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Sorprendentemente bianca, risalta sul terriccio come farina filtrata da un setaccio per giganti. Ovoidale, allungata e in certi punti piu' sgranata e rada, la grande macchia supera un largo fosso e prosegue nel campo vicino, stranamente composto di tutt' altro genere di terriccio.
E' il primo avviso che la neve e' caduta anche qui, pur non in modo uniforme. La statale Romea sale una ripida rampa e per un istante scorgo un panorama che pare la gualdrappa di un leopardo albino, un bizzarro scherzo della natura segna i campi a perdita d' occhio con analoghe chiazze nevose.
Chioggia e' poco lontana, raccolta tra distese d'acqua lucide come fazzoletti di lamiera brunita. Fa freddo, e' fredda l'aria, freddo il cielo grigio che ci sovrasta, freddo l'aspetto dei pioppi scheletriti che sfilano accanto a noi, freddo il getto violento che esce dalle bocchetta del riscaldamento che non riesco a regolare. Sul parabrezza la pioggia si schiaccia con rumore diverso, le gocce hanno un aspetto diverso: non scivolano via ma per un attimo restano attaccate al vetro. Inizia a sfarfallare e dopo pochi istanti sembra Natale, con i fiocchi che ci turbinano attorno, trascinati dalle auto in un balletto frenetico e vano.
Eccomi ad esplorare, non per la prima volta - mi sussurro nella mente - luoghi che come altri ma diversamente da altri, mi affascinano e mi attirano. Un'atmosfera che prepara a quella ancora piu' indolente e languida di Venezia, scandita dai tempi della navigazione, permeata da suoni e odori che nessun'altra citta' puo' avere.
Poche case di una periferia che deve fare i conti con l'acqua, qui tutti in qualche misura con l'acqua ci fanno i conti da sempre. Lasciamo l'auto in un mozzicone di parcheggio, fra stretti vicoli festonati di camicie e mutande irrigidite dal gelo. L'immagine, lungi dal sembrarmi squallida, mi ricorda una fila di persone che cantano e ballano tenendosi per mano.
Teniamo un passo veloce, per combattere l'aggressione della brezza che pizzica il viso e lo fa sentire come di cartone. Per un attimo ho la visione di un alto campanile che la prospettiva fa sembrare sghembo e contorto; una serie di logore bifore in marmo bianco contro un muro color vinaccia mi ricordano ancora una volta la vicinanza della Serenissima.
Il porto-canale appare stranamente silenzioso e privo di vita. I pescherecci dondolano lungo le banchine, rossi di ruggine e soltanto pochi irriducibili restano fra paranchi, attrezzature incartate nei teli protettivi e grossi argani.
Sul filo dell'acqua color catrame galleggia surreale una ramazza di saggina come quella delle streghe. Si agita nei gorghi, poi s'acquieta e infine pare catturata dal gioco iridato di una traccia d'olio che faticosamente scompone i pochi colori dell'inverno. Sugli scafi piu' piccoli, i motori fuoribordo coricati in avanti hanno l'aspetto di ubriachi che cerchino un faticoso equilibrio dopo i bagordi notturni.
Incrociamo alcune persone, non tante, perche' il freddo ha tenuto in casa chi poteva evitare d'uscire. Ci guardano con curiosita', ma di sottecchi, non in modo sfacciato. La stagione estiva e' ancora lontana e non e' neppure domenica, pero' intuiscono che non siamo di queste parti.
Molte le vetrine buie e le saracinesche abbassate per la pausa del pranzo, cosi' come, purtroppo, quella della Stella d' oro, il bar-osteria-trattoria in cui avrei voluto portare la mia ospite di questa piccola zingarata alle foci del Po. Un locale alla buona, dove se chiedi una frittura di pesce, prima fanno posto al centro del tavolino a un rettangolo di gialla carta di mais, poi con modi spicci ma cortesi ci rovesciano sopra una piccola cascata densa di profumi: piccole sogliole, rondelle di seppia, calamaretti arricciati come minuscole mani, qualche gamberetto o scampo. Insomma la roba che si pesca qui davanti, niente di esotico ma tutto fresco, pescato da poche ore.
Non quest' oggi, pero', e un foglietto al centro della serranda parla di ferie.
Mi guardo intorno. I pochi istanti di sosta sono bastati a gelarci; non e' tempo di passeggiate indolenti tra le calli, quindi urge una soluzione alternativa, ma dove? Gia' mi pregustavo la semplice bonta' del pesce sulla carta gialla, ne avevo gia' parlato alla mia accompagnatrice e non mi va proprio di ripiegare sul classico locale per turisti con menu quadrilingua.
Profumo di spezie, aromi erbacei, una vetrina carica di sacchetti per tisane: non volevo delle caramelle alla propoli?
In pochi attimi una signorina molto cordiale ci suggerisce un bar trattoria che si trova due vetrine piu' giu'.
Mi piace subito: anche questo e' semplice, niente fronzoli o pacchianerie in stile marinaresco. Il locale e' lungo e stretto, cosi', mi dico, ci sembrera' di pranzare in un vagone-ristorante.
Andiamo in fondo, lontano dalla porta, lontano dal freddo e il piu' possibile anche dall'onnipresente televisore acceso sulle solite, imprescindibili disgrazie in diretta.
Il proprietario e' magro e un po' ingobbito, l'aria sembra rassegnata mentre passa fra i tavolini o forse esegue automaticamente gesti consueti e intanto pensa ad altro. Alla nostra sinistra e' la cucina, che intuisco minuscola e stretta come una Fiat Panda. A un paio di tavoli un gruppo di pescatori con addosso pesanti tute blu e appena oltre una coppia di anziani gioca a tresette davanti a un bicchiere di bianco: li vedo entrambi di profilo e i lineamenti marcati, i cappellucci storti sembrano plasmati nella terracotta.
Niente menu, non ce n'e' bisogno, tanto meno in quattro lingue. Bastano poche parole, per ordinare spaghetti alle vongole veraci e frittura di pesce. Manca la carta gialla, ma qui, a confronto della Stella d' oro, c'e' un lusso sfrenato!
Fuma, la pasta, e anche da tre metri si capisce che e' ottima: ben sgranata, quindi al dente, coperta di vongole nei loro gusci che da lontano sembrano tante farfalline.
La prosopopea scontata di un cronista che alla TV parla di freddo polare che attanaglia in una morsa implacabile alcune regioni del centro nord Italia mi fa brontolare mentre passa la cuoca e questo e' sufficiente a far nascere il dialogo. La sua voce, inaspettatamente baritonale, contrasta con la corporatura minuta tanto da sembrare un doppiaggio mal riuscito. I gesti sono frettolosi ma il sorriso largo si apre facilmente quando mi complimento con lei per la bonta' di cio' che stiamo gustando. Si ferma anche il proprietario, perche' e' tardi e nel locale siamo rimasti soltanto noi. Chiacchiere semplici, ma riscaldate da maniere famigliari e schiette, argomenti forse banali, i problemi della pesca, un mestiere che, specie d'inverno costa sangue, l'acqua alta che colpisce piu' spesso di una volta, la figlia che studia giurisprudenza a Padova: tanto una brava ragazza e senza grilli per la testa, vedesse che libretto!".
All'altro capo della stanza una donna passa lo straccio per terra: e' la moglie del proprietario e quando arriva a pulire nei pressi del nostro tavolo commenta anche lei. Il viso e' stanco ma sorride e ci offre un limoncello.
L'atmosfera giusta e i radiatori bollenti sbarrano l'ingresso al gelo e trattengono noi dall'uscire ma e' ora di andare. Percepisco anche nei nostri improvvisati interlocutori, il rammarico del distacco al momento del commiato; il loro sorriso sfuma oltre i vetri appannati e si sovrappone al logo del Caffe' Illy.
Un gatto che pare Silvestro solleva di scatto il capo da un mucchietto di scatole, un bambinetto passa veloce e s' infila in un vecchio portone, al centro del canale spernacchia sorda una lancia di legno, aprendo con la prua un solco a vu che allarga e coinvolge le barche in banchina in un dondoĺo che sembra il silenzioso, garbato saluto a una collega che va al lavoro..
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