POESIA


Poesia: Marco Giovenale

Venerdì, 21 Novembre 2003

A cura di Paola Turroni




Inizia con un’insegna guasta, intermittente. Dopo un prologo detto tutto in un fiato, l’insegna è il primo spazio, il prologo è una voce e poi, dopo un frame buio, la visione. Inizia l'insegna, come una goccia è la luce, costringe all'attenzione, e tiene i nervi tesi. E quella fatica che ci viene addosso dopo, non mentre la consumiamo, del perdere ore dal fianco / esposto. E poi la verità, detta tra parentesi, con cui fare i conti, ogni volta che mettiamo le mani in tasca e usciamo: quello che poi dal mondo / separa, spezza quello che / del mondo amo. E' tutto così, lo stare al mondo di Giovenale, così dentro che per non perdersi sta in bilico sugli orli, come quel profilo di donna, e quel sentire dentro il resto della distanza, del burrone, di tutto lo spazio che tocca. In una delle poesie più belle, a pagina 20, il linguaggio segue le curve del pensiero, delle forme. C'è una specie di magma antropomorfo che palpita dentro le cose, dentro il movimento delle cose, che sporgono, torcono, deviano, graffiano. Oppure, se non seguono forme, le aprono,
portano via lo spazio dei portici. La città di Giovenale è deserta, ma sempre in movimento. ogni spazio entra in un altro, il tempo divora voce, e resta da dire sempre sugli argini. Nella poesia a pagina 29 l'abbaiare di un cane sta come lo sfrigolamento dell'insegna, e dove ancora quel verbo ledere, che torna, come se scrivere, e amare, e camminare, fossero sempre un togliere, un consumare. Le poesie a pagina 31 e 34, e le altre più direttamente legate alla malattia, raccolgono in piccoli gesti nascosti in un linguaggio che si potrebbe dire aulico, tutto l’universo di polvere e sofferenza, gli abiti portati come stracci, i valori del sangue, i cortili, gli ospedali, i traslochi, e la frattura del tempo che è ogni frattura, e quel cibo che diventa mosche nella faccia di chi non ascolta. Quel bianco che resta associato ai dottori. Neve o corsie d'ospedale o camici, hanno ragione gli orientali, altro che nero, la morte è bianca. Infine, dopo l'insegna, e il cane, e le ruote sulla ghiaia, i tasti sordi di pianoforte. I morti sono i morti e sono visitati / qui dai vivi che non possono scostarsi, / non possono / troppo discordare/. Dopo la morte resta aria?




Marco Giovenale, Il segno meno, Piero Manni Editore, 2003, pp.52, € 8



 
 
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