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Il giardino nel cinema

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Mercoledì, 24 Marzo 2004

A cura di Paola Turroni





Il giardino è una forma di descrizione del personaggio, il gesto del giardiniere è il suo gesto nel mondo. Le rose potate e innaffiate dalla moglie di Lester Burnham in American beauty (S. Mendes 1999) sono la sua ossessione per il dettaglio, inteso come irrinunciabile indice borghese. Le siepi zoomorfe di Edward in Edward mani di forbice (T. Burton 1990) sono l’aspetto visibile della sua diversità, lo spazio reso magico dal suo talento, lontano dai giardini prefabbricati delle villette a schiera.
Il giardino è una serra, la nicchia di una passione. Nella serra del cortile della prigione di L’amore che non muore (P. Leconte 2000) i fiori crescono attraverso la costanza amorosa, che fa da tramite con il ritorno alla vita. La serra di L’erba di Grace (N. Cole 2000) produce cannabis di nascosto, ma con il consenso di tutti, unico luogo possibile di un paradosso.
Il giardino è la scenografia teatrale di un dramma o di una commedia. Il dramma di L’anno scorso a Marienbad (A. Resnais 1961) pone nel giardino le forme statiche di uomini in coma mentale confondendoli con le forme del giardino all’italiana. La commedia di Molto rumore per nulla (K. Branagh 1993) gioca nelle forme articolate del giardino gli equivoci e i bisticci dell’innamoramento, facendole complici.
Il giardino è il labirinto, la seduzione del male. Da una parte il labirinto de Le relazioni pericolose (S. Frears 1988) che senza via d’uscita porta al cedimento della passione, e alle sue letali conseguenze. Dall’altra il labirinto di Shining (S. Kubrick 1980) che ribalta i suoi connotati di gabbia e si rivela invece l’unica via di uscita.
Il giardino è il luogo delle statue. Il giardino di Rodin più volte visitato ne Le due inglesi (F. Truffaut 1971) è il luogo della rappresentazione del significato, dove la storia narrata si trasforma in valore simbolico. Le statue di Spender in Io ballo da sola (B. Bertolucci 1996) sono una sorta di specchio dei personaggi, salvano, pietrificandola, la labilità degli uomini.
Il giardino è il luogo del dono d’amore, il riscatto dell’eden. Tutti i preparativi della Festa di laurea (P. Avati 1985) tendono alle luci appese sugli alberi del finale, l’attesa risposta a un bacio, lo stupore che elimina i vincoli sociali. I giardini di Pleasantville (G. Ross 1998) sono i primi spazi a colorarsi dopo che l’accoglienza del sentimento libera la città dal bianco e nero televisivo.
Il giardino è l’orto della morte, la fine nella pace. Dopo tutta la violenza delle rivendicazioni mafiose, Il padrino (F.F.Coppola 1972 – 1990) muore tra i pomodori mentre gioca con il nipote, e, nel seguito, nell’aia di un baglio durante il riposo pomeridiano, come un comune vecchio siciliano.
Il giardino è la soglia del non visibile. Le due versioni cinematografiche de Il giardino segreto (F. Wilcox 1949 – A. Holland 1993), per restituire il mistero del celebre romanzo, devono scendere a compromessi con l’immaginario, dovendolo rappresentare, con tutta l’iconografia del caso, muri alti, cancelli arrugginiti, rampicanti e improvvisi scorci fioriti. Resta invece il limite delle mura di Oltre il giardino (H. Ashby 1979), l’unico spazio concesso al sapere, nell’assurdità del mondo, dove potrebbe essere possibile tutto, perché è quello che non sai che da leggibilità a quello che sai e quello che non vedi da leggibilità a quello che vedi.



 
 
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