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Ancora oggi mi capita di ripensare a Bianca. Perché, se devo dire le cose come stanno, ancora la amo dopo così tanti anni, e perché chi fosse non l’ho mai capito. Ma questo, io credo, è uno degli effetti dell’amore.
Ci penso e ci ripenso alla mia Bianca, alla sua maniera d’essere, leggera, sempre sul punto di andarsene, eppure forte come un giorno di temporale sulla la città in estate. E mi dico pure che una cosa almeno è certa: Bianca era una persona felice. Felice a modo suo, beninteso. E anzi credo che pochi avrebbero definito tale la sua vita, ma questo che importa? Io l’ho visto quel barlume di felicità in fondo ai suoi occhi. In certi momenti, quando eravamo soli lei ed io.
E questo mi basta.
Tanto per iniziare, Bianca non si chiamava solo Bianca, bensì Bianca Maria. Ma quel doppio nome non le andava, le pareva inutilmente complicato, e lei amava la semplicità. Perciò credo che incontrandovi vi avrebbe detto: “Il mio nome è Bianca Maria, ma le sarei grata se mi chiamasse Bianca”. E a dire il vero, certe volte mi pare che anche quel semplice nome dovesse pesarle un poco, che se avesse potuto si sarebbe liberata pure di quello.
Ma come è stato che le ho parlato per la prima volta? Strano che me ne sia quasi dimenticato nonostante che la ami. Devo sforzarmi un poco per far tornare immagini tanto lontane, ma ecco che già un viso, avvolto dai bei riccioli rosso rame, riaffiora dal buio dell’androne del palazzo in cui abitavamo: il viso Bianca che scende le scale, quella prima mattina! Ed ecco che da quei tempi lontani rivengono i ricordi, e vogliono farsi storia. Ogni volta una storia diversa, si capisce. Ogni volta la storia di Bianca e me.
È successo di mattina.
Avevo appena finito di pulire le scale di tutti e sei i piani del palazzo, che ora solo a pensarci sento nel naso il buon odore di marmo e di polvere umida, vedo il bianco nella penombra che si dilegua su verso il buio del primo piano. Avevo già finito il mio lavoro quella mattina e potevo andarmi a riposare sullo sgabello accanto alla guardiola. È là che poi passavo gran parte della mattina, a sonnecchiare o a leggere i romanzi, mentre la vita del condominio mi scorreva intorno fatta di pochi rumori familiari, che venivano come da un’altra vita.
Ma chi mi stava parlando quella mattina, poco prima che apparisse Bianca? La vecchia del secondo piano, che uscendo a fare la spesa si fermava sempre a dirmi i fatti del condominio, la signora Rosa. Non dovevo far altro che ascoltare e fare di sì con la testa ogni tanto. Però quella mattina, mentre la vecchia ciarlava, dalle scale dietro a noi è arrivato un suono di tacchi alti. Fiacco all’inizio, poi sempre più duro, sui gradini. Un suono nuovo. “È l’inquilina del secondo piano. È arrivata ieri sera tardi”, mi fa all’orecchio la signora Rosa, poi scompare fuori dal portone.
Pochi istanti dopo la vedo scendere gli ultimi gradini e avvicinarsi alla guardiola, piccola e con il suo sorriso un po’ imbarazzato in viso, Bianca!
Povera Bianca, che non c’entrava nulla con quel condominio, ma nulla. Troppo ben vestita era, ben truccata, con gli abiti a fiorellini che la facevano sembrare una ragazzina nonostante l’età, con quegli occhi blu che, malignavano le vecchie, roteava con arte ogni volta che in giro c’era un inquilino.
E poi era ricca, ricca rispetto agli altri del condominio, intendo, e alla nostra periferia dimenticata da Dio. Ricca e senza figli. Faceva la segretaria, mi ha detto un giorno la signora Rosa, che chissà come era venuta a saperlo, ma la segretaria d’un pezzo grosso in una compagnia di assicurazioni giù in centro. Da noi che ci stava a fare allora? E quei suoi tacchi a spillo poi. E la gatta persiana costosissima con cui viveva, che pareva un peluche!
Non saprei dire come mi sia successo. Che ne sapevo io, giovane com’ero, dell’amore? E perché proprio di Bianca mi sono innamorato? Non ero contento di stare dove stavo, in un condominio decente, con un lavoro, e tutte le notti per me solo nella mia stanzetta? Di vivere come vivevano gli altri, uomini e donne, mariti e mogli, figli e fidanzate, non m’importava nulla e non me ne è mai importato. Ora credo che se c’era un posto nella mia vita per un’altra persona, solo Bianca sarebbe stata capace di occuparlo, lieve com’era e sempre sul punto di andarsene. Di occuparlo per un po’, e senza far troppo trambusto.
Comunque sia, adesso la notte mi rigiravo tra le lenzuola e pensavo a Bianca due piani più su. A volte aprivo il taccuino e scrivevo di lei per far passare le ore. Guardavo verso il soffitto che illuminava la luce della lampada, e là, in quella strana mappa di ombre, di barlumi, tra le crepe dell’intonaco e le ragnatele, cercavo senza sapere come qualcosa che mi parlasse di lei. Chi era la mia Bianca? Che stava facendo tutta sola, su nel suo appartamento?
La mattina, poi, seduto sullo sgabello la guardavo passare e la seguivo con gli occhi quando usciva nell’aria tutta piena di nebbia. La vedevo allontanarsi verso la stazione del trenino che portava al centro, dall’altra parte della via. Sarebbe arrivato pochi istanti dopo, il trenino, sempre più grande sulla ferrovia soprelevata fino a diventare enorme e nero, enorme e proprio sopra di noi. Mi pareva quasi strano che Bianca, piccola com’era, con quei ricci rossi e i tacchi alti, non avesse paura di attraversare la strada e andare verso quel treno. Poi seduto sul mio sgabello me la figuravo mentre saliva nel vagone, si sedeva, tirava fuori il suo rotocalco e si metteva a immaginare la vita degli attori. Se un uomo si metteva a fissarle le gambe che s’intravedevano, lei le ritraeva e abbassava la gonna, chissà se per pudore o per arte.
Ma c’erano veramente uomini che la guardavano così nel treno? Era bella la mia Bianca? Ci pensavo spesso e tanto a lungo, e ancora oggi a volte me lo chiedo. Ma la conclusione a cui arrivo ogni volta è: no. Bella non era. C’erano i graziosi riccioli rossi che le cadevano sulla fronte, gli occhi blu, è vero, ma forse l’avreste trovata troppo piccola e minuta di lineamenti. “Sembra un barboncino, con quella frangetta riccioluta”, aveva bisbigliato un’inquilina al marito, scuotendo la testa con aria cattiva e guardando Bianca, che in quel momento tornava dal lavoro e saliva le scale pensierosa. Il marito aveva risposto con un grugnito distratto. Non so. E poi magari avreste provato anche voi dell’antipatia per quell’espressione che certe volte le appariva in viso, un po’ vuota, ecco, un po’ da bambola.
Ma che importa? Come nessuno cercava Bianca, Bianca non cercava mai nessuno.
E poi un giorno siamo diventati amici.
È accaduto una domenica di bel tempo, credo, che l’inverno era appena finito. Per la strada c’erano i fiori. Fiori ovunque. Devo dire che non ho mai amato i fiori, soprattutto per via dell’odore. Fa pensare ai cimiteri. Ma alla gente piacciono, e il comune quella primavera aveva deciso di riempire le strade di narcisi bianchi e gialli, striati d’arancione. E poi c’era il sole. Io ero uscito fuori a fare quattro passi sul marciapiedi davanti al portone, come mi capitava di fare i giorni di bel tempo. Poi, a un certo punto, ho avuto paura. Mi è sembrato, come dire, che tutto quell’azzurro, quella luce non dovessero finire più, come fossero eterni, e ho avuto paura… Allora mi volto per ritornare dentro, ed ecco che mi ritrovo addosso a Bianca appena uscita dal portone, così piccola, tanto più piccola di me che mi è quasi venuta voglia di chinarmi a prenderla nel palmo della mano.
Mi sono scusato, confuso. Bianca ha sorriso e mi ha detto: “Non è nulla”.
Stava andando in centro, mi ha raccontato, al Pincio, proprio così, a prendere un caffè alla Casina Valadier. E siccome non aveva fretta è rimasta un po’ a chiacchierare con me sul marciapiedi. Era domenica. Avevamo tutto il tempo, Bianca ed io e, come ho detto, c’era il sole. La gente passava, ogni tanto un trenino arrivava rumorosamente e Bianca invece di correre alla stazione rimaneva là con me.
“Ci va spesso in centro la domenica, signorina Bianca?”
Oh, no. La Casina Valadier era l’unico posto che amasse a Roma, forse perché seduta a uno dei tavolini del caffè, con tutti quei camerieri in giacca bianca, silenziosi, con i vassoi in mano, aveva quasi l’impressione d’essere a Parigi.
“E a Parigi ci è stata molte volte?”
“Oh, tante volte…” Ma molto tempo fa, quando era più giovane, ora non ci andava più. Quanti ricordi aveva laggiù, e che avventure! Quanti amori ci aveva lasciato! E in fondo al cuore, doveva dirlo, non si sentiva affatto di qui, le pareva strano di essere nata in questo paese e di averci sempre vissuto. Si sentiva parigina lei, proprio così, e si diceva sempre che un giorno ci sarebbe tornata a Parigi, ma per restarci.
“Nel frattempo però la vita continua, no?” mi ha detto e sospirando ha chinato la testa da un lato, stringendo le labbra e facendo apparire migliaia di piccole rughe agli angoli degli occhi. Era un sorriso.
In quel momento l’ho guardata finalmente in viso e mi sono accorto che i suoi occhi non erano blu come credevo, ma viola. Bianca usava lenti a contatto colorate, e a quel tempo io neppure sapevo che esistessero robe simili. Quegli occhi viola, con i riccioli rossi tutt’intorno e le rughe che le si disegnavano piene d’irrequietezza in viso…
In quel momento è arrivato per l’ennesima volta il rumore di ferro sulle rotaie. Il trenino. Ma stavolta Bianca si è voltata verso la stazione, pensierosa. Quel trenino là non aveva intenzione di perderlo. Però prima di scendere dal marciapiede per attraversare la strada si è girata ed ha aggiunto, come ricordandosi ad un tratto, lieta:
“Sa come mi chiamavano tutti a Parigi?”
“No, non lo so…”
“Blanche. Mi chiamavano tutti Blanche!”
Pochi istanti dopo era scomparsa nell’ombra della stazione, lasciandomi sul marciapiede con l’odore forte dei fiori, con la luce. Avrei voluto che restasse, ma non importava. Perché in quel momento mi sono accorto d’essere felice. Bianca con i suoi occhi che chissà di che colore erano, ricca e senza figli, che in quello stesso istante attraversava la città… E la felicità era quel sentimento che mi rendeva leggero, che mi faceva sentire per la prima volta che esisteva anche per me un posto dove andare, un paese in cui sognare di stare. E quel paese, forse, era solo la mia Bianca.
Così le cose sono andate avanti per alcune settimane. La mattina scambiavamo qualche parola quando Bianca usciva per andare al lavoro, e quando c’era lei le vecchie stavano alla larga dalla guardiola. Del resto, ora mi facevano un po’ il muso, le vecchie, ed era meglio così.
Parlavamo d’un mucchio di cose Bianca e io: del suo lavoro che non amava, della gatta, dell’impianto di riscaldamento del condominio che funzionava male, che so io. A volte le facevo leggere quello che scrivevo sul taccuino quando non avevo niente da fare. Non quello che scrivevo su di lei, ovvio, erano soprattutto le storie degli inquilini, come me le raccontavano le vecchie o come le immaginavo io. Bianca, che era segretaria e l’italiano lo sapeva a perfezione, mi correggeva tutti gli errori. E a quel tempo di errori ne facevo davvero tanti, tanti più di ora che sono passati molti anni e che mi sono abituato a questa lingua che non è mia. Bianca restava in piedi, tirava fuori dalla borsetta una penna e correggeva, seria seria. Io, seduto sullo sgabello, la guardavo. Guardavo il mio quadernuccio sgualcito, un po’ sporco d’unto e di nicotina, nelle sue mani pallide e minute. Ogni tanto alzava gli occhi dalla pagina, incontrava i miei e io arrossivo un poco, ma lei questo non lo vedeva. “Bravo,” mi diceva poi. “Sa che fa sempre meno errori?” Oppure: “Un giorno scriverà anche qualche cosa su di me?”
Ma ad un tratto si sentiva il rumore del trenino da lontano, sempre più forte, e pochi istanti dopo Bianca non c’era più.
Poi c’erano i fine settimana.
A volte Bianca restava chiusa in casa. A volte invece se ne andava il venerdì sera, e tornava la domenica. Era con un suo superiore d’ufficio che partiva, uno sposato. Andavano in montagna, ma vicino Roma. Erano anni che si vedevano così, una o due volte al mese, e Bianca insomma era la sua amante. Questo è stata lei stessa a raccontarmelo un giorno, con il sorriso vago con cui si dicono i fatti senza peso. Potevo esserne geloso? Cosa gliene importava a lei di quell’uomo, uno di quelli che hanno moglie e figli e tutto il resto? Cosa me ne importava a me?
E quei fine settimana che Bianca andava in montagna, io ero solo. Ma aspettare per tutta la domenica, con i rumori lontani e lenti dei televisori nelle case, che la sera il taxi me la riportasse, anche questo ovviamente era una felcità.
Ma, si capisce, i momenti migliori erano quelli in cui eravamo soli io e lei.
Come la volta che è morto il vecchio dell’appartamento accanto al suo. Non so più chi se ne era accorto, per via dell’odore. Ricordo solo che quella mattina Bianca mi è venuta vicino, tremante, che pareva davvero un barboncino senza più padrone. Doveva aver visto il vecchio che veniva portato via in barella, non so, forse l’odore l’aveva spaventata. Allora le ho preso le spalle tra le mani per rincuorarla, non so proprio dove ho trovato il coraggio, capita, e sotto le dita ho sentito la fragilità della sua carne e delle ossa, proprio come me l’ero immaginata tante volte, di notte. Era così bella con gli occhi viola pieni di lacrime che due minuti dopo, ne ero sicuro, si sarebbero asciugate. Sì, le lacrime di Bianca avevano qualcosa. Erano pure meglio del suo sorriso.
Poi c’è stata la volta che mi ha parlato dei suoi, che avrebbe voluto andare a trovare più spesso, giù in centro, però poi se ne dimenticava sempre. Io le ho detto allora che i miei erano morti, giù al paese, e lei mi ha accarezzato il viso con una mano. Proprio così. E altre volte, tante altre occasioni simili, che stanno scritte nel taccuino e che rileggo ogni tanto. Che a furia di rileggerlo in tutti questi anni mi pare quasi di essermela inventata io la mia Bianca, di averla sognata da ragazzo e di aver finito per crederci. Ma è il rischio, penso, quando si sta troppo spesso in compagnia delle pagine e delle parole. E anche il contrario è vero: a furia di scrivere e leggere ti pare che è tutto ciò che sta fuori della pagina a non essere vero.
Poi Bianca è cambiata.
Non tutt’insieme, si capisce. Poco a poco. La mattina aveva uno sguardo più distratto sul viso e se si fermava a chiacchierare con me era quasi per dovere, si vedeva. Poi ha smesso del tutto. Aveva gli occhi rossi di sonno ora e il suo passo esitava, come se uscendo di casa la mattina non sapesse bene che direzione prendere o per andare dove.
“Piange”, mi ha bisbigliato una mattina la signora Rosa.
“Piange?”
“Sì. Tutta la notte.”
E nessuno, si capisce, sapeva il perché. Bianca così piccola, che ora sembrava dovesse sparire da un momento all’altro se non la si tratteneva. E quante notti ho passato ad ascoltare allora, sperando stupidamente che attraverso il buio del palazzo quel pianto arrivasse fin giù, fino alla mia stanzetta, invece del silenzio.
Una sera, passando davanti alla guardiola, mi si è fermata davanti. Le avevo detto come sempre “buonasera, signorina Bianca”. Mi ha guardato come se non sapesse bene chi fossi, stringendo un po’ gli occhi, poi s’è incamminata verso le scale mormorando un “buonasera”.
Non so più quanto sia durato quel periodo così difficile. So soltanto che ora ero di nuovo solo, ma non come nei fine settimana che Bianca passava in montagna. Era una solitudine nuova, che mi lasciava senza una parola, così che su quei giorni il mio taccuino resta muto. Perché la mia Bianca non mi vedeva più e all’improvviso io non avevo più nulla da aspettare durante le mie lunghe giornate in portineria o le nottate.
Così adesso la guardavo passare davanti alla guardiola, senza dirmi una parola, senza nemmeno voltarsi.
Poi una mattina s’è avvicinata. Col passo che aveva adesso, esitante, e si è fermata davanti al mio sgabello. Così.
Quando ho alzato gli occhi, ho visto lo sguardo da barboncino senza padrone, quello di sempre: Bianca era tornata come prima, mi sorrideva anzi, lì in piedi di fronte a me, tristemente e con gli occhi rossi di sonno, però sorrideva.
“È lei, signorina Bianca... Cosa le succede di questi tempi?”
“Oh nulla, nulla di serio. Deve avermi trovata strana, dico bene?” Un breve riso. “È gentile da parte sua chiedermelo, ma non deve preoccuparsi. Ho solo delle piccole amnesie da qualche settimana in qua...”
“Amnesie? Ed è sicura che non è grave?”
“Il dottore pensa di no. Sono dovute a tante cause diverse ma nessuna veramente seria, e forse un giorno nemmeno le avrò più...”
“È terribile, Bianca!”
“Oh no. È strano all’inizio, le prime volte che uno si accorge di non sapere più dove sta andando, così, ad un tratto, mentre cammina per la strada, ma ci si abitua.”
“E le capita spesso?”
“A dire il vero, quasi ogni giorno ormai, soprattutto la sera quando esco dal lavoro e devo rincasare. Mi prende così, come un giramento di testa. Se mi sforzo, ricordo almeno dove abito, la fermata del trenino dove devo scendere, il portone del palazzo. E quando entro in casa e vedo la gatta che mi viene incontro mi ci vuole un po’ per riconoscerla. Ma tutto come in una nebbiolina, sa? Poi passa, le cose tornano familiari poco a poco, mi ricordo il mio nome, riconosco le mie cose…” E qui mi ha dato uno dei suoi sorrisi che volevano dire solo: nel frattempo però la vita continua, no?
Allora mi sono alzato, ho preso il taccuino dal cassetto del tavolo della guardiola e mi sono messo a scrivere. Bianca, incuriosita, guardava allungando un poco il collo per leggere. E quando ho finito, ho strappato la pagina e gliel’ho data. “Ecco”, le ho detto, senza sapere cosa stavo facendo, “se la tenga nella borsetta. Se le viene una di quelle crisi che dice, lo troverà frugandoci tra le sue cose…”
“Non aver paura”, ha cominciato a leggere Bianca, “se ora non ti ricordi più nulla e non sai nemmeno chi sei. La memoria tornerà, torna sempre. Ti chiami Blanche, sei parigina e se vivi in questa città è solo per poco. Perché presto tornerai nel tuo paese. Ora lavori in una compagnia d’assicurazioni come segretaria e questo lavoro non ti dà soddisfazioni, però hai una gatta persiana che trovi ad aspettarti quando rincasi, un appartamento accogliente anche se il palazzo un po’ misero. Inoltre quando rincasando passerai davanti alla guardiola, il portiere, vedrai, ti riconoscerà e ti sorriderà, e ti dirà buonasera. Ti avrà aspettata tutta la giornata e salutarti sarà il piacere della sua giornata…”
Che mi era passato per la testa, scrivere sciocchezze simili? Allora mi sono affrettato a dirle: “È solo un esempio, Bianca. Ci può scrivere ciò che vuole in quel foglietto, proprio tutto ciò che vuole. L’importante è che se lo porti dietro, così saprà sempre chi è e non le accadrà nulla.”
Il suo viso, leggendo, si è illuminato. Di felicità, credo. “Ma che bella idea che mi ha dato!”, mi ha detto tutto d’un fiato. Ha avvicinato le sue labbra al mio orecchio. “Grazie, grazie, la ringrazio infinitamente…” E quando queste parole si sono spente, ha lasciato le labbra ancora un poco vicino al mio orecchio, così.
Intanto da fuori giungeva già il trenino. Bianca s’è allontanata da me, s’è aggiustata la cintura della borsetta sulla spalla e s’è messa a correre, ma facendo attenzione, sempre per via dei tacchi alti, verso la stazione. Solo quando è arrivata all’entrata si è voltata per guardare verso il portone del palazzo e verso di me. Forse sorrideva, da lontano non si vedeva.
Non saprei dire ora se è stata davvero quella l’ultima volta che l’ho vista. È successo tanti anni fa. Del resto l’avevo saputo sin dall’inizio che un giorno Bianca se ne sarebbe andata via senza dire nulla. Era fatta così. Io, quanto a me, sono rimasto portiere, perché è un lavoro che mi va a genio, ma ho cambiato condominio più di una volta e ora sto in un altro quartiere, sempre in periferia. La mattina dopo aver lavato le scale mi siedo su questa sediola che mi ricorda lo sgabello dei vecchi tempi e mi capita ancora, quando il palazzo è silenzioso, di aprire il taccuino e scrivere, quasi sempre di cose senza peso.
Però da quei giorni in cui Bianca abitava solo due piani sopra a me, mi capita a volte d’essere felice. Così. Di tanto in tanto e senza ragione, ma soprattutto quando ripenso a Bianca, a com’era fatta, al colore degli occhi che aveva per esempio.
Ecco, perfino in quest’istante sono felice, anche se scrivendo tanto di lei è come se l’avessi fatta sparire un’altra volta.
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