1.
Dio nacque di mercoledì, in un bel giorno di sole, da una mamma di quattordici anni e da un papà che aveva due anni di più. Nacque per amore e per errore, e appena venne al mondo conobbe le due cose più belle che fossero mai state create: il sorriso di sua madre e il sole di mezzogiorno.
Nacque sotto il cielo e sopra l’erba, in un prato che odorava d’estate, e il suo primo respiro aveva il sapore delle margherite.
Il padre di Dio lavorava in una fabbrica di biscotti e, quel giorno, quando finì di lavorare, uscì dalla fabbrica e si scoprì padre. Era una cosa che sapevano già da molti mesi, ma funzionò come una sorpresa: li lasciò senza fiato, con gli occhi spalancati e pieni di meraviglia.
“Dio? L’hai chiamato Dio”, chiese alla ragazza.
“Si - disse lei – mi piace come suona”.
“Ma che razza di nome sarebbe Dio?”, chiese lui.
“Un nome come un altro”, rispose lei.
E così ebbe inizio la lunga vita di Dio, con odori e colori che rimasero per sempre impressi dentro di lui, senza che ne avesse mai coscienza.
Quando la Francia e l’Inghilterra manderanno il primo uomo nello spazio Dio sarà da solo dietro il bancone di un negozio che venderà pane e dolci, con abiti bianchi e i suoi quarant’anni sporchi di farina, protetto dall’odore dolce e rassicurante di un forno che cuoce il pane, un odore che disegnerà la sua casa.
"Stamani verso le 8 ora locale il presidente Simòn ha annunciato che la Francia ha firmato un patto di collaborazione con gli stati uniti e l’Inghilterra, che unisce i tre stati nel comune scopo di conquistare nuovi mondi…” diranno i tg, e Dio si fermerà ad ascoltare, senza capire la portata di quell’evento.
Pierre, il padrone del negozio, rientrerà dalle consegne nel pomeriggio.
“Cos’hai, Dio? Qualcosa non va?” gli chiederà, accorgendosi di un silenzio più fitto del solito.
“Non ho nulla” dirà, consapevole d’essere turbato da qualcosa.
Venderà tutte le pagnotte del negozio, quel giorno, e chiuderà un po’ prima del solito per correre a casa da sua moglie e dal suo cane, come se temesse di non trovarli più.
2.
Dio abitava in una piccolissima casa al decimo piano di un palazzo tutto grigio, con una finestra che dava sul caos di Torino e dei vicini che smettevano di litigare solo per fare l’amore.
La mamma guardò i primi giorni di vita di suo figlio dal letto in cui era costretta, schiacciata nel materasso da una forte febbre e dall’afa di agosto. Il padre continuò a lavorare ininterrottamente perché a suo figlio e alla donna che amava non mancasse niente. Fu così che Dio conobbe la solitudine.
Un giorno in cui la vicina non poteva né litigare né fare l’amore perché suo marito era stato di nuovo arrestato, decise di andare a trovare il nuovo nato. Piangeva agitandosi in un cassetto aperto dell’armadio in cui si trovava da diverse ore, avvolto in un lenzuolo e nelle sue stesse feci. La donna, benché fosse abituata al degrado e allo squallore, disse di non averne mai visto così tanto tutto insieme.
Eli, capelli biondi sparsi sul cuscino e labbra bianche che la vita stava abbandonando, con gli occhi chiusi e la mente stanca, rievocava la sensazione rassicurante di sentirsi figlia.
Ripensava ai suoi genitori, alla sua camera, alle sue cose, ripensava a sua mamma, alla vita che aveva lasciato. Chissà se andarsene era stata la cosa giusta.
Era successo tutto in così poco tempo: scoprire di essere incinta, dirlo al futuro padre, litigare con i suoi genitori…”Non ucciderò mio figlio”, aveva detto, e il giorno dopo era scappata via insieme a lui. Via per sempre.
E ora tutta la vita le pesava sul cuore come le sbarre di una prigione.
Aprì i suoi occhi azzurri e stanchi, e vide la vicina passeggiare per la stanza tenendo Dio tra le braccia. Vide tutto l’amore che provava per quella creatura che non smetteva mai di piangere, e capì che se una cosa giusta esisteva davvero era di sicuro quella.
La donna che gli insegnerà l’amore, Virginie, resterà ore ad ascoltare le storie che lui le racconterà, di Torino e degli amici della sua infanzia, di quel padre che ha tanto cercato, di sua madre e di come è venuto al mondo, di come è cresciuto, di come è scappato.
E lei gli racconterà di Orleans, della vita in collegio e del suo sogno di dipingere, dei soldi rubati alla nonna per comprare i colori e del suo sogno di girare il mondo, lo condurrà dentro i suoi quadri e dentro i suoi silenzi.
Virginie diventerà una donna con capelli corvini e occhi verdi, con linee morbide e i colori sempre addosso. E dipingerà per Dio la vita che lui le racconterà, quella parte della sua vita che lei potrà solo immaginare.
Nell’ingresso della casa sopra il negozio di pane e di dolci dove Dio imparerà ad invecchiare, appeso al muro di fronte alla porta d’ingresso, ci sarà il ritratto di una donna con i capelli biondi.
Dalle parole che Dio racconterà ai pennelli di Virginie, parole che aveva a sua volta ascoltato da suo padre, Eli riprenderà a vivere.
3.
La mamma di Dio morì per le conseguenze del parto pochi giorni dopo la visita della vicina. Successe una sera, dopo cena, come se avesse aspettato il momento giusto per morire senza disturbare.
Eli non mangiò nulla, rimase in silenzio con gli occhi spalancati su Dio mentre il ragazzo cenava. Distolse lo sguardo solo dopo, quando sentì quelle braccia che l’amavano stringerla a sé come non facevano da tempo.
“Ti amo”, disse il ragazzo. E le baciò la fronte.
“Ti amo anch’io. - sussurrò lei, piano - Lo porti qui?” continuò, respirando a fatica.
“Vuoi tenere il bambino?”, chiese lui.
“Si”, disse lei, senza più voce.
Il ragazzo prese il bambino che piangeva nel cassetto e lo portò tra le braccia della madre. Lei lo baciò, e appoggiò il viso sui suoi pochi capelli. Dio smise di piangere, e regalò al mondo il suo primo sorriso.
Il padre lo vide e sorrise anche lui, rimase così per un po’, non aveva mai visto così tanta pace da quando suo figlio era nato, in quel momento si sentiva davvero felice.
Non si sentiva più stanco, non sentiva più il peso delle sue scelte o il dolore del suo corpo giovane che non era abituato al lavoro, si sentiva solo felice.
Ma durò poco, capì quasi subito che quella pace era il rumore della vita che scappa via. Chiamò Eli, ma non rispose. La toccò, la scosse, ma lei non diede nessun segno. Posò una mano sul suo cuore e sentì che c’era pace anche li. Cadde a terra, in ginocchio, e pianse come non aveva mai fatto nella sua vita di sedicenne.
Dio sorrideva, e lentamente tra quelle braccia si addormentò.
Rimasero così, tutti e tre, fin quando il sole non li costrinse ad aprire gli occhi, e ad arrendersi alla morte e alla nuova vita che l’uomo e il bambino avrebbero dovuto affrontare.
Al clima di conquista e alle notizie di un futuro da film di fantascienza Dio si abituerà in fretta, forse per quel suo innato bisogno di una vita senza novità da cui fuggire, e ascolterà le notizie dei tg senza più fermarsi davanti alla tv ad immaginare mondi soltanto sperati.
La sua vita ritroverà una nuova normalità, le sue paure un nuovo corso, i suoi sogni nuovi colori.
Succederà di sabato, sopra le foglie dell’autunno, che Dio uscirà dal negozio e incontrerà un ragazzo. Un ragazzo con tutti i colori della strada sul viso, con la diversità addosso, con vestiti strappati e una casa grande come il mondo intero: un barbone.
Succederà così che Dio capirà di non essere fatto per vivere tra i muri di una casa, ma tra le strade di una città.
“Non dire sciocchezze Dio, questa è la nostra casa! Non vorrai abbandonarla sul serio? E’ questo il nostro mondo!” gli dirà Virginie quando lui le racconterà del ragazzo e dei pensieri che erano nati nella sua mente.
“Non è il mio” dirà lui, e si chiuderà nel silenzio dei suoi sogni.
Non parleranno più di questo, Dio e Virginie, ma le notti dell’uomo torneranno ad avere il profumo delle strade di Torino e del fuoco acceso in un bidone di latta, e sognerà le notti di Parigi, notti che fuori dalla sua finestra vivranno davvero.
4.
Dopo la morte della ragazza il padre di Dio non seppe che fare, e si mise a bere. Perse il lavoro e la casa, e crebbe suo figlio per le strade di Torino.
Con gli ultimi soldi comprò un violino. Era un amore che non aveva mai tradito, la musica, aveva iniziato a suonare quando aveva sette anni, e non aveva mai smesso.
Dio ebbe così un’infanzia molto felice, conobbe l’arte e la gente, crebbe respirando la magia di Torino e imparò subito a sognare.
Quando aveva cinque anni incontrò quella che sarebbe stata la sua compagna di giochi per molti anni.
Era un sabato ed era dicembre. Tra colori di festa e note di violino Dio, seduto su via Roma, guardava la gente passare. Tacchi alti e scarpe lucide, gambe messe in mostra e pantaloni, cappotti lunghi e mani nascoste come pensieri, parole fuse in un unico brusio, borse di carta con fiocchi rossi e mille profumi fusi in un solo respiro. La gente, che danzava tra le vetrine al suono d’un violino, le persone e i loro mondi sfilavano, ad una ad una, davanti agli occhi di Dio che le guardava incantato e che, nell’innocenza dei suoi cinque anni, riusciva a credere che il mondo fosse tutto li.
Suo padre, ventun’anni sotto la barba lunga e i capelli in disordine, con gli occhi stretti e le labbra schiuse, suonava.
Dio, abiti sporchi e occhi grandi, si alzò e ascoltando la musica si perse tra la folla. Si sentì come ci si sente tra tanta gente: piacevolmente solo, chiuso nel proprio mondo con la sicurezza di sapere che esiste anche il mondo reale.
Tra tutta quella gente, alla fine di via Roma, qualcun altro si sentiva esattamente come lui: solo tra centinaia di persone. Camminava costeggiando le vetrine, come fa chi non ha la fretta di arrivare, come chi non sa bene a cosa pensare. Si videro subito, si riconobbero come se si stessero cercando.
Lei si fermò a guardarlo, con occhi grandi come i suoi, occhi che sfidano il mondo. Dio stese una mano per accarezzarla, e lei riconobbe in quella carezza la gentilezza di un cuore non conosceva l’odio, che invece conosceva bene la maggior parte degli uomini che aveva incontrato nella sua breve vita di cane randagio. Si avvicinò a Dio e lo annusò, si avvicinò al suo viso di bambino e di barbone e iniziò a leccarlo, promettendogli un amore di cui l’uomo non è capace.
Un uomo di mezza età, con le mani nelle tasche e i pensieri tra le nuvole, passeggerà.
Camminerà con occhi spenti e la vita tutta alle spalle, senza pensieri, senza parole.
Entrerà in un negozio di pane e di dolci, e comprerà, con le poche monete che avrà nelle tasche, delle pagnotte.
Dio guarderà quell’uomo e avrà l’impressione di averlo già visto, da qualche parte.
L’uomo gli chiederà delle pagnotte, con delle parole dette a metà, con un respiro stanco.
Lo servirà e lo guarderà uscire dal negozio.
Le sensazioni strane che avrà avuto spariranno prima che la campanella della porta finisca di suonare.
Dio, che si sarà trasferito a Parigi per cercare suo padre, non saprà mai d’averlo incontrato pochi giorni prima che morisse di overdose.
E il padre, dimenticatosi di aver mai avuto un figlio, morirà in una notte di Parigi, di quelle notti che ti fanno credere di essere in cielo, senza sapere che qualcuno lo stava cercando.
5.
Il padre di Dio conobbe la droga, che, con i colori dell’inverno, dipinse sul suo volto la morte anni prima che sopraggiungesse.
Dio conobbe la libertà, l’amore di un cane e la musica di un violino che, a soli cinque anni, imparò a suonare. Conobbe il calore di una casa e di una famiglia, benché non avesse nessuna delle due cose.
La sera, nei vicoli nascosti di Torino, intorno al fuoco acceso in un bidone di latta, uomini e donne delle strade si stringevano per sfuggire alle lame di freddo che tagliano vestiti e cartoni.
Dio crebbe così cullato tra le braccia di Lia, una donna che aveva perso le sembianze femminili e che aveva abiti strappati e impregnati del suo odore, ma che aveva una voce rassicurante e dolcissima, e sempre una favola per lui.
Conobbe il mondo così, dalle parole di uomini e donne della strada, dalle parole di gente che il mondo l’aveva vissuto, ognuno con i propri occhi e con il proprio cuore.
Lia gli raccontava sempre di Parigi, dove era stata sposata per anni con il proprietario di un ristorante. Poi, dopo anni passati insieme, lui era andato in cielo, e lei aveva iniziato a viaggiare per il mondo. Ma di Parigi ricordava tantissime cose, le luci incantevoli che si vedevano la sera, e che ti facevano credere di stare in cielo.
“In cielo?” chiedeva il bambino ogni volta che lei gli raccontava quella storia.
“Si, in cielo. La notte era scura, a Parigi, era nera come il cielo, come quando tieni gli occhi chiusi. E d’inverno c’è anche la nebbia, che rende il buio ancora più nero. E le luci delle case e dei negozi rompono la notte, e brillano tutto intorno a te. Come stelle. E’ talmente buio che non vedi nemmeno la strada su cui poggi i piedi, e ti sembra di essere sospeso in aria. Nel cielo, in mezzo alle stelle”.
Dio ascoltava, senza parole, e si sforzava di immaginarsi la meraviglia che si prova a stare in cielo.
“E li è tutto uguale al cielo?”.
“Si, tutto”.
“C’è anche la mia mamma?”.
“No, lei è nel cielo vero. Lassù”, e con la mano indicava il cielo nero che avevano sopra la testa.
E Dio si addormentava così tutte le sere, stretto tra le braccia di Lia, a cercare la sua mamma nel cielo, fin quando gli occhi cominciavano a fargli male e il sonno lo rapiva.
Il padre di Dio si addormentava in silenzio, in disparte, infastidito dalle storie di gente che nella vita aveva fallito, con una bottiglia di alcool accanto, pensando ad un modo per fare soldi e riscattare la sua vita che guardare morire, giorno dopo giorno.
La settimana del negozio sarà alla fine, come l’estate, quando anche l’Italia si unirà al patto di conquista dello spazio.
Dio e Pierre respireranno l’aria del giorno che finisce rimettendo a posto le ceste del pane vuote e ripulendo il negozio, sistemando i biscotti sugli scaffali e appendendo i grembiuli agli attaccapanni nel retro, e quando la serranda del negozio sarà già chiusa per metà e l’insegna sarà spenta, Pierre conterà l’incasso della settimana e Dio, nel retro, ripulirà la farina sparsa sul pavimento.
Sentirà la campanella della porta annunciare l’arrivo di un cliente, e sentirà Pierre dire che il negozio è chiuso.
Poi più nulla. In quel silenzio riconoscerà qualcosa di strano, qualcosa che si annuncerà prima di accadere.
“Avanti, dammi i soldi! Tutti quanti! Dammeli!” sentirà urlare, e sentirà la voce di Pierre congelata in un nuovo, diverso silenzio.
Rimarrà immobile davanti alla sua impotenza, di fronte a rumori e urla che sentirà provenire dal negozio, rumori e urla a cui non saprà dare una forma, un’intenzione, un volto.
Poi uno sparo, Pierre che cadrà a terra, il campanello della porta che si chiude annuncerà la fine di tutto.
Dio appoggerà la scopa al muro e tornerà in negozio, lentamente, come se con la lentezza fosse possibile salvarsi.
Vedrà Pierre dietro il bancone, sul pavimento, in un lago di sangue. Si chinerà su di lui, lo sentirà respirare e si sentirà sollevato: “Il sabato non è un buon giorno per morire”, penserà.
Si ricorderà di quando anni prima era successo a lui, di essere sparato da un rapinatore, e si convincerà che anche questa volta andrà tutto bene.
Si renderà conto di essersi sbagliato quattro ore dopo, quando riceverà la telefonata dell’ospedale.
6.
Lia gli aveva insegnato a scrivere e leggere, e lui si esercitava di giorno, mentre andava a spasso per le vie del centro insieme a Ombra. Si fermava a leggere tutte le insegne dei negozi che incontrava, tutti i manifesti, le pubblicità, i murales.
E quando trovava una parola di cui non conosceva il significato la segnava con la penna che Lia gli aveva regalato su uno dei volantini che la gente butta per strada, e la sera, intorno al fuoco, Lia cercava di spiegarli cosa volesse dire quella parola.
Ombra fissava anche lei le insegne dei negozi che Dio si fermava a leggere, e il bambino era sicuro che anche lei aveva imparato a leggerle. Lia gli spiegò che non era così, Ombra è un cane e i cani non sanno leggere. Ma Dio non le credeva, lui lo sapeva che Ombra sapeva leggere. A scrivere no, non avrebbe mai imparato, le mancavano le mani, ma a leggere ci riusciva.
La parola che più gli dava problemi era biblioteca. Lui leggeva bibioteca.
Lia gli ripeteva la parola scandendo bene le lettere: “Si dice B I B L I O T E C A”.
Dio faceva un respiro profondo e ci riprovava: “B I B I O T E C A”. Niente.
Mentre Dio imparava a leggere la città e a scrivere il suo nome sui muri, suo padre aveva imparato che esiste un modo per fare soldi: bastava organizzare tutto per bene e la sua vita sarebbe cambiata. Si sarebbe comprato una casa enorme e una macchina di quelle che la gente si gira a guardarti, quando passi. Ma non con gli occhi con cui si guarda un barbone, con gli occhi pieni di invidia con cui si guarda la gente ricca. E suo figlio sarebbe cresciuto in una casa calda e avrebbe mangiato le cose più buone, e da grande avrebbe studiato e si sarebbe laureato, e lui si sarebbe sentito un buon padre.
Bastava solo organizzare tutto per bene.
Jean, il figlio di Pierre, si occuperà del negozio dopo la morte del padre.
Dio non amerà mai quel ragazzo, non accetterà i cambiamenti che apporterà al negozio, non condividerà il suo attaccamento al denaro più che al suo lavoro.
Pochi anni dopo lascerà il negozio, senza dire nulla a Virginie, e inizierà a vagare per le strade di Parigi.
Un pomeriggio d’estate incontrerà un ragazzo, e appena lo guarderà negli occhi si ricorderà d’averlo già incontrato anni prima, uscendo dal negozio.
Louis sarà un musicista e suonerà la chitarra per le strade del centro, seduto su dei fogli di cartone, con il volto nascosto dai suoi capelli lunghi e le mani rovinate dal freddo dell’inverno appena finito.
Dio comprerà un violino, e la gente che passeggerà tra le vetrine di Parigi potrà sentire la musica di una chitarra e di un ragazzo, di un violino e di un vecchio. Nessuno si fermerà ad ascoltare, ma ruberà le loro note distrattamente, tra i pensieri che si affollano come abitudini.
7.
L’inverno aveva un po’ rallentato la presa, timidamente il sole rischiarava le giornate più a lungo del solito, Dio seduto sulle rive del Po immaginava Parigi.
Lia forse non aveva visto la sua mamma, li a Parigi, perché non la conosceva. Ma se era come stare in cielo e la sua mamma era in cielo, ci doveva essere di sicuro.
Chissà quel fiume dove arrivava.
Magari costruendo una zattera con gli alberi del parco ci potevano arrivare, lui e Ombra, fino in Francia. Era sicuro che la sua mamma sarebbe stata felice di rivederlo. Di sicuro lo stava aspettando. Poi sarebbero saliti insieme sulla zattera e l’avrebbe riportata a Torino.
Che bello che sarebbe stato avere una mamma.
Mentre Dio sognava guardando l’acqua di un fiume, suo padre aveva organizzato tutto e aveva deciso che quel giorno andava bene per cambiare la propria vita.
Il mattino seguente Lia lesse la notizia sulla Stampa: “Tossicodipendente arrestato mentre cerca di rapinare una gioielleria”.
Virginie avrà sessant’anni quando conoscerà una donna che vende quadri.
“Sei brava”, le dirà “Se vuoi esporre qualcosa nel mio negozio troverai sicuramente degli acquirenti”.
Il giorno seguente Virginie uscirà di casa subito dopo Dio, con tra le mani il ritratto dei figli che non ha mai avuto, e raggiungerà il centro.
Entrerà nel negozio, consegnerà il quadro alla signora dietro il bancone e uscirà di corsa, con sul cuore il peso di essersi disfatta di qualcosa a cui teneva.
Rimarrà un attimo ferma davanti al negozio prima di decidere dove andare, poi farà un sospiro e inizierà a camminare per le vie della città, cercando il modo di far svanire quel nodo allo stomaco che le rimarrà per qualche giorno.
Sentirà delle note di violino rompere il brusio della folla che si accalca nel centro, sentirà le note di una musica che le sarà familiare, e smetterà di pensare al suo quadro per voltarsi a cercare la loro provenienza.
E vedrà Dio suonare, con gli occhi stretti e le labbra schiuse, un violino che non sarà quello di suo padre, ma che avrà la sua stessa voce.
Farà un passo indietro per non farsi notare, e resterà incantata, tra la meraviglia della musica e la sorpresa triste di non conoscere suo marito e la sua vita.
Dio e Louis suoneranno, rapiti dalle loro melodie, mentre il mondo sfilerà davanti ai loro occhi, con le sue forme diverse e diverse età, con i colori dell’estate e il sole che inventa sorrisi su volti anonimi.
8.
“Papà dov’è?” chiese Dio a Lia, quella sera.
“Papà è…partito”.
“E dov’è andato?”.
“A cercare la tua mamma”.
“Allora è in cielo”.
“Non proprio”.
“E se non è in cielo come fa a cercare la mamma?”.
“E’…a Parigi”.
Dio sorrise e non disse niente. Lui lo aveva sempre saputo che la sua mamma era a Parigi.
Quella notte fece fatica ad addormentarsi per la felicità, e da quel momento in poi la sua vita fu più bella di prima: ora aveva anche qualcosa da aspettare.
Il padre rimase in carcere poche notti, poi fu trasferito in un centro per tossicodipendenti, da dove fuggì qualche settimana dopo.
“Com’è andato il lavoro oggi?” gli chiederà Virginie una sera.
“Bene” dirà lui, e andrà a sedersi sul divano accanto a Ombra jr a leggere il giornale.
Virginie vorrà dirgli che sa tutto, si avvicinerà a lui per farlo. Ma poi vedrà il suo volto di vecchio, i suoi capelli bianchi e radi, la sua barba lunga e le sue mani grasse e macchiate dal tempo. E capirà che quello sarà un regalo che lei vorrà fargli, fingere di credergli. Sarà come un gioco.
“E’ successo qualcosa di bello oggi nel mondo?” chiederà Virginie.
“Di bello? No, in prima pagina guerre e missioni spaziali, non c’è posto per le cose belle”.
“Le missioni spaziali non lo sono?”.
“Non sono cosa?”.
“Belle”.
“No”.
Virginie lo lascerà da solo in salotto e andrà in cucina a preparare la cena.
Dio chiuderà il giornale e guarderà Ombra jr, sarà diversa dalla sua trisavola, avrà colori diversi e diversi occhi, ma lo stesso modo di appartenere. Ripenserà a Torino e alla sua vita per strada, penserà a Louis e a tutte le cose che non saprà mai di lui, al tempo che passerà sempre più in fretta e ai suoi sessant’anni.
Dio si alzerà e andrà in cucina, da quella donna che avrà sposato e che avrà tanto amato.
Si sentirà soffocare dalla nostalgia di Torino, si sentirà imprigionato tra le mura di quella casa, in una vita che non sarà la sua.
“Scendo giù con Ombra” dirà alla moglie.
“Ma…la cena è quasi pronta”.
“Lo so, ma Ombra deve scendere giù adesso”.
Andrà via da quella casa, e non tornerà mai più.
9.
Quello che distingueva Dio dal resto del mondo e dagli altri bambini era la sua notevole bellezza.
Era un bambino con occhi grandissimi labbra rosa, e sotto il nero che gli sporcava il viso traspariva la pelle bianca e delicata di sua madre.
Una donna che portava lo stesso nome di un fiore si innamorò di quel bambino che mendicava per strada insieme ad un cane, e decise che lo voleva.
Abituata ad avere tutto ciò che desiderava, la contessa Viola ordinò ai suoi servi che prendessero quel bambino e che glielo portassero.
Lei aveva tutto. Tranne la cosa che desiderava di più: un figlio. Ma le avevano sempre insegnato che con i soldi si può comprare tutto. Così lei scelse Dio e decise che era arrivato il momento di diventare madre.
Ad aspettare il bambino mentre andava a passeggiare lungo il Po, quel giorno, c’erano due uomini stranieri, alti e robusti.
Lui, che non conosceva la paura, si avvicinò tranquillamente ai due uomini che lo chiamarono e lo invitarono ad avvicinarsi. Ombra invece iniziò a ringhiare, e quando uno dei due uomini prese in braccio il bambino lo morse ad una gamba cercando di liberare il suo amico, con tanta ferocia da far paura anche a Dio.
L’altro uomo afferrò un tronco di legno e colpì il cane in testa, lasciandolo al suolo.
Dio capì che in quei due uomini c’era qualcosa che non andava, chiamava Ombra piangendo e non riusciva a dominare la paura. Qualcosa gli fece perdere i sensi, e la vita che aveva avuto fino a quel momento morì così, con i suoi occhi che si chiudevano e Ombra morta su un prato.
Louis sarà un ragazzo di vent’anni.
Dio lo raggiungerà che sarà già sera, sopra la strada coperta da un ponte, un ponte su cui poche ore dopo Virginie correrà a cercarlo.
Louis, denti larghi e un viso freddo, non saprà mai dire una parola, dando in ogni istante l’impressione di essere nato in quel momento. Gli occhi di Louis, da sotto i suoi capelli biondi e lunghi, resteranno sempre a guardare con stupore.
Dio e Ombra lo raggiungeranno, seduto accanto ad un falò in disordine, invisibile e lucente.
Dio sederà accanto a lui, e guarderà il suo stesso silenzio.
“Cosa ti è successo?” gli chiederà.
Louis lo guarderà: occhi che sanno fare male.
Si alzerà con movimenti agili e veloci da ventenne, e tornerà un istante dopo con la sua chitarra.
Suoneranno, mentre la notte scenderà fredda e scura sulla città, e Dio vedrà per la prima volta la notte di Parigi, quella notte che tante volte aveva immaginato.
Suoneranno fino a spegnere il fuoco, fino a sfuggire al freddo sempre più tagliente, fino a chiudere gli occhi e a dipingere quella notte con i colori che la mente ha, come nel quadro che Virginie dipingerà anni dopo.
10.
Fu svegliato da un forte profumo di rose che gli si insinuava nel naso con prepotenza.
Aprì gli occhi a fatica, con nel cuore il dolore della morte di Ombra.
Si risvegliò in un enorme letto a baldacchino, tra lenzuola bianchissime e pizzi pregiati.
Tutta la stanza era avvolta da un forte profumo di rose e i muri erano tappezzati d’un rosa antico. Un mobile costeggiava il muro ai piedi del letto, colonne di marmo bianchissimo e specchi ornavano tutta la stanza. Non aveva mai visto un posto così bello e lussuoso nemmeno nelle favole che Lia gli aveva raccontato fino a quel momento.
Una donna giovane sedeva ai piedi del suo letto. Lo guardò svegliarsi con distacco, e senza dire una parola uscì dalla stanza per tornare poco dopo insieme ad una donna di mezza età, arrogante e vistosa.
“Buongiorno”, gli disse lei.
“E tu chi sei?”.
“Tua madre”.
“Non è possibile, la mia mamma è in cielo. E il mio papà è andato a cercarla”.
“La tua nuova mamma sono io”.
“Ma adesso papà ritroverà la mia mamma, a me non serve una mamma nuova”.
“Ma a me serve un figlio, quindi io sarò la tua nuova mamma”.
“Io non voglio essere tuo figlio”.
“Non conta quello che vuoi tu. Come ti chiami?”.
“Dio”.
“Dio?”.
“Dio”.
“Che razza di nome sarebbe Dio?”.
“E’ un nome come un altro”.
“Non si addice Dio ad un futuro conte. Dovremo pensare ad un nome per te”.
“Io mi chiamo Dio, non voglio un altro nome. E Ombra dov’è?”.
“Chi?”.
“Ombra, il mio cane”.
“Non so niente del tuo cane. Comunque se ti piacciono i cani ne abbiamo quattro in cortile, domani nel pomeriggio la servitù ti accompagnerà a fare loro visita”.
“Io voglio Ombra non un cane qualsiasi”.
“Scherzi? I nostri cani hanno tutti un ottimo pedigree e sono stati addestrati dalle migliori scuole per cani. Non sono certo cani qualsiasi!”.
Dio rimase in silenzio a chiedersi come potesse scriversi la parola pedigree, poi pensò che lo avrebbe chiesto a Lia e che lei di certo glielo avrebbe insegnato. Subito però ebbe la sensazione che non avrebbe mai più rivisto Lia, e scoppiò in lacrime.
Pianse fino al giorno seguente, e nessuno riuscì a calmarlo.
La mattina li sorprenderà a rincorrere i sogni, tutti e tre raggomitolati su un letto di cartone e pezze, e tutt’intorno il ghiaccio.
Quello sarà il giorno in cui molte persone si innamoreranno, altre vedranno il mondo per la prima volta, e altre ancora per l’ultima. Qualcuno si incontrerà e qualcun altro si dirà addio, qualcuno sarà felice, qualcun altro piangerà la propria solitudine. Per Dio sarà un giorno bellissimo perché sarà come nascere di nuovo: riavrà la sua libertà.
Per strada si fa parte della città, si è gente e si è vita, si è colori, si è i pensieri dei mondi che si accalcano davanti alle vetrine.
Dio riprenderà così a vivere quella che era sempre stata la sua vita: riprenderà a conoscere le espressioni delle persone, i respiri di vite che si incontrano, l’immagine di volti che si sovrappongono.
Virginie dipingerà i vuoti delle sue giornate, le strade che percorrerà a cercare un uomo che non rivedrà mai più, a ricordare una vita che non le sembrerà essere mai stata sua, a tormentarsi tra perché senza risposte e a perdersi tra le sue pennellate.
Dio, barba lunga e mani sulla pancia, camminerà guardandosi intorno, come se quel mondo che era stato il suo fosse una nuova invenzione, come se quei volti non fossero uguali a mille altri.
11.
“Chi è qual bambino che c’è giù in cortile?”, chiese il conte, di ritorno da un viaggio in giro per l’Europa, alla contessa.
“E’ il nostro nuovo figlio”.
“Io non voglio un figlio”.
“Ma io si. E comunque è solo un bambino, la servitù si occuperà di lui, non ci darà fastidio”.
“Dove lo hai preso?”.
“Per strada”.
“Per strada? E da quando i bambini si trovano per strada? Qualcuno lo starà cercando, ci denunceranno!”.
“Nessuno lo sta cercando, è un barbone”.
“Ma che bisogno avevi di un bambino?”.
“Mi mancava solo quello”.
La contessa era una donna buffa, con un’enorme acconciatura di capelli biondi sulla testa e una lunga collana di perle al collo, vestiva sempre di nero e i gioielli che aveva addosso evidenziavano, tintinnando, ogni suo minimo movimento.
Il conte, invece, era un uomo molto serio e distinto, sempre elegante, con pochi capelli neri e baffi lunghi, ed era sempre molto gentile con Dio.
Il bambino pianse per molti giorni, consapevole di essere prigioniero e di non poter mai più tornare alla vita che amava tra le strade e tra la gente, e perse il sorriso di cui la contessa Viola si era innamorata.
Nonostante il suo bisogno di libertà e il suo odio per la contessa e per quella casa, Dio rimase.
Non accettò mai i nomi con cui la contessa si ostinava a dargli, né chiamò mai mamma e papà la contessa e il conte. Si dedicò allo studio, alla ricerca, alle arti, e anche se non gli fu mai consentito di uscire dalle sue stanze imparò molte cose del mondo, e crebbe.
Anni dopo, in una notte tra le stelle di Parigi, Dio capirà che quella non sarà la sua casa.
Sarà stato in cielo, avrà cercato sua madre, ma non l’avrà trovata. Sua madre sarà dove è sempre stata, sotto la terra di Torino.
“Devo tornare da mia madre”, dirà a Louis quando sederanno intorno al fuoco.
Lui lo guarderà e senza parlare chiederà spiegazioni.
“Devo tornare sulla sua tomba”, dirà. “Devo tornare a casa”.
Louis, senza parlare, gli chiederà di restare.
“Vieni con me. Conoscerai la mia città”.
Louis dirà di no, senza dire una parola.
Rimarrà tutto in silenzio, dopo.
Ombra dormirà profondamente tutta la notte.
Dio sognerà la contessa Viola.
Louis piangerà.
12.
Anche se Dio per il mondo non esisteva, anche se il suo nome non era mai stato registrato da nessuna parte, c’era qualcuno che non aveva mai smesso di cercarlo.
Ombra rimase senza sensi su quel prato per due giorni. Il freddo della notte l’aveva quasi uccisa. Ma dopo due giorni iniziò a piovere, e un tuono fortissimo la svegliò dal suo sonno profondo. Da quel momento non smise mai di cercare il bambino.
Lia, che era diventata una vecchia benché non avesse ancora compiuto cinquant’anni, lo pianse per morto e rinunciò a cercarlo dopo tre anni.
Dio compì quindici anni senza saperlo, e, persuasa che ormai il ragazzo le si fosse affezionato e che non sapesse più rinunciare alle ricchezze che gli sarebbero spettate una volta legalizzata l’adozione, in un giorno d’estate, la contessa Viola gli permise di uscire di casa per la prima volta.
Dio, che nella sua infanzia aveva imparato a conoscere bene la città, capì subito dove si trovava e quale era la strada da seguire per raggiungere le rive del Po.
Il mondo era cambiato in quei dieci anni, era cambiata la gente, la moda, i colori. Ma Torino era sempre la stessa.
Faceva molto caldo, il sole nascosto dall’afa toglieva i respiro, e l’emozione di riprendersi il mondo e di tornare ad essere libero era davvero molto forte.
Fissò l’acqua che scorreva trascinandosi dei fili d’erba, ripensò a Lia e a suo padre, a Ombra e a tutti gli altri barboni che si stringevano intorno al fuoco la sera, e, per la prima volta in dieci anni, sorrise di nuovo.
In quella casa non ci sarebbe tornato mai più.
Dio, il suo violino, Ombra e il treno per Torino si ritroveranno puntuali alla stazione dei treni, alle 8 di mattina.
Louis arriverà un po’ in ritardo, di corsa, insieme alla sua chitarra.
Arriverà sorridendo, con l’idea di una nuova vita davanti a sé.
Dio sarà felice di vederlo, gli aprirà la porta del treno e lo farà salire senza dire una parola.
Aveva imparato. Il silenzio è musica.
Poca gente sul treno, tanto sole in una giornata che illuminerà mondi inventati. Parigi sfilerà davanti al finestrino, e lascerà spazio ai sogni.
Louis guarderà Dio come si guarda un padre, Dio non vedrà quell’affetto sottile. Ombra sarà la sola a capire.
“Sono felice che tu abbia cambiato idea Louis. Ma cos’è stato a fartela cambiare?”.
Louis gli dirà tu, sei stato tu a farmela cambiare, perché ti voglio bene e non ho mai voluto bene a nessun altro prima d’ora, perché sei l’unico amico che ho. Ma l’uomo non riuscirà a sentire.
“Cosa ti è successo, Louis?”.
Il ragazzo guarderà fuori: la sua città sarà scomparsa.
13.
Lia non riusciva a credere che fosse davvero lui quando lo rivide.
Eppure gli occhi erano gli stessi, le sue labbra erano ancora rosa, e anche se iniziava a spuntargli la barba il suo bel viso di bambino era ancora riconoscibile.
“Come sei bello!” gli disse, prima di abbracciarlo.
Ritrovò il suo mondo e molti dei suoi vecchi amici, tutti invecchiati e molti ammalati.
Ritrovò i vicoli della città, muri di pietre secolari che sanno mantenere i segreti, focolari accanto a cui sedersi e raccontarsi storie, la voce dolce di Lia e la sensazione di sentirsi a casa.
Ma non ritrovò suo padre, e non ritrovò Ombra.
“Dov’è papà?” chiese un giorno a Lia.
“Tuo padre è scappato, Dio, nessuno di noi sa dove sia”.
“Scappato? Scappato da cosa? Da chi?”.
Ora che non era più un bambino gli raccontò tutta la verità su suo padre, gli disse della rapina e dell’arresto, della comunità e della fuga.
“Sono dieci anni che nessuno di noi ha più sue notizie. E tu devi andartene da qui, verranno a cercarti. Devi partire”.
Il giorno seguente Dio salutò tutti e salì sul primo treno per Parigi.
“E’ qui che dovrei vivere”, dirà Dio.
“Qui?” chiederà Louis, senza parlare.
“Si, proprio qui. A metà tra le mie due città”.
Aprirà un libro che avrà portato con se e lo appoggerà sulle sue gambe.
Ombra si sederà accanto al finestrino e guarderà le case passare.
Louis prenderà la sua chitarra e, seduto sul pavimento, inizierà a suonare.
Dio, tra Parigi e Torino, lascerà che la stanchezza degli ultimi giorni chiuda i suoi occhi. Allungherà una mano e accarezzerà Ombra: “Virginie non ci perdonerà mai per essercene andati via”, le dirà. Il libro resterà aperto sulle sue gambe, e Dio spalancherà la porta ai sogni.
Louis, in corsa verso una nuova città e una nuova vita, suonerà.
Sarà così che un uomo con la barba bianca e le regnatele del tempo intorno a occhi azzurri e sognanti passeggerà per le vie del cielo.
Dio, ottant’anni e una vita appena capita, morirà, tra le pagine di un libro e le note di una musica dolce, tra il sole che entra dal finestrino e il calore di un cane.
14.
Alla stazione di Porta nuova, tra la luce del sole e la gente distratta, Dio vide un uomo.
Un uomo alto e magro, con i capelli neri e uno sguardo severo.
Accanto a quest’uomo camminava un cane.
Dio si fermò a pensare che non poteva essere Ombra, perché lei era morta dieci anni prima, e che i cani spesso si somigliano.
Ombra non si fermò a pensare, iniziò a correre e gli saltò addosso leccandogli il viso.
L’uomo si avvicinò per riprendersi il suo cane.
Dio e Ombra si guardarono, e d’istinto iniziarono a correre via.
Salirono di corsa sul primo treno per Parigi, con la voglia di farsi una vita nuova in un mondo nuovo.
Il treno andrà al deposito, finita la sua corsa, e una signora vestita d’azzurro passerà a pulire i vagoni.
Troverà Dio seduto in uno scompartimento della ventitreesima carrozza, nella poltrona di mezzo, lo troverà a dormire con un libro aperto sulle gambe.
Accanto a lui un cane, seduto, che leccherà il suo viso morto. Di Louis nessuno saprà più nulla, morta la mente che lo immaginava sarà come se non fosse mai esistito.
15.
Alla stazione di Parigi, tra i colori e i suoni di mondi che si incontrano, un uomo e un cane scendono da un treno con addosso solo i loro pensieri, e camminano mischiandosi alla gente, volti anonimi tra centinaia di sconosciuti.
Camminano randagi tra le strade di una città che delude i sogni, non perché meno bella, solo perché vera.
L’uomo mette le mani nelle tasche e tira fuori poche monete.
“Cosa mangiamo per pranzo?”, chiede a Ombra, distratta dal traffico della sua nuova città.
Si ferma davanti ad una vetrina piena di dolci e di pagnotte, catturato dal buon profumo più che dai colori del grano.
“Buongiorno”, dice il ragazzo appena entrato all’uomo dietro il bancone.
!Oh, buongiorno! La stavo aspettando!”.
“Me?”.
“Si, lei. Prego, può iniziare anche subito”, dice l’uomo da dietro il bancone, porgendo al ragazzo un grembiule bianco uguale a quello che indossa lui.
Dio prende in mano il grembiule e resta perplesso.
“A quanto pare abbiamo trovato lavoro”, dice a Ombra con un tono di disorientamento che non sa nascondere.
Pierre, il proprietario del negozio di pane e dolci è un uomo grasso e con pochi capelli, un uomo allegro che ama il suo lavoro e la gente, che non si è mai spostato da Parigi e dedica al suo negozio tutta la sua vita.
“La nostra è un’arte – gli ripete sempre- noi siamo scultori. Da un semplice sacco di farina tiriamo fuori ogni sorta di prelibatezza. Noi creiamo forme, e sapori, e odori. Noi siamo artisti!” e lo dice con una tale convinzione che anche il ragazzo finisce per crederci.
Si lavora a volte di giorno, in negozio, spesso di notte, al forno, sempre accompagnati dalle allegre melodie che Pierre intona e dalle sue immancabili chiacchiere.
Chiacchiere che Dio smette di ascoltare quando incontra il volto della donna che ruberà la pace delle se notti.
“Buongiorno”, dice la voce di una ragazza accompagnata dal campanello della porta che si chiude.
Gli occhi di Dio ascoltano attentamente quella voce di donna giovane, ascoltano quelle labbra disegnare una parola che ha già sentito milioni di volte ma che gli sembra di sentire adesso per la prima volta.
“Posso chiedere a lei?” dice la ragazza avvicinandosi a Dio e a Pierre che canta riempiendo di pagnotte il cesto di legno dietro e spalle del ragazzo.
Dio resta immobile, occhi spalancati su quelle labbra rosse.
“Buongiorno Virginie – dice Pierre – avanti Dio, servi la signorina!”.
“Ah…si…s…scusi…buongiorno”.
“Buongiorno – ripete lei – vorrei quattro pagnotte”.
“Si…si…certo”.
Rimane immobile a guardare quegli occhi che fissano i suoi.
“Dioo! Sei tra noi oggi? Avanti! Quattro pagnotte alla signorina!”.
“Si…subito…quattro pagnotte…”.
Si volta, prende un sacchetto di carta e cerca quattro pagnotte nella cesta che Pierre ha appena riempito. Tiene gli occhi chiusi e respira profondamente. Si sente, per la prima volta, uno stupido.
“Ecco…quattro pagnotte…”.
La ragazza porge a Dio delle monete ed esce dal negozio con le quattro pagnotte in un sacchetto di carta.
“Dio!” esclama Pierre al ragazzo rimasto a fissare la porta chiusa.
“s…si…dimmi”.
“E’ andata via! E’ inutile che resti a fissare la porta chiusa!”.
Il ragazzo scuote il capo “no, non sto guardando la porta”.
“Oh, si!”.
“Ti dico di no”.
“Ragazzo?”.
“Si?”.
“Tu ti sei innamorato!”.
“Io cosa?!”.
“Hai sentito bene, ti sei innamorato. Sei cotto come una pera!” dice Pierre prima di tornare nel retro e ricominciare a cantare.
Pochi giorni dopo, tra le braccia di Virginie e con le labbra sui suoi seni nudi, Dio capisce che Pierre aveva ragione: è innamorato di quella donna che conosce appena, della sua pelle bianchissima, del suo sapore.
Virginie sbottona la camicia di lui, bacia il suo collo e accarezza il suo petto, Dio spoglia i suoi fianchi, ti amo, le dice, stringendo le sue cosce nude avvinghiate a lui, ti amo. I vestiti cadono a terra, il negozio è già chiuso, il calore dei due corpi diventa un solo respiro affannoso, la notte riempie di stelle il cielo, ti amo. Dove sei stato finora? Virginie seduta sul bancone, briciole di pane sulla sua pelle, le mani di Dio sulla sua schiena nuda, i capelli in disordine come in disordine sono i battiti del cuore. Ti amo.
La notte fuori vive di sogni, ma i sogni più belli tengono svegli. Dio e Virginie passeggiano per le vie di Parigi, dopo, passeggiano nel cielo delle strade di Parigi, tenendosi per mano e guardandosi di nascosto.
Virginie è innamorata e ha paura, ma non lo dice, Dio è innamorato e ha paura, ma non lo sa.
“Ho dimenticato la borsa in negozio” dice la ragazza fermandosi all’improvviso tra due lampioni.
“Torniamo a riprenderla”, dice lui, con sulle labbra la voglia di fare l’amore ancora.
Abbiamo dimenticato la porta aperta, pensa ad alta voce il ragazzo appena davanti al negozio.
Già, dice lei, eravamo distratti.
Dio entra nel negozio ed accende la luce, Virginie lo segue.
Dei rumori sorprendono il ragazzo sicuro del silenzio che aveva chiuso tra quei muri, dei rumori che fanno battere il suo cuore in modo diverso.
Resta qui, dice alla ragazza, resta qui. Perché? Che succede? in un istante un ragazzo sbuca da dietro in bancone, gli corre incontro e spara due colpi di pistola, lascia cadere i soldi che aveva raccolto in un sacco ancora sporco di farina, fugge urtando la ragazza e facendola cadere a terra, scompare lasciando di sé la consapevolezza che si ha di un brutto sogno.
Virginie si rialza, non si accorge dei dolori rimasti sul suo corpo dopo la caduta, corre da Dio e vede il suo sangue sul pavimento. Resta immobile con le mani tra i capelli e la bocca spalancata.
Chiama la polizia, le dice il ragazzo, chiama un’ambulanza.
Virginie calpesta il suo sangue, una macchia grande che cresce in fretta, corre al bancone, afferra il telefono e chiama un’ambulanza, lascia cadere la cornetta e si precipita da Dio. Stai perdendo molto sangue, gli dice, sto morendo, dice lui, non morirai, sospira lei e preme con le mani sul suo petto, piange su quelle mai che si stringono, sporche di sangue, piange per quegli occhi che si chiudono, non morire, non puoi morire adesso.
Si china e gli posa un bacio sulla fronte.
Una sirena suona forte come una speranza.
Ti amo, le dice Dio. Ti amerò per sempre.