolto su ste stesso, per offrire un bersaglio meno ampio, meno vulnerabile, pronto ad affrontare altri avversari, che non ci sono.
Resta li', ansimante. Il cuore in tumulto sembra invadere il petto e il silenzio del vicolo. Le mani tremano, le braccia e il corpo tremano. Non sa che fare. Si sente stordito e non avverte l'acqua che gli cola sul viso, giu' per il collo, fin nelle mutande.

Nessuno pare essersi accorto di nulla. La pioggia ha smorzato i suoni, e in quella zona sono tutti magazzini e negozi.
Guarda per terra il cane, non l'uomo di cui scorge solo le scarpe e le caviglie. Quello non gli interessa piu'.
Guarda il cane, solo lui. Cerca di capirne lo stato. Gli alza una palpebra, tocca la pupilla. Nessuna reazione. Le mandibole, socchiuse in un ghigno, scoprono denti frantumati. Un muso un po' troppo a punta, zampe un po' troppo corte per essere di razza ma neppure un bastardo meritava di morire a bastonate su un marciapiedi.
Le mani pulsano; sente le nocche cominciare a dolere e gonfiarsi e fa fatica ad aprire l' automobile.

La mattina dopo scappa dall'appartamento piu' presto del solito, piu' in fretta che mai, in disordine.
Il Globe and Mail e' li', al solito posto, nello scatolone di rete metallica, sull' angolo della via.
Monetine.
Pagine e pagine che passano in furia per arrivare alla cronaca nera. Magra, perche' non sono molti gli avvenimenti di quel genere in una citta' come Toronto.
"A MAN DEAD BESIDE A DEAD DOG!"
I caratteri in grassetto sembrano uscire dal foglio e appiccicarsi al suo viso sudato.
Ha le vertigini, vorrebbe vomitare. Si sente come drogato, anche se quella robaccia non l'ha mai provata.
Passa una signora elegante con un barboncino bianco al guinzaglio. Sono uguali, stesso incedere legnoso e a scatti, stessa espressione distante e un po' vanesia. Stesso colore di pelo e capelli. Stessi riccioli. Lo guardano entrambi. Quattro occhi dello stesso colore.
Chissa' perche' nota quegli inutili particolari. Forse perche' tutto e' meglio di quel titolo, di quelle poche parole alte cosi'.
Risente lo scricchiolio delle ossa, anche un sospiro, un rigurgito, ma forse quelli sono i suoi. Il rivolo liquido sotto un mucchio di pelo ancora caldo, il ghigno sui denti. Una morte disperata e incomprensibile, un dolore che arriva inspiegabile, dalle mani di chi magari e' vissuto con lui per anni.
Una foto. Sull'uomo un lenzuolo. Nudo e quasi bianco nel lampo del flash, il cane.
Lui nessuno ha pensato a coprirlo.
Lui, cane fino alla fine.

"La Polizia sta indagando sul misterioso fatto di sangue che ha coinvolto un nostro concittadino ed un cane, entrambi trovati morti in un vicolo nei pressi di Yonge Street. Previsti per domani i risultati dell'esame autoptico. Le Autorita' si chiedono ..."
L'edizione del giorno successivo puntualmente specifichera' tra le altre cose:"...frattura multipla della mandibola e di quattro costole e setto nasale deviato. Perforazione di un polmone e danni gravissimi al fegato."
Nausea e vertigini. Mi sento invaso dal sudore.
Poi una mano sul braccio. Una manica blu e in cima dei gradi dorati.
" Tutto bene? Qualcosa non va? Si sente male? "
Un bel viso biondo, volenteroso e interrogativo.
Sono tutti cosi' i policemen canadesi. Biondi e volenterosi.
" TO SERVE AND PROTECT" recita il motto del Corpo. Sta inciso sul distintivo che gli luccica sul petto.
"Beh - gli vien fatto di pensare - chi ha protetto chi, stanotte in Yonge Street? Basterebbe che lo dicesse ora, a quel viso pieno di lentiggini...sarebbe sufficiente dire: " Sono stato io, l' ho massacrato io quello li'...guardi le mani ! Con queste l' ho fatto... con queste!"

Quanti anni sono passati da allora, da quella notte nel vicolo. Se solo non fosse stato cosi' pedante, cosi' pignolo, forse Maria non si sarebbe arrabbiata. Forse non sarebbe scappata sbattendo la porta e forse lui non sarebbe andato al concerto e forse...forse...forse...
Quanti forse, quanti se.
Tanti e tutti inutili.
Tutti li', scolpiti nella mente.



 
 
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